E rinnovo lo sguardo,
tuffandomi in differenze e sorprese
che azzerano l’istinto abitudinario,
solo per indagare più a fondo
la fragile natura umana,
stanca di antichi discorsi.
Cercare familiarità
Sfidare estraneità
Accettare estraneità
Annullare familiarità.
Sperimentare ed accorgersi
Che “io” sta
Tra l’esperienza ed il nulla,
come il riflesso mobile
del cielo turchino
nella pozzanghera gialla
di un vicolo di periferia.
Abusare del non senso,
liberare la parola,
liberare l’oscuro
ed inseguire la sorgente
che, calda, grida ancora ostinata
che non mi sono perduta.
Questa resta
La dolce mia tregua
intrisa di illusioni.
Come se d’ora in poi
Non stessero ad aspettarmi
solo fanghiglia, rughe
E sangue rattrappito.
Eppure, già adesso,
Ferito, umiliato,
distante dalla sua stessa pelle
e minacciato dai suoi stessi organi,
il mio giovane corpo vecchio
sussurra note
opache al cuore
e resistenti al tatto;
e s’imbeve nel succo aspro
dell’oblio di scene atroci,
quando rannicchiato
subì la rovina del tempo
contro braccia grigie
e tumefatte dall’idiozia
di chi, senza stile,
pretese diventassi
il compasso delle sue folli ambizioni.
Potere ed amore non andarono mai d’accordo.
Ed ora che finalmente ti perdo,
solo adesso potrei tornare cerbiatto
che impara a rispettare
le urla malvagie e sincere
del ferro e del fuoco,
sfregati l’un l’altro
fino all’ultimo respiro dello stomaco,
in cui riposi in pace.
domenica 13 novembre 2011
L'interno
Anima.
Solida, fluida, fatta di aria,
vento, piogge,
grandini e temporali.
Anima che a volte si secca
e diventa arida come una steppa.
Anima che insegue balorda lo splendore,
lasciandosi guidare da passioni
che ne divorano l’interno divenire senza meta.
Anima che si avviluppa in contraddizioni
e non si lascia spiegare,
perché vive di improvvise ispirazioni
e continue incertezze.
Anima che si percepisce appena negli occhi
e viene conosciuta di sfuggita
mediante incauti stati, che
, come ogni passato istituzionalizzato,
non bastano a dare ragione
della sua grazia eterna.
Anima che è dialogo e silenzio,
quiete e lacrime nere
che nessun uomo saprà mai pesare,
Anima il cui valore più alto
resta l’Amore per tutte le creature
ed i morti che nel suo variegato diventare luogo,
ora estraneo, ora familiare,
l’hanno attraversata, trafitta,
sempre modellata,
rendendo distante
quella delle origini.
Anima abituata a trascendere
ogni momentanea soddisfazione,
Anima che spezzerà sempre ogni catena,
crescendo come l’Anima del Mondo,
incapace d’arrestare la sua inquieta
e nobile espansione errante.
Anima che, tuttavia, spesso vacilla
e, come un lupo impotente,
affamato del nulla,
si gonfia per resistere invano
al suo decesso.
Ma poi, perduta nella meraviglia,
l’anima si fa bella,
sognando limpidi istanti
di pura gioia
da sottrarre alla menzogna della Storia caina
e, cercando luce che l’accechi dolcemente,
ingoia la sventura
di non potersi mai fermare a specchiarsi in un solo volto. Così, impaurita tutti li rammenta assorta come i trampolini da cui librando in aria si è gettata a capofitto nella vita immensa in cui fluttua fino al passaggio dell'ultima soglia
Solida, fluida, fatta di aria,
vento, piogge,
grandini e temporali.
Anima che a volte si secca
e diventa arida come una steppa.
Anima che insegue balorda lo splendore,
lasciandosi guidare da passioni
che ne divorano l’interno divenire senza meta.
Anima che si avviluppa in contraddizioni
e non si lascia spiegare,
perché vive di improvvise ispirazioni
e continue incertezze.
Anima che si percepisce appena negli occhi
e viene conosciuta di sfuggita
mediante incauti stati, che
, come ogni passato istituzionalizzato,
non bastano a dare ragione
della sua grazia eterna.
Anima che è dialogo e silenzio,
quiete e lacrime nere
che nessun uomo saprà mai pesare,
Anima il cui valore più alto
resta l’Amore per tutte le creature
ed i morti che nel suo variegato diventare luogo,
ora estraneo, ora familiare,
l’hanno attraversata, trafitta,
sempre modellata,
rendendo distante
quella delle origini.
Anima abituata a trascendere
ogni momentanea soddisfazione,
Anima che spezzerà sempre ogni catena,
crescendo come l’Anima del Mondo,
incapace d’arrestare la sua inquieta
e nobile espansione errante.
Anima che, tuttavia, spesso vacilla
e, come un lupo impotente,
affamato del nulla,
si gonfia per resistere invano
al suo decesso.
Ma poi, perduta nella meraviglia,
l’anima si fa bella,
sognando limpidi istanti
di pura gioia
da sottrarre alla menzogna della Storia caina
e, cercando luce che l’accechi dolcemente,
ingoia la sventura
di non potersi mai fermare a specchiarsi in un solo volto. Così, impaurita tutti li rammenta assorta come i trampolini da cui librando in aria si è gettata a capofitto nella vita immensa in cui fluttua fino al passaggio dell'ultima soglia
martedì 4 ottobre 2011
Nota su fb di un anno fa
Dedicata a Marco, Patrick e Norman, che per un secondo pazzo non seppero più cercar bellezza
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Perchè? Su, perchè? Non è meglio tacere? Certo che lo è, ma devo condensare da qualche parte la furia di pensieri ed amarezza di queste ore.
Rinunciare al riconoscimento è possibile per un uomo?
Dopo parecchio errare, forse riuscirà a fare a meno dell’opinione altrui. Della propria opera no, o, meglio, con molta più difficoltà.
Sono stati i Greci ad insegnarci quanto sia essenziale la fama. Lasciarsi riconoscere per alcune virtù ben codificate era alla base del vivere in comunità. Chi meritava il riconoscimento fino a Socrate erano sovrani, guerrieri, in seguito atleti. La rivoluzione socratica rovesciò i termini entro cui misurare la validità di un uomo, operazione ritenuta da Nietzsche criminale, instauratrice di quell’etica degli schiavi di cui il cristianesimo non sarebbe che un degno figlio. Vitalismo versus cura dell’anima. Ecco i grandi temi gettati fin dall’inizio tra i copioni susseguitisi nel grande palco della vita occidentale per millenni.
"Non cantata, l’azione più nobile morirà". Pindaro, frammento. “Non omnis moriar”, Orazio, Odi, III, 30 6. E così questo bisogno di non morire, aggrappandosi alla speranza che le tracce, almeno quelle, siano eternamente mediate perché ben curate e lasciate generosamente all’eternità, ha condizionato tutte le altre epoche, che si sono volta per volta trasmesse qualcosa attraverso il segno scritto. Conservando e (ri) creando. Per alcuni è sintomo di un'ingorda volontà di potenza, ma credo che si confidi nella propria opera, perchè si ha consapevolezza di essere estremamente fragili e l'unica cosa che si possa modellare sfidando il tempo è un dono da lasciare agli altri, che potranno, se vorranno, riconoscere parti dello spirito dell'autore. Tuttavia, anche l'assenza di tracce ordinate, l'opera incompiuta ed interminabile può e deve essere considerata, oggi più che mai, l'eredità di chi non c'è più.
Si cade. Prematuramente o meno, si cade. Per poi rialzarsi o per restare giù, si cade.
Caduti in battaglia. Caduti sul lavoro. Fallen in love. Ed in generale, sempre in piedi non si può stare. E quando si cade e si vorrebbe restare rannicchiati in posizione fetale ad osservare la vita che scivola sulle nostre paure, perché dovremmo rimetterci dritti e continuare ad andare? Non è stando a terra che possiamo opporci al passaggio? Farlo passare e sconfiggere il suo scorrere, non duellare più in questa lotta per l'esistenza, che scova i suoi vincitori quasi sempre tra coloro che meglio sanno adattarsi alle regole del proprio tempo.
In piedi, ci si confonde con coloro che si rialzano senza avere imparato nulla dalla caduta, assetati di vittoria, innamorati della rapidità della camminata ritmica, alla cui frequenza non nasciamo tutti egualmente predisposti.
Chi si alza, non si piega. Procede. Rapidi momenti di imbarazzo e cordoglio per gli altri rimasti a terra, ma nessuna bandiera che interrompa la corsa, come per quel giapponese di diciannove anni che correva troppo, giocava con la morte, ma non meritava di andarsene nell’indifferenza di tutti.
Poi, come fu per Marco sette anni fa e per Patrick qualche mese fa, qualcuno pare prendere coscienza dell’indecente danza voraginosa del nostro tempo vuoto, che miete ovunque infelicità... ma dura pochissimo e poi tutto torna come prima. Ed un due e tre, ed un due e tre… come un’insostenibile aerobica insegnata da un maestro con pile duracell in qualche palestra dall’aria appiccicosa… inspira, espira, gamba destra in su, guardati allo specchio, segui me, sorridi, ancora uno sforzo, su, su, vai, bravo, bravo..continua, bene, bene, beneee
Che bei sorrisi smaglianti a sostenerci. Che belle formule inneggianti alla vita, al suo valore, alla sua meraviglia! Nessuno pare accorgersi della nevrosi vitalista in cui si consuma il nostro tempo, di quanto tremendo timore di morte lo divora. Oppure è tutto un modo per esorcizzare, già. Ed uno dei contenitori di esorcizzazioni più lampanti è il social network, come testimonia l'esistenza di questa nota.
Ogni icona pronta a dire la sua, a vomitare la sua opinione intorno ad ogni caso di caduta, reso un momentaneo possesso del vociare dei più, violando il suo non voler essere un fenomeno, magari. Nemmeno un esempio da prendere in considerazione. Solo una caduta. Ebbene, cosa state lì a piagnucolare? Non fatelo se quello che vi interessa è solo produrre e viver sani e belli, non vi fermate. Ed un due e tre, ed un due e tre…
Se invece sentiamo che appartiene anche a noi quel dolore, quel terrore di non avere futuro per le colpe dei padri ricadute sui figli che hanno dipinto un'Italia di vecchie figure, spesso squallide…se inquadriamo la morte di Norman nella logica di un Paese paralizzato dalle raccomandazioni e che non tiene conto dei meriti, non li incoraggia a risplendere..beh, contempliamola con rispetto lo stesso, senza gridare, senza esprimerci in termini di condanna socio-politica, pronti a cercare ovunque colpevoli da scannare, generalizzando a più non posso, per favore... Non è che un modo banalissimo, incapace di rendere davvero conto di cosa significhi una perdita. Finirebbe con mettere addosso a Norman un'etichetta, quella dell'eroe senza futuro dei nostri tempi e dimenticarcene rapidamente, senza lasciare che rimanga necessario provare tormento per il suo gesto, che non va spiegato a tutti i costi, ma dovrebbe restare ferita profonda, segno di un fallimento collettivo, disarmante, che impone una domanda aperta sul senso/non-senso della sua morte.
In realtà, stiamo cadendo tutti. Solo che in troppi preferiscono ritenerlo inessenziale.
Ci nutriamo delle morti altrui per creare un’immagine della nostra e rigettarla in fretta. Andiamo ai funerali ricordandoci all’improvviso di tutto quello che non abbiamo ancora detto e fatto e raccomandandoci di cambiare profondamente alcuni atteggiamenti e mentalità che ci hanno reso distanti persone care. Fugaci bilanci, disattesi non appena rientreremo nell’eterna distrazione, connotazione ontologica del nostro tempo.
Distratti dalla morte. Una vita che non si rende conto che è tale perché stagliata su un fondo nero al quale torneremo necessariamente è un’illusione patinata che corrode il centro nevralgico dell’esistenza umana. Il suo rapporto con il tempo.
Mutilato della possibilità di piroettare indietro verso le origini e di profilarsi destini imperscrutabili con progetti a lunga scadenza, l’immaginazione e persino folli amori da cantare un domani, il perpetuo presente di oggi rischia di diventare il letamaio che accoglie tutte le nostre insulse esistenze. Un presente che raramente è vivente.
C’è chi decide di sfidare la morte, inseguendo una goccia di splendore. Una scommessa d’eternità, come sono la poesia, la musica, la danza, il teatro, il cinema o persino grandi imprese. O la filosofia, dono eccelso, eredità suprema, che per me continua ad essere, malgrado tutto, l' apice di ogni ricerca razionale dell'Occidente.
E c’è chi si imbeve di nichilismo per addomesticare ogni tormento e livellare ogni azione, dire e sentimento, non avendo più alcun’ansia di mostrarsi e dimostrare alcunché.
Mi accorgo che comunque da ogni modo di essere adottato lasciamo che scaturisca un’infondata rabbia verso qualcosa di esteriore, le strade imboccate dagli altri, senza mettere fino in fondo in luce i nostri stessi limiti.
Anch’io, adesso, con chi ce l’ho precisamente? Quale vita impersonale sto descrivendo? Quale meschinità sto cercando di criticare? Probabilmente unicamente la mia. Perché la verità è che non ce l’ho più con nessuno. A furia di lottare, pensare contro, osservare da vicino il nemico che cambiava continuamente sembianze dentro e fuori da me ed ipotizzare resistenze varie, ho perduto fiducia nella possibilità di distinguere fermamente il bene dal male, preferendo “economizzare”la violenza con un'eccessiva diplomazia ed un'ingenua generosità verso persone che non hanno bisogno davvero di me, non ora..sto recitando solamente il rifiuto del riconoscimento in ambiti dove ho avuto l'onore e l'onere di introdurmi grazie al mio lavoro, che ormai dimostro, in fondo, di disprezzare non impostando tutta la vita sulla ricerca, come fanno soltanto coloro che credono in questa fatica intellettuale... come facevo anch'io. Sono caduta da un pezzo, nessuno se n'è accorto. Hanno cercato di farmi capire come fosse normale, sono riuscita a consolarmi con la logica del "così fan tutti". Ma adesso è giunto il momento di alzarsi e ricominciare a camminare a passi lenti, come spetta a me.
Il cuore è spezzato perchè non può tollerare che a ventisette anni si muoia così. Sento e presagisco la solitudine di Norman, ma non me ne approprio, non la utilizzo. Lascio che mi trasformi, custodendola per quel che posso riuscire ad intuire essa sia stata.
Non c’è nessuno sbocco effettivo per il filosofare. Nessun traguardo spetta a tutto quel domandarsi inquieto, cercare tracce,tradurle senza tradirle, scovare pubblicazioni non prese in considerazione da nessuno, ideando un gioco di concetti implacabile, che dall’esterno verrà sempre giudicato inessenziale. Non c’è certezza alcuna di vedere premiati quegli sforzi, nessuna logica asino-carota. Ci si nutre di pensieri, intuizioni e questioni che di rado entusiasmano la massa. E si resta isolati ed incompresi, speranzosi che almeno nell’Accademia, tra simili, sia consolidata una fiducia smisurata per i nostri sforzi. Ma il dialogo tra colleghi è sempre più difficile, così come quello tra studenti e docenti, eccezioni magnifiche a parte che ho avuto la fortuna di sperimentare e cui manifesterò sempre profonda gratitudine.
In questo momento tutti nella famiglia, tra gli amici di Norman ed in facoltà si staranno interrogando sulle proprie responsabilità.
Io Norman non lo conoscevo. Il suo viso me lo ricordo benissimo, l’ho incontrato tante volte, ma è già significativo della distanza che si può instaurare tra colleghi il fatto che non avessi alcun rapporto con lui. Colpa mia, sempre troppo lontana dall’Accademia, malgrado il ruolo ricoperto che mi costringerebbe a vivere prevalentemente lì, lo so. A che serve studiare a casa, se esistono le biblioteche?
Ora so con chi ce l’ho. Ce l’ho fondamentalmente con me, che questo posto probabilmente non lo merito come lo meriterebbero altri, come l’avrebbe meritato lui. Ormai Norman era quasi arrivato al capolinea del suo dottorato. Bastava poco per avere un titolo. Ma gli sarà sembrato atroce riuscire ad arrivarci, ed in fondo inutile, e questa sensazione io ce l’ho già un anno prima.
Se non si trasforma in passione totale per la ricerca, la consapevolezza di questa caduta è solo una lacrimosa, insensata azione melodrammatica del mio cervello stupido. Se non diventa un modo per affermare in modo più forte il diritto allo studio e la necessità di confrontarsi di continuo con colleghi e docenti, scoprendo le proprie manchevolezze senza sentirsi delle nullità, sarà come se Norman non fosse mai morto. Come se non avessimo capito perché ciò è accaduto. Ed un due e tre, ed un due e tre…
Perché è accaduto? Una risposta univoca non sarà mai possibile. Di sicuro ci si lancia nel vuoto perché il calore non lo si avverte davvero più, forse è recepita come finzione anche la disponibilità da parte di alcuni a misurarsi con le problematiche interiori, e la liberazione dall’angoscia si sente che non possa passare altro che da un atto estremo, non dall’amore disinteressato, capace di lasciarla esplodere in rivoli di dialoghi continui con persone che sanno ascoltare, o almeno ci provano...Riuscire a tirare fuori parole dure, che sfibrano, ma che non si può fare a meno di lasciare imbrigliate da qualche parte, aspettandosi una correzione, un cenno di soddisfazione o una punizione. Ecco perché il riconoscimento per un uomo è necessario. Abbiamo bisogno di affidare a qualcun altro il nostro verbo, sbagliato,sempre troppo umano, perpetuamente da limare in uno scambio continuo che solo la morte può giungere ad interrompere.
Chi non parla con nessuno sta sempre male? Forse no. Le fratture sono indispensabili tanto quanto i dialoghi. Ma quell’inesprimibile che ci accompagna rischia di originare sillogismi inesatti, contrari ad ogni legge di natura, se non tentiamo di sfidarlo in un’approssimata vicinanza dialettica. Porgersi fuori da essa, porgersi cioè fuori dalla vita, accade quando gli altri sono diventati, se non addirittura complici del proprio malessere, solamente freddi ostacoli, incapaci di interagire adeguatamente con le proprie visioni. Ma in realtà nessuno è mai riuscito a spiegare perchè dovere stare al discorso, perchè cercare equilibrio ed aver contezza che ciò che indossiamo volta per volta sono soltanto maschere e tragedia, satira, commedia si alternano senza sosta all’interno del nostro stesso più o meno lungo tragitto vitale. Certo, è facile dire che ci vuole ironia e si debba capire come ci sia una distanza impossibile da colmare tra il soggetto che agisce, cerca il suo essere e si sforza di accettare il suo dover essere, restando fiducioso e timoroso del suo poter essere da una parte e la vita stessa, oltre il soggetto, qualcosa la cui radice rimane misteriosa, ripugnante o divina che sia, in ogni caso non a disposizione di nessun essere vivente, dall'altra parte. Facilissimo ammonire coloro che si illudono di essere i registi del loro esistere e perdono di vista la tensione verso quel vitale che rimane sempre inafferrabile per tutti. Facile, troppo facile, parlare come Gadamer ed elogiare la misura , ciò che ci consente di individuare il punto limite entro il quale non è possibile andare, perché l'essere umano non smette di muoversi intorno ad una dialettica infinita tra creazione ed autoconservazione, che restano entrambe peculiarità originarie del suo essere, che misto nasce e misto (di bellezza e di orrore) morirà.
Quando Marco morì, rimasi per mesi a scrivere su di lui, senza poterlo dire mai a nessuno. Non era mia quella morte, perchè non era stata "mia" quella vita, ma semmai di alcuni tra i miei migliori amici che con Marco condividevano giornate e notti intere. Io ho avuto l’onore di uscire con lui e gli altri ogni tanto, parlargli talvolta all’università, dove capitava fumassimo qualche sigaretta insieme, niente di più. Ma non me lo sono dimenticato, perché il suo sguardo è impossibile da dimenticare. Da allora sono andata sempre di meno in facoltà. Ed ancora oggi, mentre al teatro Gregotti giù si dibatte su Benjamin e su S.Tommaso, in silenzio sento il potere fortissimo delle sue immagini alle spalle, su quel muro dove le hanno raccolte, senza targhette né illustrazioni di alcun tipo che pretendano di dire chi fosse Marco.
Tracce, lasciate lì, perché qualcuno si ricordi di lui, mentre intanto gli studiosi, i suoi colleghi ed i suoi professori, continuano ad ingrossare la “ricerca”.
Non ho la forza di tornare al settimo piano, dove qualche tempo fa trasformavo in chiave estetica la rabbia ed il terrore, pensando intensamente a quel momento, come se fosse stata anche colpa mia. Perché quel senso di corresponsabilità non è mai svanito e non è semplice addomesticarlo.
Non si può spiegare il dolore, mai. Inutile interrogarsi sulle ragioni, immergersi in continue domande sul senso del riconoscimento, la libertà e la decadenza dei tempi. L’essere e il dover essere. L’apparire che uccide l’essere. Basta. No, ormai non piango più. Perchè lo sto facendo. Non ha senso. Lascio che la disperazione mi faccia sanguinare interiormente, ma non voglio esibirla, perché io sono fortunata e non ho diritto di partecipare a riti solenni di cordoglio per la morte di questo mio collega.
"Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. "(José Saramago)
Io, che ho tanto cui aggrapparmi, continuo questa replica continua, tornando ogni volta indietro, a rivedere qualcosa, a sperare ci sia altro da vedere, ma senza correre, senza nevrosi insensate di dovere stare al passo orgogliosissima del portamento e delle mie visioni. Perché chi è caduto o non può camminare abita in me. Ed è quel dolore ad impedirmi di trovare allettante la corsa verso l’abisso. Perché non vince chi arriva prima. Forse non vince nessuno. E l’esigenza di essere competitivi è la più ingenerosa invenzione contraria all’umanità che il nostro tempo utilizza a iosa per creare gerarchie idiote ed ingiuste, che lasciano ai margini troppe persone di valore, che personalmente non ho alcuna intenzione di oscurare con una folle, smisuratacorsa, dimentica di ogni caduta.
Ma perché pria del tempo a sé il mortale invidierà l'illusïon che spento pur lo sofferma al limitar di Dite? Non vive ei forse anche sotterra, quando gli sarà muta l'armonia del giorno, se può destarla con soavi cure nella mente de' suoi? Celeste è questa corrispondenza d'amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e spesso per lei si vive con l'amico estinto e l'estinto con noi, se pia la terra che lo raccolse infante e lo nutriva, nel suo grembo materno ultimo asilo porgendo, sacre le reliquie renda dall'insultar de' nembi e dal profano piede del vulgo, e serbi un sasso il nome, e di fiori odorata arbore amica le ceneri di molli ombre consoli. Sol chi non lascia eredità d'affetti poca gioia ha dell'urna; e se pur mira dopo l'esequie, errar vede il suo spirto fra 'l compianto de' templi acherontei, o ricovrarsi sotto le grandi ale del perdono d'lddio: ma la sua polve lascia alle ortiche di deserta gleba ove né donna innamorata preghi, né passeggier solingo oda il sospiro che dal tumulo a noi manda Natura.
(U.Foscolo, Dei Sepolcri).
Come donare alle anime cadute un frammento d'eternità? Non ci sono risposte, ma sfido ancora un pò il silenzio decoroso che mi spetterebbe, esortando principalmente me stessa a considerare che se pietà, riconoscimento e gratitudine sono mancate a tanti amici ed amiche fragili mentre erano in vita, non possiamo far altro che onorarli con misericordia infinita adesso, prendendo in consegna il loro tormento, senza troppa retorica.
Lasciare che vivano attraverso di noi, in un dialogo interiore che prosegue ininterrotto è la sola maniera per non perderli per sempre. E sforzarsi di partecipare ad un dialogo con i vivi che salvano ed aspettano di essere salvati tanto quanto noi, resta l'unico tentativo per tentare di non ritrovarci di nuovo analfabeti in queste situazioni crudeli.
Sarò pure poco "teoreta" e molto bambina frignona, ma qualcuno sa dirmi quale traccia ed eredità conta più lasciare, se non quella degli affetti?
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Perchè? Su, perchè? Non è meglio tacere? Certo che lo è, ma devo condensare da qualche parte la furia di pensieri ed amarezza di queste ore.
Rinunciare al riconoscimento è possibile per un uomo?
Dopo parecchio errare, forse riuscirà a fare a meno dell’opinione altrui. Della propria opera no, o, meglio, con molta più difficoltà.
Sono stati i Greci ad insegnarci quanto sia essenziale la fama. Lasciarsi riconoscere per alcune virtù ben codificate era alla base del vivere in comunità. Chi meritava il riconoscimento fino a Socrate erano sovrani, guerrieri, in seguito atleti. La rivoluzione socratica rovesciò i termini entro cui misurare la validità di un uomo, operazione ritenuta da Nietzsche criminale, instauratrice di quell’etica degli schiavi di cui il cristianesimo non sarebbe che un degno figlio. Vitalismo versus cura dell’anima. Ecco i grandi temi gettati fin dall’inizio tra i copioni susseguitisi nel grande palco della vita occidentale per millenni.
"Non cantata, l’azione più nobile morirà". Pindaro, frammento. “Non omnis moriar”, Orazio, Odi, III, 30 6. E così questo bisogno di non morire, aggrappandosi alla speranza che le tracce, almeno quelle, siano eternamente mediate perché ben curate e lasciate generosamente all’eternità, ha condizionato tutte le altre epoche, che si sono volta per volta trasmesse qualcosa attraverso il segno scritto. Conservando e (ri) creando. Per alcuni è sintomo di un'ingorda volontà di potenza, ma credo che si confidi nella propria opera, perchè si ha consapevolezza di essere estremamente fragili e l'unica cosa che si possa modellare sfidando il tempo è un dono da lasciare agli altri, che potranno, se vorranno, riconoscere parti dello spirito dell'autore. Tuttavia, anche l'assenza di tracce ordinate, l'opera incompiuta ed interminabile può e deve essere considerata, oggi più che mai, l'eredità di chi non c'è più.
Si cade. Prematuramente o meno, si cade. Per poi rialzarsi o per restare giù, si cade.
Caduti in battaglia. Caduti sul lavoro. Fallen in love. Ed in generale, sempre in piedi non si può stare. E quando si cade e si vorrebbe restare rannicchiati in posizione fetale ad osservare la vita che scivola sulle nostre paure, perché dovremmo rimetterci dritti e continuare ad andare? Non è stando a terra che possiamo opporci al passaggio? Farlo passare e sconfiggere il suo scorrere, non duellare più in questa lotta per l'esistenza, che scova i suoi vincitori quasi sempre tra coloro che meglio sanno adattarsi alle regole del proprio tempo.
In piedi, ci si confonde con coloro che si rialzano senza avere imparato nulla dalla caduta, assetati di vittoria, innamorati della rapidità della camminata ritmica, alla cui frequenza non nasciamo tutti egualmente predisposti.
Chi si alza, non si piega. Procede. Rapidi momenti di imbarazzo e cordoglio per gli altri rimasti a terra, ma nessuna bandiera che interrompa la corsa, come per quel giapponese di diciannove anni che correva troppo, giocava con la morte, ma non meritava di andarsene nell’indifferenza di tutti.
Poi, come fu per Marco sette anni fa e per Patrick qualche mese fa, qualcuno pare prendere coscienza dell’indecente danza voraginosa del nostro tempo vuoto, che miete ovunque infelicità... ma dura pochissimo e poi tutto torna come prima. Ed un due e tre, ed un due e tre… come un’insostenibile aerobica insegnata da un maestro con pile duracell in qualche palestra dall’aria appiccicosa… inspira, espira, gamba destra in su, guardati allo specchio, segui me, sorridi, ancora uno sforzo, su, su, vai, bravo, bravo..continua, bene, bene, beneee
Che bei sorrisi smaglianti a sostenerci. Che belle formule inneggianti alla vita, al suo valore, alla sua meraviglia! Nessuno pare accorgersi della nevrosi vitalista in cui si consuma il nostro tempo, di quanto tremendo timore di morte lo divora. Oppure è tutto un modo per esorcizzare, già. Ed uno dei contenitori di esorcizzazioni più lampanti è il social network, come testimonia l'esistenza di questa nota.
Ogni icona pronta a dire la sua, a vomitare la sua opinione intorno ad ogni caso di caduta, reso un momentaneo possesso del vociare dei più, violando il suo non voler essere un fenomeno, magari. Nemmeno un esempio da prendere in considerazione. Solo una caduta. Ebbene, cosa state lì a piagnucolare? Non fatelo se quello che vi interessa è solo produrre e viver sani e belli, non vi fermate. Ed un due e tre, ed un due e tre…
Se invece sentiamo che appartiene anche a noi quel dolore, quel terrore di non avere futuro per le colpe dei padri ricadute sui figli che hanno dipinto un'Italia di vecchie figure, spesso squallide…se inquadriamo la morte di Norman nella logica di un Paese paralizzato dalle raccomandazioni e che non tiene conto dei meriti, non li incoraggia a risplendere..beh, contempliamola con rispetto lo stesso, senza gridare, senza esprimerci in termini di condanna socio-politica, pronti a cercare ovunque colpevoli da scannare, generalizzando a più non posso, per favore... Non è che un modo banalissimo, incapace di rendere davvero conto di cosa significhi una perdita. Finirebbe con mettere addosso a Norman un'etichetta, quella dell'eroe senza futuro dei nostri tempi e dimenticarcene rapidamente, senza lasciare che rimanga necessario provare tormento per il suo gesto, che non va spiegato a tutti i costi, ma dovrebbe restare ferita profonda, segno di un fallimento collettivo, disarmante, che impone una domanda aperta sul senso/non-senso della sua morte.
In realtà, stiamo cadendo tutti. Solo che in troppi preferiscono ritenerlo inessenziale.
Ci nutriamo delle morti altrui per creare un’immagine della nostra e rigettarla in fretta. Andiamo ai funerali ricordandoci all’improvviso di tutto quello che non abbiamo ancora detto e fatto e raccomandandoci di cambiare profondamente alcuni atteggiamenti e mentalità che ci hanno reso distanti persone care. Fugaci bilanci, disattesi non appena rientreremo nell’eterna distrazione, connotazione ontologica del nostro tempo.
Distratti dalla morte. Una vita che non si rende conto che è tale perché stagliata su un fondo nero al quale torneremo necessariamente è un’illusione patinata che corrode il centro nevralgico dell’esistenza umana. Il suo rapporto con il tempo.
Mutilato della possibilità di piroettare indietro verso le origini e di profilarsi destini imperscrutabili con progetti a lunga scadenza, l’immaginazione e persino folli amori da cantare un domani, il perpetuo presente di oggi rischia di diventare il letamaio che accoglie tutte le nostre insulse esistenze. Un presente che raramente è vivente.
C’è chi decide di sfidare la morte, inseguendo una goccia di splendore. Una scommessa d’eternità, come sono la poesia, la musica, la danza, il teatro, il cinema o persino grandi imprese. O la filosofia, dono eccelso, eredità suprema, che per me continua ad essere, malgrado tutto, l' apice di ogni ricerca razionale dell'Occidente.
E c’è chi si imbeve di nichilismo per addomesticare ogni tormento e livellare ogni azione, dire e sentimento, non avendo più alcun’ansia di mostrarsi e dimostrare alcunché.
Mi accorgo che comunque da ogni modo di essere adottato lasciamo che scaturisca un’infondata rabbia verso qualcosa di esteriore, le strade imboccate dagli altri, senza mettere fino in fondo in luce i nostri stessi limiti.
Anch’io, adesso, con chi ce l’ho precisamente? Quale vita impersonale sto descrivendo? Quale meschinità sto cercando di criticare? Probabilmente unicamente la mia. Perché la verità è che non ce l’ho più con nessuno. A furia di lottare, pensare contro, osservare da vicino il nemico che cambiava continuamente sembianze dentro e fuori da me ed ipotizzare resistenze varie, ho perduto fiducia nella possibilità di distinguere fermamente il bene dal male, preferendo “economizzare”la violenza con un'eccessiva diplomazia ed un'ingenua generosità verso persone che non hanno bisogno davvero di me, non ora..sto recitando solamente il rifiuto del riconoscimento in ambiti dove ho avuto l'onore e l'onere di introdurmi grazie al mio lavoro, che ormai dimostro, in fondo, di disprezzare non impostando tutta la vita sulla ricerca, come fanno soltanto coloro che credono in questa fatica intellettuale... come facevo anch'io. Sono caduta da un pezzo, nessuno se n'è accorto. Hanno cercato di farmi capire come fosse normale, sono riuscita a consolarmi con la logica del "così fan tutti". Ma adesso è giunto il momento di alzarsi e ricominciare a camminare a passi lenti, come spetta a me.
Il cuore è spezzato perchè non può tollerare che a ventisette anni si muoia così. Sento e presagisco la solitudine di Norman, ma non me ne approprio, non la utilizzo. Lascio che mi trasformi, custodendola per quel che posso riuscire ad intuire essa sia stata.
Non c’è nessuno sbocco effettivo per il filosofare. Nessun traguardo spetta a tutto quel domandarsi inquieto, cercare tracce,tradurle senza tradirle, scovare pubblicazioni non prese in considerazione da nessuno, ideando un gioco di concetti implacabile, che dall’esterno verrà sempre giudicato inessenziale. Non c’è certezza alcuna di vedere premiati quegli sforzi, nessuna logica asino-carota. Ci si nutre di pensieri, intuizioni e questioni che di rado entusiasmano la massa. E si resta isolati ed incompresi, speranzosi che almeno nell’Accademia, tra simili, sia consolidata una fiducia smisurata per i nostri sforzi. Ma il dialogo tra colleghi è sempre più difficile, così come quello tra studenti e docenti, eccezioni magnifiche a parte che ho avuto la fortuna di sperimentare e cui manifesterò sempre profonda gratitudine.
In questo momento tutti nella famiglia, tra gli amici di Norman ed in facoltà si staranno interrogando sulle proprie responsabilità.
Io Norman non lo conoscevo. Il suo viso me lo ricordo benissimo, l’ho incontrato tante volte, ma è già significativo della distanza che si può instaurare tra colleghi il fatto che non avessi alcun rapporto con lui. Colpa mia, sempre troppo lontana dall’Accademia, malgrado il ruolo ricoperto che mi costringerebbe a vivere prevalentemente lì, lo so. A che serve studiare a casa, se esistono le biblioteche?
Ora so con chi ce l’ho. Ce l’ho fondamentalmente con me, che questo posto probabilmente non lo merito come lo meriterebbero altri, come l’avrebbe meritato lui. Ormai Norman era quasi arrivato al capolinea del suo dottorato. Bastava poco per avere un titolo. Ma gli sarà sembrato atroce riuscire ad arrivarci, ed in fondo inutile, e questa sensazione io ce l’ho già un anno prima.
Se non si trasforma in passione totale per la ricerca, la consapevolezza di questa caduta è solo una lacrimosa, insensata azione melodrammatica del mio cervello stupido. Se non diventa un modo per affermare in modo più forte il diritto allo studio e la necessità di confrontarsi di continuo con colleghi e docenti, scoprendo le proprie manchevolezze senza sentirsi delle nullità, sarà come se Norman non fosse mai morto. Come se non avessimo capito perché ciò è accaduto. Ed un due e tre, ed un due e tre…
Perché è accaduto? Una risposta univoca non sarà mai possibile. Di sicuro ci si lancia nel vuoto perché il calore non lo si avverte davvero più, forse è recepita come finzione anche la disponibilità da parte di alcuni a misurarsi con le problematiche interiori, e la liberazione dall’angoscia si sente che non possa passare altro che da un atto estremo, non dall’amore disinteressato, capace di lasciarla esplodere in rivoli di dialoghi continui con persone che sanno ascoltare, o almeno ci provano...Riuscire a tirare fuori parole dure, che sfibrano, ma che non si può fare a meno di lasciare imbrigliate da qualche parte, aspettandosi una correzione, un cenno di soddisfazione o una punizione. Ecco perché il riconoscimento per un uomo è necessario. Abbiamo bisogno di affidare a qualcun altro il nostro verbo, sbagliato,sempre troppo umano, perpetuamente da limare in uno scambio continuo che solo la morte può giungere ad interrompere.
Chi non parla con nessuno sta sempre male? Forse no. Le fratture sono indispensabili tanto quanto i dialoghi. Ma quell’inesprimibile che ci accompagna rischia di originare sillogismi inesatti, contrari ad ogni legge di natura, se non tentiamo di sfidarlo in un’approssimata vicinanza dialettica. Porgersi fuori da essa, porgersi cioè fuori dalla vita, accade quando gli altri sono diventati, se non addirittura complici del proprio malessere, solamente freddi ostacoli, incapaci di interagire adeguatamente con le proprie visioni. Ma in realtà nessuno è mai riuscito a spiegare perchè dovere stare al discorso, perchè cercare equilibrio ed aver contezza che ciò che indossiamo volta per volta sono soltanto maschere e tragedia, satira, commedia si alternano senza sosta all’interno del nostro stesso più o meno lungo tragitto vitale. Certo, è facile dire che ci vuole ironia e si debba capire come ci sia una distanza impossibile da colmare tra il soggetto che agisce, cerca il suo essere e si sforza di accettare il suo dover essere, restando fiducioso e timoroso del suo poter essere da una parte e la vita stessa, oltre il soggetto, qualcosa la cui radice rimane misteriosa, ripugnante o divina che sia, in ogni caso non a disposizione di nessun essere vivente, dall'altra parte. Facilissimo ammonire coloro che si illudono di essere i registi del loro esistere e perdono di vista la tensione verso quel vitale che rimane sempre inafferrabile per tutti. Facile, troppo facile, parlare come Gadamer ed elogiare la misura , ciò che ci consente di individuare il punto limite entro il quale non è possibile andare, perché l'essere umano non smette di muoversi intorno ad una dialettica infinita tra creazione ed autoconservazione, che restano entrambe peculiarità originarie del suo essere, che misto nasce e misto (di bellezza e di orrore) morirà.
Quando Marco morì, rimasi per mesi a scrivere su di lui, senza poterlo dire mai a nessuno. Non era mia quella morte, perchè non era stata "mia" quella vita, ma semmai di alcuni tra i miei migliori amici che con Marco condividevano giornate e notti intere. Io ho avuto l’onore di uscire con lui e gli altri ogni tanto, parlargli talvolta all’università, dove capitava fumassimo qualche sigaretta insieme, niente di più. Ma non me lo sono dimenticato, perché il suo sguardo è impossibile da dimenticare. Da allora sono andata sempre di meno in facoltà. Ed ancora oggi, mentre al teatro Gregotti giù si dibatte su Benjamin e su S.Tommaso, in silenzio sento il potere fortissimo delle sue immagini alle spalle, su quel muro dove le hanno raccolte, senza targhette né illustrazioni di alcun tipo che pretendano di dire chi fosse Marco.
Tracce, lasciate lì, perché qualcuno si ricordi di lui, mentre intanto gli studiosi, i suoi colleghi ed i suoi professori, continuano ad ingrossare la “ricerca”.
Non ho la forza di tornare al settimo piano, dove qualche tempo fa trasformavo in chiave estetica la rabbia ed il terrore, pensando intensamente a quel momento, come se fosse stata anche colpa mia. Perché quel senso di corresponsabilità non è mai svanito e non è semplice addomesticarlo.
Non si può spiegare il dolore, mai. Inutile interrogarsi sulle ragioni, immergersi in continue domande sul senso del riconoscimento, la libertà e la decadenza dei tempi. L’essere e il dover essere. L’apparire che uccide l’essere. Basta. No, ormai non piango più. Perchè lo sto facendo. Non ha senso. Lascio che la disperazione mi faccia sanguinare interiormente, ma non voglio esibirla, perché io sono fortunata e non ho diritto di partecipare a riti solenni di cordoglio per la morte di questo mio collega.
"Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. "(José Saramago)
Io, che ho tanto cui aggrapparmi, continuo questa replica continua, tornando ogni volta indietro, a rivedere qualcosa, a sperare ci sia altro da vedere, ma senza correre, senza nevrosi insensate di dovere stare al passo orgogliosissima del portamento e delle mie visioni. Perché chi è caduto o non può camminare abita in me. Ed è quel dolore ad impedirmi di trovare allettante la corsa verso l’abisso. Perché non vince chi arriva prima. Forse non vince nessuno. E l’esigenza di essere competitivi è la più ingenerosa invenzione contraria all’umanità che il nostro tempo utilizza a iosa per creare gerarchie idiote ed ingiuste, che lasciano ai margini troppe persone di valore, che personalmente non ho alcuna intenzione di oscurare con una folle, smisuratacorsa, dimentica di ogni caduta.
Ma perché pria del tempo a sé il mortale invidierà l'illusïon che spento pur lo sofferma al limitar di Dite? Non vive ei forse anche sotterra, quando gli sarà muta l'armonia del giorno, se può destarla con soavi cure nella mente de' suoi? Celeste è questa corrispondenza d'amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e spesso per lei si vive con l'amico estinto e l'estinto con noi, se pia la terra che lo raccolse infante e lo nutriva, nel suo grembo materno ultimo asilo porgendo, sacre le reliquie renda dall'insultar de' nembi e dal profano piede del vulgo, e serbi un sasso il nome, e di fiori odorata arbore amica le ceneri di molli ombre consoli. Sol chi non lascia eredità d'affetti poca gioia ha dell'urna; e se pur mira dopo l'esequie, errar vede il suo spirto fra 'l compianto de' templi acherontei, o ricovrarsi sotto le grandi ale del perdono d'lddio: ma la sua polve lascia alle ortiche di deserta gleba ove né donna innamorata preghi, né passeggier solingo oda il sospiro che dal tumulo a noi manda Natura.
(U.Foscolo, Dei Sepolcri).
Come donare alle anime cadute un frammento d'eternità? Non ci sono risposte, ma sfido ancora un pò il silenzio decoroso che mi spetterebbe, esortando principalmente me stessa a considerare che se pietà, riconoscimento e gratitudine sono mancate a tanti amici ed amiche fragili mentre erano in vita, non possiamo far altro che onorarli con misericordia infinita adesso, prendendo in consegna il loro tormento, senza troppa retorica.
Lasciare che vivano attraverso di noi, in un dialogo interiore che prosegue ininterrotto è la sola maniera per non perderli per sempre. E sforzarsi di partecipare ad un dialogo con i vivi che salvano ed aspettano di essere salvati tanto quanto noi, resta l'unico tentativo per tentare di non ritrovarci di nuovo analfabeti in queste situazioni crudeli.
Sarò pure poco "teoreta" e molto bambina frignona, ma qualcuno sa dirmi quale traccia ed eredità conta più lasciare, se non quella degli affetti?
Poesie di un giorno d'estate 2011
Poesia con la A
All’alba, angosce aderenti all’anima
Annunciavano agnizioni adamantine.
Avveneristiche applicazioni
Annerirono ardimentose avversioni
All’Attualità acre.
Anticamente aggredii ansie articolate
Aprendomi all’Assoluto.
Adesso, anniento allegrie
Acquistando annoiati attimi,
annotando assenze amorfe, arbitrarie apprensioni,
aleatorie accelerazioni a-ritmetiche.
Attendo ancora Amore?
Avvinta, ausculto acredini ataviche
Accogliendo animalità arroganti,
augurando agli amici accecati
amene avventure avvilenti.
Altrove, apparirà Aurora,
affidabile amica abbandonata,
agonizzante aura, americanamente assorbita.
Attraversando asperità aporetiche,
adombrando apnee astiose,
alloggerò arresa,
aspettando anche altri arrivi.
Poesia con la E
Eventi esaltanti
Eccitano egemonici energumeni
Esportando eccessi
Evitabili ed essiccanti.
Essenzialmente è estetica.
Evitare elucubrazioni ed eludere.
Evasive esplicazioni
Espandono estasi,
estinte enunciando ed esperendo
evasioni ebbre.
Poesie con la i
Inutile insistere,
Inappropriabile io!
Irrigidirai incessantemente
Incanti inenarrabili,
immaginando, indugiante,
inesistenti infiniti
inseriti in idiomi insonni.
In incerti istanti, invece,
incontreresti intatte intuizioni,
impossibili insieme, inevitabilmente.
Illuminati ignorando, idiota idealista!
Poesia con la O
Osserva: occorre odiare orde, occultare.
Osannate opinioni offerte ogni ora
Offendono onorabilità.
Occasionalmente organizzai ondeggianti orchestre,
ostinandomi ottusamente, oltre ogni opportuno ostacolo.
Ordire oscene orazioni, onerosi orpelli,
ospitando ostili ovulazioni
obliteranti ombre,
Offuscò ozii orgogliosamente onesti,
ottenendo oscuri oblii.
Ormai ordino odiosamente ogni ossuta opportunità
Orientando ovvie occasioni
Ove opacizzarmi obbligatoriamente.
Opzioni:
obbedire ormeggiando,
oppure osare origliare, oltre orchi ora ottenebrati, ora offesi,
opere omnie, odorose orchidee orientali, orme o oggetti oftalmici
onde onorare, omologandomi, odierni orizzonti obesi?
Poesia con la U
Un’unica udienza uccide umbratili unioni,
urtando usanze universalizzate.
Urge un utile ufficio:
uscire,
udendo ugule ubriache urlanti.
All’alba, angosce aderenti all’anima
Annunciavano agnizioni adamantine.
Avveneristiche applicazioni
Annerirono ardimentose avversioni
All’Attualità acre.
Anticamente aggredii ansie articolate
Aprendomi all’Assoluto.
Adesso, anniento allegrie
Acquistando annoiati attimi,
annotando assenze amorfe, arbitrarie apprensioni,
aleatorie accelerazioni a-ritmetiche.
Attendo ancora Amore?
Avvinta, ausculto acredini ataviche
Accogliendo animalità arroganti,
augurando agli amici accecati
amene avventure avvilenti.
Altrove, apparirà Aurora,
affidabile amica abbandonata,
agonizzante aura, americanamente assorbita.
Attraversando asperità aporetiche,
adombrando apnee astiose,
alloggerò arresa,
aspettando anche altri arrivi.
Poesia con la E
Eventi esaltanti
Eccitano egemonici energumeni
Esportando eccessi
Evitabili ed essiccanti.
Essenzialmente è estetica.
Evitare elucubrazioni ed eludere.
Evasive esplicazioni
Espandono estasi,
estinte enunciando ed esperendo
evasioni ebbre.
Poesie con la i
Inutile insistere,
Inappropriabile io!
Irrigidirai incessantemente
Incanti inenarrabili,
immaginando, indugiante,
inesistenti infiniti
inseriti in idiomi insonni.
In incerti istanti, invece,
incontreresti intatte intuizioni,
impossibili insieme, inevitabilmente.
Illuminati ignorando, idiota idealista!
Poesia con la O
Osserva: occorre odiare orde, occultare.
Osannate opinioni offerte ogni ora
Offendono onorabilità.
Occasionalmente organizzai ondeggianti orchestre,
ostinandomi ottusamente, oltre ogni opportuno ostacolo.
Ordire oscene orazioni, onerosi orpelli,
ospitando ostili ovulazioni
obliteranti ombre,
Offuscò ozii orgogliosamente onesti,
ottenendo oscuri oblii.
Ormai ordino odiosamente ogni ossuta opportunità
Orientando ovvie occasioni
Ove opacizzarmi obbligatoriamente.
Opzioni:
obbedire ormeggiando,
oppure osare origliare, oltre orchi ora ottenebrati, ora offesi,
opere omnie, odorose orchidee orientali, orme o oggetti oftalmici
onde onorare, omologandomi, odierni orizzonti obesi?
Poesia con la U
Un’unica udienza uccide umbratili unioni,
urtando usanze universalizzate.
Urge un utile ufficio:
uscire,
udendo ugule ubriache urlanti.
giovedì 29 settembre 2011
MESCOLANZE
C’era una volta una mescolanza tra le fragili parole umane ed un principio astratto, che più astratto non si può concepire, che si chiamava “armonia”.
Se l’erano inventato alcuni Greci, proprio i progenitori di quella terra con la merda fino al collo che ha innescato la crisi economica più imponente dal secondo dopoguerra, la crisi che sta facendo tremare la nostra folle Europa, unita da diverso tempo solo da una moneta, giacchè una storia millenaria di battaglie ed imperialismo sfrenato, inscenato per tragici manciate di decenni dai potenti di turno, alla fine non era riuscita a trovare nient'altro di meglio che quest'uniforme. Cosa attendersi, del resto, da un passato di discriminazioni continue, spropositato potere ecclesiastico, un olocausto che non fa piangere più nessuno e solo qualche raro momento speso a cercare, contro tutte le autorità ed in favore del fuoco che brucia dentro e da cui nasce ogni bellezza, quale dovesse essere il posto dell’uomo nel cosmo? Iniziata in nome dell'humanitas terenziana, attecchita in Italia con il Rinascimento nel Cinquecento, e proseguita con l’Illuminismo ed il Romanticismo per affrontare, sempre diversamente e con rinnovata passione, il rapporto tra gli uomini e la storia, l'arte, la natura ed il sacro, mettendo ora al centro la ragione, ora il cuore, ma sempre condizionando in modo persistente intere epoche e tutte le possibilità espressive dei viventi-non soltanto europei-, questa ricerca perse lentamente ogni aura, travolta dai prodigi accecanti della scienza e delle sue mirabolanti applicazioni. Dopo due guerre devastanti per tutto il pianeta, nel Vecchio Continente si era scelto di fare gli adulti, reprimere istinti bellici e trovare nuovi Dei.
E siccome la democrazia, dopo infinite e fiere lotte da parte di molti coraggiosi uomini e donne europei, ormai dimenticati, aveva finito con l'invadere l’Europa e la plebe appariva ormai incontrollabile, si pensò al Dio Denaro, meglio se invisibile. Dopo il fallimento delle proposte rivoluzionarie marxiste, si capì come per tenere buona la massa andava bene solo il capitale, capace di rendere inconsistenti le naturali differenze estetiche ed etiche ed uniformare nella rassegnata lotta all’accaparramento di qualsiasi oggetto tutte le classi sociali, entusiaste all’idea di poter produrre sempre di più e fare crescere le finanze del loro paese d’appartenenza. Mentre nella campagna la tecnica uccideva rapidamente antichi mondi agresti-con buona pace di Pasolini- in ogni luogo dell’Europa, l'esile frontiera urbana che separava questo scellerato continente, sempre più soffocato dal cemento, era solo economica: da una parte c’era chi guadagnava tantissimo e dall’altra chi riusciva a stento a sopravvivere. La legge del mercato, condizionante ogni epoca passata, si era fatta totalitaria. Non sottomettersi ad essa, significava rinnegare di essere europei.
La frammentarietà europea aveva, nel frattempo, trovato modo di innalzare una nuova Torre di Babele, grazie al linguaggio ed ai nuovi usi derivanti dalla tecnica. Beh, non ci si poteva certamente aspettare di sentirsi fratelli perché legati da tradizioni condivise, sperimentatori di culture differenti e spinte solo di rado al rispetto autentico, senza riserve, della bellezza e sacralità della vita in ogni sua parte, certo. Così, uniti dal Dio denaro, più o meno tutti gli europei si comportarono come merci, perdendo sempre più di vista la differenza tra mezzo e fine ed avendo sempre meno cura di preservare l'intimità stessa dal commercio continuo con gli altri esseri umani.
Tuttavia, anche se sedato ed in buona parte lobotomizzato, il vecchio Continente intuiva di vivere in uno stato di calma apparente, forse più inquietante di quello conosciuto durante la Guerra Fredda. Di sangue non se ne spargeva più da decenni perchè la corsa alla civilizzazione aveva ormai rivoluzionato il volto dell’Europa, che preferiva sfogare altrove la sua sete di potere.
Dal crollo delle Torri Gemelle in quel Nuovo Continente con cui l'Europa cominciò crescentemente ad entrare in competizione, assimilandone rapidamente la cultura pragmatica poco propensa alla riflessione, il terrore di essere minacciati da oscure potenze rendeva isterica la maggioranza della popolazione europea.
Ma poi, un bel giorno, il capitalismo fallì. E la parola d'ordine "sicurezza" dei politici europei non riusciva più a tranquillizzare l'Europa.
Fu allora che, accorgendosi finalmente come quello che appariva ancora un miracolo economico era stato una solenne bugia, e che non solo i cittadini, ma gli stessi capi dei Paesi europei non erano che pedine di un gioco molto più grande i cui padroni erano le aziende petrolifere, le banche e le case farmaceutiche, tornò voglia di quella mescolanza, dimenticata da tanti, pressochè tutti gli abitanti del continente europeo. Si sentiva l’urgenza di un nuovo ordine, si cercava una nuova visione del mondo rispettosa della natura, cresceva il bisogno di confrontarsi senza sbranarsi e senza parlare di interessi economici.
Insomma, era giunto il momento. Quella strana miscela greca avrebbe potuto salvare finalmente l’Europa, ma…non si trovavano più le parole!
Quel principio astratto di cui si parlava all’inizio aveva attecchito, a dire il vero, molto spesso nel sangue europeo. Anche nelle epoche di decadenza, un’attrazione indicibile per tutto ciò che risponde a delle proporzioni, si presenta misurato e privo di ogni eccesso, aveva reso il senso della classicità ancora una traccia ben visibile nel Vecchio continente.
Il rock’n roll aveva fatto, certo, traballare vecchi schemi precostituiti, ma non riuscì mai a dare colpi di grazia definitivi all’idea di una segreta armonia tra le cose e tra le persone. Woodstock unì la gioventù degli anni Settanta molto più che intere generazioni di turisti durante una passeggiata ai Musei Vaticani.. e se si hanno occhi ed orecchie raffinati e sufficientemente anticonvenzionali, facilmente si riscoprirà molta più armonia in un brano dei Beatles che in una statua del Canova.
C’erano stati Picasso, gli happening e la dodecafonia, naturalmente. Ma ancora la sete di misteriosa armonia non si dileguava. Poiché si discuteva dei criteri estetici, infatti, l’armonia veniva presa come termine di paragone continuamente, per dissacrarla il più delle volte, ma nessuno riteneva di non dover più fare i conti con quella nozioncina ideata da Euclide, Platone, Fidia e compagnia bella, che legava insieme la comunità greca, dispiegando il suo potere tanto nelle arti, quanto nella conoscenza, quanto, soprattutto forse, nella politica da promuovere in una democrazia.
Nel parlare, ancora qualche decennio prima dell’epoca cui ci stiamo riferendo, in Europa si cercava ancora di discutere in modo comprensibile, il che vuol dire, tutto sommato, in modo armonico. Si dialogava in modo animato, non si doveva affatto essere d’accordo ed orchestrare un discorso ben composto, quasi come se non si fosse tenuti a dire la propria per non correre il rischio di offendere qualcuno degli interlocutori, ma non era mai venuto in mente a nessuno di rinunciare alla parola e trincerarsi in un codice linguistico frammentario ed incapace, premeditatamente, di raggiungere l’altro. L’incomunicabilità esisteva già, ed era stata esplorata di recente, in fondo, nella stessa Europa..pensate ai drammi di Ibsen, ai film di Antonioni...e l'elenco sarebbe infinito.
Tuttavia, la responsabile dello sfacelo non era ancora mai stata la tecnica, l’arte che, per avvicinarsi alla verità o solo per sopravvivere in qualche maniera agevolando il suo lavoro, l’uomo aveva coltivato dai tempi del fuoco, avvalendosene nel corso dei secoli anche per travalicare le distanze fisiche e restare in contatto con il prossimo.
Il diritto di parlare concesso a tutti aveva ucciso le parole? Chissà, è possibile.
L’eccesso di tecnica di cui l’ingorda Europa si trovò a pagare il fio, per decenni allontanò volutamente gli esseri umani che ne facevano uno smodato uso in maniera quasi incontrollabile. Telefoni, fax, pc, ipad e decine di altri strumenti avvolgevano in una rete gli europei, convinti di essere finalmente al sicuro da una nuova guerra mondiale.
Sempre “connessi”, non trovavano più spazio per ricerche personali di linguaggi più incandescenti e, soprattutto, non avevano più idea di cosa volesse dire stare a colloquio con qualcuno.
Il delirio dei molti, senza nessun’intenzione di cercare affinità che non fossero virtuali ed estremamente aleatorie, non concedeva spiragli di salvezza a nessuno.
Per questa ragione, le parole si erano perdute.
Il cuore dell’Europa si era annerito del tutto. Il gelo invadeva lo sguardo degli svedesi così come quello dei portoghesi. Ci si amava sempre di meno e, quasi sempre, in modo per lo più meccanico. I viaggiatori sinceri, i poeti ed i cantanti erano stati messi ai margini perché improduttivi. Eppure, soltanto le loro parole avrebbero potuto sbrinare il cuore europeo e rendergli chiaro quanto tutti i mezzi del mondo valgono poco se il fine non rimane quello dell’armonia e l’armonia risulta una chimera se non ci sono parole capaci di raggiungere l’altro, senza perdersi nella massa amorfa di segni elettronici e pixel di varia foggia.
Preferire la ricchezza materiale a quella del discorso aveva ucciso per sempre il mondo occidentale.
Un declino inesorabile, un tramonto annunciato da più parti e da tanti, tantissimi decenni.
Ecco cosa si sarebbe realizzato finalmente nell’attesissimo 2012.
C’era una plebe che voleva avere le stesse cose di cui avevano goduto per anni gli europei, quella stessa plebe che era stata sfruttata in modo inenarrabile per concedere il lusso capitalista al Nuovo ed al vecchio Continente. Ed era giunto il momento che finalmente si prendesse la rivincita secolare, trionfando per una volta su quello stesso principio astratto di “armonia”, che, allo stato attuale, veniva ingurgitato solo per essere legittimati a vedere come nemico inaccettabile il caos, perché temibile.
“Meglio un’apologia dell’esistente, seppure marcio, che pensare a nuove forme di convivenza, se il prezzo da pagare è sconvolgere le gerarchie attuali”, pensavano i ricchi.
Ma non riuscirono a fermarli. Una mescolanza nuova si trovava adesso a fare i conti con la vecchia, ed era ovviamente molto più vitale ed energica. Nessuno avrebbe potuto avere dubbi sulla sua vittoria.
Repressione, voglia di riscatto, voglia di nuovo e straordinaria forza fisica, oltre che un’intensità nel sentire il cosmo ed il corpo proprio e dell’altro, con un ritmo sensuale che nessun europeo probabilmente potrà mai aver la fortuna di sperimentare, si mischiavano in quelle sane energie mediterranee, prive di idiote inibizioni legate alla civilizzazione, di cui, almeno inizialmente, i nuovi arrivati intendevano esaltare soltanto la possibilità di sfamare chi fino a quel momento aveva conosciuto solo carestie e guerre fratricide.
Le due “miscele” si trovarono a combattere su un ring nella sabbia di Lampedusa, ma bastarono pochi colpi perché la mescolanza europea venisse atterrata, sostenuta a malapena da un coro di tifosi bianchi, impressionati enormemente dalla flessuosità e dignità di quei corpi che venivano dal mare. Poi, scrollatasi la polvere di dosso ed accarezzando, con un ultimo gesto di atavica pietà europea, il volto nero, la sconfitta trovò le parole che mancavano ed erano, per la prima volta, le più vere che avrebbe mai potuto pronunciare:
“Il mondo è giusto che sia vostro adesso. Il ciclo europeo si è compiuto, fratelli. Riprendetevi ciò che vi abbiamo tolto e siate felici, sforzandovi di non replicare i nostri errori. Siate misurati!”
Riuscii a sentire solo queste parole, poi mi dovetti allontanare, pressata dalla folla mista, che gridava in mille lingue e dialetti differenti la sua felicità o il suo terrore.
La storia viene riscritta dai vincitori, è noto. Per questo, ora che sono tornata a casa e non so cosa sarà di me, vorrei cercare di anticiparla e scriverla anche per i vinti, immaginando alcuni possibili finali:
1) La reazione del vincitore, malgrado il tono sinceramente comprensivo dell’Europa, fu ugualmente vendicativa e ben pochi cittadini del vecchio continente poterono esimersi dal diventare i nuovi schiavi dei neri. Musei, biblioteche, cattedrali e municipii bruciarono in poche settimane in tutte le principali capitali europee. I leghisti riuscirono a gridare “ve l’avevamo detto, stupidi! Allargare le frontiere era un crimine!”appena un attimo prima di essere fucilati.
Sebbene i gloriosi europei dominatori si trovarono pressochè tutti d’un tratto dominati, alcuni di essi riuscirono a scappare. Dopo un viaggio disperato su un barcone e diversi anni in cammino per il deserto, un gruppo sparuto di europei riuscì a rifugiarsi nel sud Africa, ma, pur sforzandosi di mantenersi sobrio, non sopportò a lungo la natura selvaggia e non riuscì, perciò, a lasciare alcuna traccia dell’antica civiltà europea.
2) I neri si rivelarono meno brutti, sporchi e cattivi di quanto non credessero gli europei. Guardarono con pena la mescolanza europea e risposero: “ Ciò che è vostro è nostro e viceversa. Non vogliamo farvi patire ciò che abbiamo patito per secoli, perché anche voi siete figli di mescolanze, anche quando lo dimenticate del tutto. E poi ci piace crede che persino tra di voi ci sia qualche persona buona. Scriveremo nuove leggi insieme e mai più nessun figlio della terra sarà sfruttato, da qui all’eternità”. Dopo essersi ricongiunti con le loro famiglie, accettarono di intraprendere un lungo cammino di reciproca conoscenza. Solo i leghisti e gli xenofobi sparpagliati per tutta l’Europa vennero espulsi, perché incapaci di stare e mescolarsi nei discorsi, senza stancarsi di cercare nuove parole e nuovi ritmi, per ricostruire interamente un mondo nuovo.
3) La vecchia mescolanza europea non aveva neppure finito di dire quella frase, quando giunsero a Lampedusa centinaia di navi ed aerei americani, cinesi, australiani e giapponesi, con tutte le loro bizzarre mescolanze. “Dovrete vedervela con noi!” gridò un colonnello americano, “ Potete pure restare qui..Il petrolio è nostro!”, urlò un aviatore giapponese. E fu tutto un parapiglia, che durò per ore ed ore, senza che nessuno riuscisse a rasserenare gli animi. Poi, d’improvviso, nell’acqua si creò una gigantesca voragine ed emerse un Tritone che così imponente e regale non se n’erano visti mai nemmeno nella Sirenetta di Walt Disney. Arraffò cinque, sei nuvole e le avvicinò alla spiaggia.
“Salga qui soltanto chi ha il cuore pulito!”-intimò- “E vedete di non fare i furbi, terrestri, perché chi dice menzogne, salito sulla nuvola ne verrà inghiottito per sempre”.
Raccolti i neri e qualche altro gruppetto di europei, cinesi, giapponesi e americani, Tritone sollevò con un braccio la nuvola colma di esseri umani di tutti i colori, mentre con l’altro accarezzava la superficie del mare, innescando uno tsunami che nel giro di poche ore travolse tutta la superficie terrestre. Non era rimasto più suolo calpestabile né l’ombra di un malvagio. E dall’alto del cielo i buoni ricominciarono a cantare, poetare e raccontare le loro storie, fino a che non morirono tutti di sete e di fame, ma contenti.
Prepariamoci alla fine o ad un prodigioso cambiamento..ogni fine, in fondo, è un inizio.
Es ist gut.
Se l’erano inventato alcuni Greci, proprio i progenitori di quella terra con la merda fino al collo che ha innescato la crisi economica più imponente dal secondo dopoguerra, la crisi che sta facendo tremare la nostra folle Europa, unita da diverso tempo solo da una moneta, giacchè una storia millenaria di battaglie ed imperialismo sfrenato, inscenato per tragici manciate di decenni dai potenti di turno, alla fine non era riuscita a trovare nient'altro di meglio che quest'uniforme. Cosa attendersi, del resto, da un passato di discriminazioni continue, spropositato potere ecclesiastico, un olocausto che non fa piangere più nessuno e solo qualche raro momento speso a cercare, contro tutte le autorità ed in favore del fuoco che brucia dentro e da cui nasce ogni bellezza, quale dovesse essere il posto dell’uomo nel cosmo? Iniziata in nome dell'humanitas terenziana, attecchita in Italia con il Rinascimento nel Cinquecento, e proseguita con l’Illuminismo ed il Romanticismo per affrontare, sempre diversamente e con rinnovata passione, il rapporto tra gli uomini e la storia, l'arte, la natura ed il sacro, mettendo ora al centro la ragione, ora il cuore, ma sempre condizionando in modo persistente intere epoche e tutte le possibilità espressive dei viventi-non soltanto europei-, questa ricerca perse lentamente ogni aura, travolta dai prodigi accecanti della scienza e delle sue mirabolanti applicazioni. Dopo due guerre devastanti per tutto il pianeta, nel Vecchio Continente si era scelto di fare gli adulti, reprimere istinti bellici e trovare nuovi Dei.
E siccome la democrazia, dopo infinite e fiere lotte da parte di molti coraggiosi uomini e donne europei, ormai dimenticati, aveva finito con l'invadere l’Europa e la plebe appariva ormai incontrollabile, si pensò al Dio Denaro, meglio se invisibile. Dopo il fallimento delle proposte rivoluzionarie marxiste, si capì come per tenere buona la massa andava bene solo il capitale, capace di rendere inconsistenti le naturali differenze estetiche ed etiche ed uniformare nella rassegnata lotta all’accaparramento di qualsiasi oggetto tutte le classi sociali, entusiaste all’idea di poter produrre sempre di più e fare crescere le finanze del loro paese d’appartenenza. Mentre nella campagna la tecnica uccideva rapidamente antichi mondi agresti-con buona pace di Pasolini- in ogni luogo dell’Europa, l'esile frontiera urbana che separava questo scellerato continente, sempre più soffocato dal cemento, era solo economica: da una parte c’era chi guadagnava tantissimo e dall’altra chi riusciva a stento a sopravvivere. La legge del mercato, condizionante ogni epoca passata, si era fatta totalitaria. Non sottomettersi ad essa, significava rinnegare di essere europei.
La frammentarietà europea aveva, nel frattempo, trovato modo di innalzare una nuova Torre di Babele, grazie al linguaggio ed ai nuovi usi derivanti dalla tecnica. Beh, non ci si poteva certamente aspettare di sentirsi fratelli perché legati da tradizioni condivise, sperimentatori di culture differenti e spinte solo di rado al rispetto autentico, senza riserve, della bellezza e sacralità della vita in ogni sua parte, certo. Così, uniti dal Dio denaro, più o meno tutti gli europei si comportarono come merci, perdendo sempre più di vista la differenza tra mezzo e fine ed avendo sempre meno cura di preservare l'intimità stessa dal commercio continuo con gli altri esseri umani.
Tuttavia, anche se sedato ed in buona parte lobotomizzato, il vecchio Continente intuiva di vivere in uno stato di calma apparente, forse più inquietante di quello conosciuto durante la Guerra Fredda. Di sangue non se ne spargeva più da decenni perchè la corsa alla civilizzazione aveva ormai rivoluzionato il volto dell’Europa, che preferiva sfogare altrove la sua sete di potere.
Dal crollo delle Torri Gemelle in quel Nuovo Continente con cui l'Europa cominciò crescentemente ad entrare in competizione, assimilandone rapidamente la cultura pragmatica poco propensa alla riflessione, il terrore di essere minacciati da oscure potenze rendeva isterica la maggioranza della popolazione europea.
Ma poi, un bel giorno, il capitalismo fallì. E la parola d'ordine "sicurezza" dei politici europei non riusciva più a tranquillizzare l'Europa.
Fu allora che, accorgendosi finalmente come quello che appariva ancora un miracolo economico era stato una solenne bugia, e che non solo i cittadini, ma gli stessi capi dei Paesi europei non erano che pedine di un gioco molto più grande i cui padroni erano le aziende petrolifere, le banche e le case farmaceutiche, tornò voglia di quella mescolanza, dimenticata da tanti, pressochè tutti gli abitanti del continente europeo. Si sentiva l’urgenza di un nuovo ordine, si cercava una nuova visione del mondo rispettosa della natura, cresceva il bisogno di confrontarsi senza sbranarsi e senza parlare di interessi economici.
Insomma, era giunto il momento. Quella strana miscela greca avrebbe potuto salvare finalmente l’Europa, ma…non si trovavano più le parole!
Quel principio astratto di cui si parlava all’inizio aveva attecchito, a dire il vero, molto spesso nel sangue europeo. Anche nelle epoche di decadenza, un’attrazione indicibile per tutto ciò che risponde a delle proporzioni, si presenta misurato e privo di ogni eccesso, aveva reso il senso della classicità ancora una traccia ben visibile nel Vecchio continente.
Il rock’n roll aveva fatto, certo, traballare vecchi schemi precostituiti, ma non riuscì mai a dare colpi di grazia definitivi all’idea di una segreta armonia tra le cose e tra le persone. Woodstock unì la gioventù degli anni Settanta molto più che intere generazioni di turisti durante una passeggiata ai Musei Vaticani.. e se si hanno occhi ed orecchie raffinati e sufficientemente anticonvenzionali, facilmente si riscoprirà molta più armonia in un brano dei Beatles che in una statua del Canova.
C’erano stati Picasso, gli happening e la dodecafonia, naturalmente. Ma ancora la sete di misteriosa armonia non si dileguava. Poiché si discuteva dei criteri estetici, infatti, l’armonia veniva presa come termine di paragone continuamente, per dissacrarla il più delle volte, ma nessuno riteneva di non dover più fare i conti con quella nozioncina ideata da Euclide, Platone, Fidia e compagnia bella, che legava insieme la comunità greca, dispiegando il suo potere tanto nelle arti, quanto nella conoscenza, quanto, soprattutto forse, nella politica da promuovere in una democrazia.
Nel parlare, ancora qualche decennio prima dell’epoca cui ci stiamo riferendo, in Europa si cercava ancora di discutere in modo comprensibile, il che vuol dire, tutto sommato, in modo armonico. Si dialogava in modo animato, non si doveva affatto essere d’accordo ed orchestrare un discorso ben composto, quasi come se non si fosse tenuti a dire la propria per non correre il rischio di offendere qualcuno degli interlocutori, ma non era mai venuto in mente a nessuno di rinunciare alla parola e trincerarsi in un codice linguistico frammentario ed incapace, premeditatamente, di raggiungere l’altro. L’incomunicabilità esisteva già, ed era stata esplorata di recente, in fondo, nella stessa Europa..pensate ai drammi di Ibsen, ai film di Antonioni...e l'elenco sarebbe infinito.
Tuttavia, la responsabile dello sfacelo non era ancora mai stata la tecnica, l’arte che, per avvicinarsi alla verità o solo per sopravvivere in qualche maniera agevolando il suo lavoro, l’uomo aveva coltivato dai tempi del fuoco, avvalendosene nel corso dei secoli anche per travalicare le distanze fisiche e restare in contatto con il prossimo.
Il diritto di parlare concesso a tutti aveva ucciso le parole? Chissà, è possibile.
L’eccesso di tecnica di cui l’ingorda Europa si trovò a pagare il fio, per decenni allontanò volutamente gli esseri umani che ne facevano uno smodato uso in maniera quasi incontrollabile. Telefoni, fax, pc, ipad e decine di altri strumenti avvolgevano in una rete gli europei, convinti di essere finalmente al sicuro da una nuova guerra mondiale.
Sempre “connessi”, non trovavano più spazio per ricerche personali di linguaggi più incandescenti e, soprattutto, non avevano più idea di cosa volesse dire stare a colloquio con qualcuno.
Il delirio dei molti, senza nessun’intenzione di cercare affinità che non fossero virtuali ed estremamente aleatorie, non concedeva spiragli di salvezza a nessuno.
Per questa ragione, le parole si erano perdute.
Il cuore dell’Europa si era annerito del tutto. Il gelo invadeva lo sguardo degli svedesi così come quello dei portoghesi. Ci si amava sempre di meno e, quasi sempre, in modo per lo più meccanico. I viaggiatori sinceri, i poeti ed i cantanti erano stati messi ai margini perché improduttivi. Eppure, soltanto le loro parole avrebbero potuto sbrinare il cuore europeo e rendergli chiaro quanto tutti i mezzi del mondo valgono poco se il fine non rimane quello dell’armonia e l’armonia risulta una chimera se non ci sono parole capaci di raggiungere l’altro, senza perdersi nella massa amorfa di segni elettronici e pixel di varia foggia.
Preferire la ricchezza materiale a quella del discorso aveva ucciso per sempre il mondo occidentale.
Un declino inesorabile, un tramonto annunciato da più parti e da tanti, tantissimi decenni.
Ecco cosa si sarebbe realizzato finalmente nell’attesissimo 2012.
C’era una plebe che voleva avere le stesse cose di cui avevano goduto per anni gli europei, quella stessa plebe che era stata sfruttata in modo inenarrabile per concedere il lusso capitalista al Nuovo ed al vecchio Continente. Ed era giunto il momento che finalmente si prendesse la rivincita secolare, trionfando per una volta su quello stesso principio astratto di “armonia”, che, allo stato attuale, veniva ingurgitato solo per essere legittimati a vedere come nemico inaccettabile il caos, perché temibile.
“Meglio un’apologia dell’esistente, seppure marcio, che pensare a nuove forme di convivenza, se il prezzo da pagare è sconvolgere le gerarchie attuali”, pensavano i ricchi.
Ma non riuscirono a fermarli. Una mescolanza nuova si trovava adesso a fare i conti con la vecchia, ed era ovviamente molto più vitale ed energica. Nessuno avrebbe potuto avere dubbi sulla sua vittoria.
Repressione, voglia di riscatto, voglia di nuovo e straordinaria forza fisica, oltre che un’intensità nel sentire il cosmo ed il corpo proprio e dell’altro, con un ritmo sensuale che nessun europeo probabilmente potrà mai aver la fortuna di sperimentare, si mischiavano in quelle sane energie mediterranee, prive di idiote inibizioni legate alla civilizzazione, di cui, almeno inizialmente, i nuovi arrivati intendevano esaltare soltanto la possibilità di sfamare chi fino a quel momento aveva conosciuto solo carestie e guerre fratricide.
Le due “miscele” si trovarono a combattere su un ring nella sabbia di Lampedusa, ma bastarono pochi colpi perché la mescolanza europea venisse atterrata, sostenuta a malapena da un coro di tifosi bianchi, impressionati enormemente dalla flessuosità e dignità di quei corpi che venivano dal mare. Poi, scrollatasi la polvere di dosso ed accarezzando, con un ultimo gesto di atavica pietà europea, il volto nero, la sconfitta trovò le parole che mancavano ed erano, per la prima volta, le più vere che avrebbe mai potuto pronunciare:
“Il mondo è giusto che sia vostro adesso. Il ciclo europeo si è compiuto, fratelli. Riprendetevi ciò che vi abbiamo tolto e siate felici, sforzandovi di non replicare i nostri errori. Siate misurati!”
Riuscii a sentire solo queste parole, poi mi dovetti allontanare, pressata dalla folla mista, che gridava in mille lingue e dialetti differenti la sua felicità o il suo terrore.
La storia viene riscritta dai vincitori, è noto. Per questo, ora che sono tornata a casa e non so cosa sarà di me, vorrei cercare di anticiparla e scriverla anche per i vinti, immaginando alcuni possibili finali:
1) La reazione del vincitore, malgrado il tono sinceramente comprensivo dell’Europa, fu ugualmente vendicativa e ben pochi cittadini del vecchio continente poterono esimersi dal diventare i nuovi schiavi dei neri. Musei, biblioteche, cattedrali e municipii bruciarono in poche settimane in tutte le principali capitali europee. I leghisti riuscirono a gridare “ve l’avevamo detto, stupidi! Allargare le frontiere era un crimine!”appena un attimo prima di essere fucilati.
Sebbene i gloriosi europei dominatori si trovarono pressochè tutti d’un tratto dominati, alcuni di essi riuscirono a scappare. Dopo un viaggio disperato su un barcone e diversi anni in cammino per il deserto, un gruppo sparuto di europei riuscì a rifugiarsi nel sud Africa, ma, pur sforzandosi di mantenersi sobrio, non sopportò a lungo la natura selvaggia e non riuscì, perciò, a lasciare alcuna traccia dell’antica civiltà europea.
2) I neri si rivelarono meno brutti, sporchi e cattivi di quanto non credessero gli europei. Guardarono con pena la mescolanza europea e risposero: “ Ciò che è vostro è nostro e viceversa. Non vogliamo farvi patire ciò che abbiamo patito per secoli, perché anche voi siete figli di mescolanze, anche quando lo dimenticate del tutto. E poi ci piace crede che persino tra di voi ci sia qualche persona buona. Scriveremo nuove leggi insieme e mai più nessun figlio della terra sarà sfruttato, da qui all’eternità”. Dopo essersi ricongiunti con le loro famiglie, accettarono di intraprendere un lungo cammino di reciproca conoscenza. Solo i leghisti e gli xenofobi sparpagliati per tutta l’Europa vennero espulsi, perché incapaci di stare e mescolarsi nei discorsi, senza stancarsi di cercare nuove parole e nuovi ritmi, per ricostruire interamente un mondo nuovo.
3) La vecchia mescolanza europea non aveva neppure finito di dire quella frase, quando giunsero a Lampedusa centinaia di navi ed aerei americani, cinesi, australiani e giapponesi, con tutte le loro bizzarre mescolanze. “Dovrete vedervela con noi!” gridò un colonnello americano, “ Potete pure restare qui..Il petrolio è nostro!”, urlò un aviatore giapponese. E fu tutto un parapiglia, che durò per ore ed ore, senza che nessuno riuscisse a rasserenare gli animi. Poi, d’improvviso, nell’acqua si creò una gigantesca voragine ed emerse un Tritone che così imponente e regale non se n’erano visti mai nemmeno nella Sirenetta di Walt Disney. Arraffò cinque, sei nuvole e le avvicinò alla spiaggia.
“Salga qui soltanto chi ha il cuore pulito!”-intimò- “E vedete di non fare i furbi, terrestri, perché chi dice menzogne, salito sulla nuvola ne verrà inghiottito per sempre”.
Raccolti i neri e qualche altro gruppetto di europei, cinesi, giapponesi e americani, Tritone sollevò con un braccio la nuvola colma di esseri umani di tutti i colori, mentre con l’altro accarezzava la superficie del mare, innescando uno tsunami che nel giro di poche ore travolse tutta la superficie terrestre. Non era rimasto più suolo calpestabile né l’ombra di un malvagio. E dall’alto del cielo i buoni ricominciarono a cantare, poetare e raccontare le loro storie, fino a che non morirono tutti di sete e di fame, ma contenti.
Prepariamoci alla fine o ad un prodigioso cambiamento..ogni fine, in fondo, è un inizio.
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