giovedì 26 giugno 2014

ESSERE RIVOLUZIONE

 Chi può permettersi di non pensare al denaro ormai raramente incontra la mia simpatia.

 Ignaro, come ignara ero io, dell' immenso privilegio che è questa mancata preoccupazione, questi osserva con noia e fastidio chi perde il sonno appresso alle cifre, cercando a tutti i costi di far quadrare i conti non certo per amore pitagorico verso i numeri, ma solo per tentare di sopravvivere e scalzare l'angoscia di superare la soglia oltre la quale comincia la più nera povertà. 

Può anche darsi che quest'ultima affascini il nostro fortunato benestante come fosse una condizione dello spirito sublime per ricevere la grazia di Dio o attuare un processo misticheggiante di kènosis che lo spogli di ogni superflua incrostazione, mentale e non. Ma è facile pensare con voluttà al vuoto quando si ha lo stomaco pieno e una bolletta non è mai stata un problema.

 Di questo il borghese di cui parlo appare spesso essere cosciente ed è per questo che ciclicamente attraversa  fasi di incondizionata passione sociopolitica, studiando i modi che crede più efficaci per garantire la giustizia sociale tra i suoi simili e diffondere uno stile di vita sobrio che assecondi una decrescita felice, dopo che a godere dei benefici del capitalismo sono stati probabilmente i genitori suoi e di quei suoi cari amici che oggi mangiano bio, concentrando nello stomaco il campo della vera rivoluzione.

Ridimensionare le pene di chi affoga nella più tetra disperazione, però, può accadere solo se si conosce almeno un po' la paura degli stenti; solo se si è stati almeno una volta sull' orlo del fallimento e si è temuto di non avere di che cibarsi per giorni interi, lottando per ottenere qualche spicciolo con cui "autoconservarsi".

Se si guarda l'umanità spogli di ideologia- operazione praticamente impossibile, cui pure ci si deve sforzare di mirare- , si troverà infatti come questa non sia una moltitudine tanto attiva e protagonista indiscussa della vita della società come pensa Negri, ma, purtroppo, per lo più una marea di donne e uomini strozzati dalla paura di non farcela, schiacciati dall'angoscia delle spese al punto da perdere lo slancio e l'inventiva per ottenere con il sudore della propria fronte qualche bene primario. 

Mantenere la calma e cercare la via d' uscita al dramma della miseria è impresa straordinaria, concessa di solito a chi se non ottiene un lavoro, trova comunque un sostegno nella famiglia. Per il resto, laddove questa non possa aiutare, ci si dovrebbe rivolgere allo Stato, che altrove riesce a mostrare il suo volto benevolo, andando incontro a licenziati, disoccupati e minoranze-maggioranze a rischio emarginazione. Per l' opinione pubblica si diventa così dei meschini questuanti che vivacchiano sulle spalle di chi fatica; dei parassiti disgustosi che non hanno alcun consenso in società e non sempre si raggelano specchiandosi nell' immagine di condanna che la comunità offre di loro. Non lavorare è consentito solo dopo che si è prestato servizio in modo onesto, accrescendo con il proprio contributo il pil del proprio Paese, dicono.  
 Anche quando il lavoro risulta del tutto inutile, è visto con occhio migliore dell' ozio, nemico acerrimo dell' ordine sociale. 

Ma chi, pur non volendolo, si trova a oziare,  è giusto che, pur di impiegarsi in qualche modo così da fuggire le accuse che pioverebbero sul suo capo, rinunci al sogno che aveva e attraverso cui, magari, pensava di poter contribuire seriamente alla crescita economica e culturale della nazione? 

Bisognerebbe cercare di rianimare il tessuto sociale, scorticato dall' accidia indotta dalla dilagante disoccupazione, e opporsi con fermezza alla richiesta di "sprecarsi pur di sopravvivere", mostrandosi, al contrario, fedeli alle proprie radici, alle scelte dolorose del passato, così da dare senso al percorso di formazione che c'è stato (ammesso, naturalmente, che ci sia stato!). 

Per essere rivoluzione, oggi non ci si deve automutilare, ma tornare a insistere perché le passioni dominanti riemergano e ci si riscopra un tassello unico nel mosaico umano, che urge rispettare nella sua diversità e incomparabilità al suo vicino, cui lo lega tuttavia sempre l'aspirazione a un disegno comune. 

Non si può essere sempre interscambiabili, come ci ha abituati a pensare quest'epoca di precariato devastante. 

Occorre diventare bravi, bravissimi nel proprio mestiere e non svendersi, se non per brevi periodi che non compromettano comunque l'obiettivo centrale di praticare ciò che amiamo di più. 

Chi finisce per trascorrere la vita senza fare ciò che desidera, alla fine avrà ceduto alle pressioni del capitale, addomesticando con violenza una passione costretta prima o poi a liberarsi dalle catene della repressione, rivelando in seguito la vera natura dell'aria frustrata con cui si trascineranno cupamente le giornate.In sintesi, essere rivoluzione implica almeno tre importanti, seppur financo banali, condizioni:
1) Formare con pazienza e costanza sé stessi, che è il primo compito che spetta a ogni essere umano autentico;
2) Calare nella realtà il frutto di quella formazione, senza stancarsi di contrastare la tendenza al livellamento conformistico,  è il compito secondario, solo cronologicamente;
3) Infine, avere sempre cari la fatica e il sacrificio, perché nulla ci viene regalato in questa vita e solo chi combatte con energia lascia tracce importanti nella vita comunitaria. 

Quest'ultima, infatti, prosegue unicamente grazie a chi si spende per il suo miglioramento, superando la grettezza individualistica che fa terminare nell' oggi tutti i suoi dissennati sforzi di fuggire la morte con la vanità.
E tu, sei pronto a rivoluzionarti per rivoluzionare, senza tradire mai te stesso?

sabato 15 giugno 2013

Il carattere distruttivo-W.Benjamin

"Nel guardare indietro nella propria vita, potrebbe capitare di riconoscere che quasi tutti i legami più profondi, a cui in essa si è sottostati, hanno avuto origine da persone, sul cui carattere distruttivo erano tutti d'accordo. Un giorno si potrebbe incappare, forse per caso, in quanto fatto e quanto più forte sarà lo choc da cui si sarà colpiti, tanto più grandi saranno le chances per una rappresentazione del carattere distruttivo. Il carattere distruttivo conosce solo una parole d'ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia. Il suo bisogno di aria fresca e di uno spazio libero è più forte di ogni odio. Il carattere distruttivo è giovane e sereno. Distruggere infatti ringiovanisce, perché toglie di mezzo le tracce della nostra età; rasserena, perché ogni eliminare, per il distruttore, significa una perfetta riduzione, anzi un'estrazione della radice della propria condizione. A tale immagine apollinea del distruttore ci conduce ancora di più la considerazione di come si semplifichi infinitamente il mondo, se si appura che merita di essere distrutto. Questo è il grande vincolo che stringe armoniosamente tutto l'esistente. Questa è una visione che procura al carattere distruttivo uno spettacolo della più profonda armonia. Il carattere distruttivo quando lavora è sempre fresco e riposato. E' la natura a prescrivergli il tempo, almeno indirettamente: poiché egli la deve prevenire. Altrimenti intraprenderà lei stessa la distruzione. Il carattere distruttivo non ha alcun modello. Ha pochi bisogni, e nulla gli importa meno che: sapere cosa subentra al posto di ciò che è stato distrutto. In un primo momento, almeno per un attimo, lo spazio vuoto, il luogo dove stava la cosa, dove la vittima ha vissuto. Si troverà certamente qualcuno che lo usa, senza prendere possesso. Il carattere distruttivo è un segnale. Come un disegno trigonometrico è esposto da tutti i lati al vento, egli è esposto da tutti i lati al pettegolezzo. Proteggerlo da ciò è privo di senso. Al carattere distruttivo non importa affatto essere compreso. Sforzarsi in questa direzione lo ritiene superficiale. L'essere frainteso non lo può danneggiare. Al contrario tutto questo lo provoca, come lo provocano gli oracoli, queste distruttive istituzioni statali. Il più piccolo-borghese dei fenomeni, il pettegolezzo, ha luogo solo perchè la gente non vuole essere fraintesa. Il carattere distruttivo si lascia fraintendere; così non incoraggia il pettegolezzo. Il carattere distruttivo è nemico dell'uomo-astuccio. L'uomo-astucccio cerca la propria comodità e di questa l'astuccio ne è la quintessenza. L'interno dell'astuccio è la traccia, rivestita di velluto, che lui ha impresso nel mondo. Il carattere distruttivo cancella perfino le tracce della distruzione. Il carattere distruttivo sta nel fronte dei tradizionalisti. Mentre alcuni tramandano le cose rendendole intangibili e conservandole, altri tramandano le situazioni rendendole maneggevoli e liquidandole. Questi vengono chiamati i distruttivi. Il carattere distruttivo ha la coscienza dell'uomo storico, il cui sentimento fondamentale è un'insormontabile diffidenza nel corso delle cose, nonché la prontezza con la quale prende nota del fatto che tutto può andare storto. Perciò il carattere distruttivo è la fiducia stessa. Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poichè vede dappertutto una via, deve anche dappertutto sgombrare la strada. Non sempre con cruda violenza, talvolta anche con violenza raffinata. Poiché dappertutto vede vie, egli stesso sta sempre ad un incrocio. Nessun attimo può sapere ciò che il prossimo reca con sé. L'esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso. Il carattere distruttivo non vive per il sentimento che la vita merita d'essere vissuta, ma perché non vale la pena di suicidarsi." Walter Benjamin, Il carattere distruttivo, 1972 (trad.it 1980)

mercoledì 10 aprile 2013

L'istruzione rende sottoistruiti- Huizinga

Il contadino, il marinaio, l’artigiano di una volta, nel tesoro delle sue conoscenze pratiche trovava anche lo schema spirituale con cui misurare la vita e il mondo. A meno di essere un chiacchierone – in ogni tempo ce ne furono! – sapeva di essere inadatto a giudicare delle cose estranee al suo ambito. Dove capiva che non arrivava il proprio giudizio, s’inchinava all’autorità. Poteva, nella sua limitatezza, essere saggio. La limitatezza dei suoi modi di esprimersi, puntellata dalla conoscenza delle Sacre Scritture e dei proverbi, gli dava precisamente uno stile e, a volte, lo faceva parere eloquente. La moderna organizzazione per la diffusione del sapere conduce, ahimè, alla perdita dei salutari effetti di quelle limitazioni. L’uomo medio dei paesi occidentali oggi sa un po’ di tutto, e altre cose ancora. Ha il giornale con la colazione, e il bottone della radio a portata di mano. La sera, dopo aver trascorso la giornata in un lavoro o in un negozio che non gli hanno insegnato nulla di essenziale, lo aspetta un film, un giuoco di carte o un’assemblea. [...] Anche dove l’individuo sia animato da un sincero impulso verso il sapere e la bellezza, dato l’ossessionante sviluppo dei mezzi di diffusione meccanica dello scibile, difficilmente egli potrà sottrarsi alla noia di ricevere, bell’e confezionati o strombazzati, giudizi e nozioni. Un sapere, che è a un tempo vario e superficiale, e un orizzonte spirituale che per un occhio non protetto dalla critica è troppo ampio, devono portare inevitabilmente a un indebolimento del giudizio. [...] Il meccanismo dei moderni divertimenti di massa costituisce inoltre, essenzialmente, un impedimento alla concentrazione. L’elemento dell’abbandono e della trasfusione nell’opera d’arte, data la riproduzione meccanica di ciò che si vede e si ode, vien meno per forza. Manca quel ripiegamento su quanto vi è in noi di piú profondo e il senso di ciò che, nel momento, vi è di sacro, sono cose che non possono mancare all’uomo che voglia possedere una cultura. La suggestibilità visiva sempre pronta è il punto attraverso il quale la pubblicità afferra l’uomo moderno, e lo colpisce nel lato debole della sua diminuita capacità di giudicare. Questo vale ugualmente per la pubblicità commerciale come per la propaganda politica. L’annunzio reclamistico con un’immagine impressionante risveglia in noi il pensiero della soddisfazione di un desiderio. Esso dà all’immagine la veste piú sentimentale possibile. Stabilisce uno stato d’animo, e con ciò fa appello alla formazione di un giudizio, che si compie tutto in un rapido istante. Se ci si chiede come di fatto la pubblicità agisca sugli individui, e compia in modo rimunerativo la sua funzione, la risposta non è cosí semplice. L’individuo si risolve egli effettivamente all’acquisto della merce vedendo o leggendo l’annunzio? O questo non fa altro che confermare nel cervello dei piú un ricordo, a cui essi reagiscono meccanicamente? O fa parte del giuoco una tal quale intossicazione cerebrale? Ancor piú difficile da definire è l’effetto della propaganda politica. Quando un individuo si reca alle urne, può egli essere indotto a votare in un senso anziché in un altro dalla vista delle varie spade, falci e martelli, ruote dentate, pugni, soli che spuntano, mani insanguinate ecc., che i partiti gli fanno balenare dinanzi? Non lo sappiamo e possiamo lasciare insoluto il problema. Certo la pubblicità, in tutte le sue forme, specula su un raziocinio indebolito e, grazie alla sua enorme diffusione e importunità, coopera all’indebolimento. Il nostro tempo è pertanto dinanzi al fatto umiliante che due grandi progressi culturali, da cui molto ci si aspettava, l’istruzione obbligatoria e la pubblicità, invece di concorrere all’elevazione del livello culturale, come pareva ovvio, portano con sé, nella loro applicazione, alcuni sintomi di degenerazione e d’indebolimento. Nozioni d’ogni genere, in una misura non mai pensata finora, e allestite in modi non mai immaginati, vengono messe a portata delle masse; ma c’è qual cosa che non va nell’attitudine ad assimilare l’istruzione ricevuta in modo che giovi veramente a vivere. Una sapienza non elaborata è d’ostacolo al raziocinio e sbarra la via alla saggezza. L’istruzione rende sottoistruiti. È un orribile giuoco di parole; ma purtroppo contiene un senso profondo. Huizinga, La crisi della civiltà

Considerazioni antiche sul dolore

"È proprio del dolore non avere vergogna di ripetersi." Emil Cioran Quando ancora inon esisteva una legislazione decisa a rimuovere le cause di sofferenze ed ingiustizie subite da cittadini considerati schiavi, privi di ogni tipo di diritto, ciò che era considerato “dolore” da parte degli uomini liberi, lungi dall'essere legato a questioni materiali, non poteva che essere concepito come un moto originario dell’anima, capace di imprimere al corpo sensazioni sgradevoli che potevano essere controllate con l’astinenza, coltivando l’autarchia, la non dipendenza da nulla di esteriore. Questo uomo greco "libero"che sa di doversi riconoscere limitato eppure fa di tutto per attestare la sua autonomia è già un uomo denso di conflitti che il “conosci te stesso, ma fallo in dialogo che è meglio” non riesce sul serio a rimuovere. Il dolore non svanisce parlando, ma la parola può essere una buona terapia, l’inizio, per dir così, di un processo faticoso che deve vedere coinvolto attivamente il soggetto che patisce, deciso a fare chiarezza razionalmente sulle cause del suo dolore, pronto a non attribuire ad altri responsabilità che sono unicamente sue e determinato a non confondere, semmai, evidenti segni di sopraffazione fisica e morale con determinati servizi fatti per amore o per “dovere”. Se un simile cercare dialetticamente le cause del dolore non avviene grazie ad un’altra voce, un altro punto di vista, il dolore cresce e può originare delle meravigliose attitudini letterarie, diversamente poco probabili. Il che significa che spesso e volentieri si diventa scrittori ed artisti infrangendo il tessuto della lingua e cercando di rimuovere l’istinto al suicidio assorbendolo in vie di fuga estetiche. L’aisthesis viene cioè differita, il dolore preso come un fagotto di cui osservare le varie pieghe, ma senza decomporlo sul serio mai. Continua ad abitare in chi ha buona memoria, perché ogni volta avrà la possibilità di ritornare nuovamente su quelle crepe oscure del suo vivere interiore che non sono percepibili esteriormente, come sa Hegel. Ma che ci sono. Il mito dell’invulnerabilità è del tutto estraneo al pensiero di Gadamer. Ma non a quello greco platonico, che non accentua la carica tragica del dolore umano, preferendo sostenere la via dell’impassibilità, di una scelta prudente dei piaceri e dolori da accogliere nella propria esistenza, dando prova di fedeltà a quel genere misto cui appartiene la vita umana. Perché ciò che Platone ha scelto è una vita misurata e contenitiva di tutto il caos. La strada segnata è quella di un equilibrio dinamico che non ha altro interesse se non quello di conservare e non creare nuovi itinerari possibili, incidendo attivamente nel reale. È una rassegnazione inaudita quella che percorre il Filebo. La visione di una vita come malattia che va curata somministrando adeguatamente le dosi, escludendo tutto il “poter essere”, considerato nocivo perché capace di far vacillare l’ordine comunitario. Quando la fede nella comunità si perde o sfuma sostanzialmente, com’è accaduto in Occidente soprattutto nel secolo scorso dopo la fine delle guerre mondiali, la stessa concezione del dolore subisce un mutamento sostanziale. Essa viene dibattuta in gruppi di aiuto-aiuto, piccole comunità terapeutiche,spesso con finalità disinteressate al profitto, frutto di studi eccellenti di bravi psichiatri che hanno segnato la storia della medicina. Progressivamente, però, la stessa storia della terapia si adatta alle leggi di mercato ed il dolore viene discusso e diventa oggetto di studi sempre più complessi non perché esso sia pericoloso per la pace della comunità, ma perché può essere una merce utile in cui investire e da cui trarre numerosi guadagni nel potente ed inesorabile gioco di potere che regola gli scambi sociali. Lo sfruttamento del dolore del prossimo ha orripilato la filosofia al punto da convincere molti studiosi a convertirsi nelle figure dei consulenti, richiedenti solo un piccolo consenso per aiutare il paziente a trovare in sé vie razionali capaci di liberarlo dalla sofferenza. Ma adesso? Quanti sono i guariti in virtù della virtù? Sarebbe interessante chiederlo. Nessuno può costringerti a stare al discorso se non vuoi. Lo sapeva Platone, che infatti abbandonò i siracusani dopo diversi tentativi e lasciava lo stesso Filebo seduto inclinato, mentre portava avanti le sue finzioni letterario-filosofiche sulla vita buona, finzioni che sapeva non potevano che essere condotte mettendo a tacere, almeno nell’armonia della scrittura dialogica, un ostacolo temibilissimo capace di rinfacciare di continuo l’inconsistenza di tali visioni volte al giusto, al bene ed al vero, che restano giustificabili unicamente nel recinto della ragione dialettica. Entro il quale nessuno assicura vengano effettivamente scrutati, mentre magari Filebo si trattiene dal dolore e conosce il piacere, proprio per la sua mancata partecipazione al faticoso gioco filosofico, in cui non è prevista alcun'educazione effettiva al raggiungimento del piacere. "Il saggio cerca di raggiungere l'assenza di dolore, non il piacere", scrive Aristotele nel IV libro dell'Etica Nicomachea.

venerdì 23 novembre 2012

Può l’imperativo “non sprofondare” reggere in assenza di una visione precedente che ci abbia mostrato una pienezza insuperabile, che agisce come monito al rovescio (non sarà mai più possibile, eppure continuare a cercarla resta la sola salvezza)? Sono inguaribilmente platonica e non lo credo. io ho visto già. Quel volto che poi mi è stato negato. E dove l’ho visto? Non so. So di non poterlo più rivedere, mi resta drammaticamente negato, sottratto e se lo vedessi non sopravvivrei. Ma lo cerco perché mi ha riempito tutto il cuore, il ventre, la parola, l’immaginario, come se non avessi bisogno d’altro. E sebbene nulla gli sia nemmeno lontanamente simile, devo innamorarmi sempre e custodire la promessa d’amore fino all’ultimo dei miei giorni. A chi non è successo? Questione di numinosum, trasfert o chissà cos'altro, il mio Volto va a spasso per il mondo, senza mostrarmi più nemmeno la schiena o una debole traccia. Deve sapermi contrariata ed ormai svuotata di ogni frammento della memoria della sua visione. Sempre l'altrove ci ha unito e sempre ci proteggerà dal dissolvere il nostro conflitto. L'opposizione è la vera amicizia, diceva Blake. E lui sa bene che l'ospitalità è intrinsecamente legata alla poesia. Ma, anche se la mia dissonanza si diverte a farmi diventare odiosa e blindata, forse non è il resto a restare soltanto. Forse l'angelo della melancholia redime al pari della Croce.

giovedì 15 novembre 2012

Diario recente

Supprimer l’éloignement tue. Les dieux ne meurent que d’être parmi nous. Rene Char
Errante saltello dal pozzo di offuscati ricordi che spinge a cercare la chiave prova assenza di nesso comprensibile dimostra la necessaria chiusura Me irreprensibile altra, oscura nell’intimità ed aliena nel limite Pezzi scomposti senza più stile silenzio non più minaccioso. Cedo al mio tempo ciò che mi donò vago ancora qualche attimo fino a balzare nell’unico senso atteso. Può ripararmi dall’orrore qualcuno? può disinnescare la mia maledizione un evento? Può dischiudere l’accesso all’Essere un’impresa eccitante? Dubito dell’eterno ritorno. Non percepisco più alcuna circolarità. Deformata dall’alterità inseguita nell’eccesso ho perduto la guerra e resto a scrutare la lotta universale tra cosmos e caos con distanza guardinga. E’ tutto un clamoroso errore. Bisogna godersela finchè dura senza fermarsi ad ospitare pensieri contrari alla finitezza. L’uomo è sputo, argilla, sangue e povertà. non si può pretendere che osservi languido il sole, non si può domandargli di trovare sé stesso uscendo da sé attraverso il bello. L’accordo è premessa conquista e riformulazione. (Dov’eravamo rimasti?) Ma non occorre cercarlo. Viva la dissonanza, che non si accorda con niente e non si scora per acclarare compatibilità. Avvolta dall’aura dell’unicità è il solo sberleffo che questo zozzo universo di mentecatti è bene riceva Ultima stonatura, ardito graffio, impertinente sproloquio che non cede al dover piacere. Non c'è posizione che si lasci abbracciare Nè sguardo che possa mutare Il destino crudele dell'uomo D'avere una lingua veloce Ed un cuore lento ed ingrato.

martedì 18 settembre 2012

Nè sapere nostalgico, nè retorica dell'apocalisse. Abbiamo bisogno di fisiologi e filologi...

Invito a leggere la prefazione di Antonio Pascale al libro di Alessandro Trocino, Popstar della cultura: "Questo libro è un originale contributo alla democrazia culturale. Precisiamo: per il buon sviluppo democratico il diritto di parola è una condizione necessaria ma non sufficiente. Aprire i microfoni a chiunque è un bene, o comunque un punto di partenza dal quale non possiamo prescindere, ma ciò non garantisce la qualità delle opinioni. Queste ultime sono, infatti, l’enzima che catalizza ogni buona e veloce reazione democratica. Basta partire da uno schema semplice: noi abbiamo delle opinioni, le nostre opinioni vengono lette dai politici di riferimento e poi tradotte in leggi, norme, circolari, insomma tutto quel complesso di regole che dovrebbe servire a rendere la nostra società un posto migliore; di conseguenza solo un ambiente migliore e costantemente bonificato ci migliora. Dunque, a opinioni profonde corrispondono politici profondi, a opinioni superficiali corrispondono politici stupidi. Questo schema, mi rendo conto, è semplice, elementare e non tiene conto di molte variabili, ma ha un vantaggio: l’attenzione si concentra non sui politici o sulle leggi, ma sulle nostre opinioni. Ora, chi sono quelle persone che oggi si dedicano ad approfondire le nostre opinioni e dunque a presiedere e vigilare sul buon andamento della democrazia? Gli intellettuali, naturalmente. In senso lato, tutti quelli che, con responsabilità e usando una metodologia soggetta a controllo e verifica, si dedicano a diffondere e rendere accessibile la conoscenza. Sta di fatto, però, che la modernità, se da un lato accresce il numero degli intellettuali, perché chiunque può prendere la parola, dall’altro tende a creare una categoria- molto rispettabile in sé- di persone che si specializzano in determinate discipline. Sono gli opinion maker: quelli che riescono a raggiungere ogni giorno un vasto pubblico perché hanno accesso a strumenti che amplificano la loro voce: giornali, radio e altri media. Sono quelle persone che, detta in breve, gli autori televisivi e i redattori dei giornali più facilmente invitano affinché ci raccontino la loro visione del mondo. A loro spetta il compito di fornire una misura, perché, si sa, prima delle opinioni, c’è bisogno di una misura. Senza di essa non è possibile analizzare un bene, valutarlo e creare delle differenze. Da queste, infatti, nascono i valori. I valori stabiliscono delle priorità di scelta e i conseguenti programmi d’azione politica. La domanda che l’autore di questo libro si è posto nasce da una democratica preoccupazione: chi sono i nostri opinion maker? E questi intellettuali appartengono ancora alla categoria degli “autorevoli specialisti” oppure, con il tempo e con il crescente successo, hanno cambiato forma, si sono mutati cioè in popstar della cultura? Magari sono affetti da massimalismo, e quindi incapaci di fare valutazioni- privi come sono di un metodo di misura, con poca attenzione alle fonti- , oppure sono dei narcisisti fuori dal mondo e pertanto poco propensi a esaminare la contemporaneità? E se questo è vero, come è potuto accadere, quali passaggi hanno portato i nostri intellettuali a diventare, così, postar della cultura? (…) Sapete perché credo che questo sia un libro bello e serio, e soprattutto un contributo democratico alla stessa democrazia italiana, se mi si permette il bisticcio? Perché leggendo queste vite tutte insieme possiamo ben identificare alcuni dei vizi di questo paese. Sono i nostri stessi vizi, naturalmente, a rendere viziosi i nostri opinion maker. Gli intellettuali, coloro i quali hanno in affido lo strumento della misura per la buona e onesta valutazione, spesso nelle loro analisi usano strumenti poco tarati sulla modernità. Peccano di emotività che, come sappiamo, è una reazione, veloce e spesso compulsiva, a uno stimolo esterno. Sono superficiali, non studiano abbastanza e mancano di passione conoscitiva, che al contrario dell’emozione è più profonda e inquieta. Spesso assumono toni melodrammatici- e intendiamo un melodramma degradato- e tendono a risolvere situazioni complesse con formule semplciistiche. Un primo vizio (…) è quello rubricabile sotto la voce “sapere nostalgico”. Il sapere nostalgico è una versione degradata della nostalgia che, come sappiamo, oltre a essere un diritto inalienabile, esprime uno struggimento: non possiamo tornare là dove (forse) siamo stati felici un tempo. Il sapere nostalgico invece presuppone che tutto quello che è accaduto nel passato abbia un grande valore, mentre tutto ciò che è presente è corrotto. Chi pratica il sapere nostalgico idealizza il passato. Lì, in quella dimensione, sono contenuti tutti i valori; fuori, cioè nell’oggi, c’è la corruzione. I profeti del sapere nostalgico hanno un padre italiano nobile e cioè Pier Paolo Pasolini. Personaggio molto complesso, un visionario e affascinante reazionario. Nel saggio Gennariello Pasolini parla dei napoletani come di un’antica tribù, i Tuareg (identificata anni dopo da Mario Martone nel suo lavoro teatrale Rasoi). Tutto ciò che avviene a Napoli, dice Pasolini, deriva da uno scambio di antico sapere: anche se ti rubano il portafoglio è uno scambio di antico sapere. Quindi dobbiamo sperare, per non farci il sangue amaro e non sentirci oggetto di violenza, di vederci sottrarre il portafoglio a Napoli e non in una qualunque altra città italiana. Vuoi mettere provare il brivido di uno scambio di antico sapere? E’ chiaro che Pasolini idealizzava e romanzava il passato. Questa categoria temporale, tra l’altro di difficile definizione fisica, rappresentava per lui un mondo perfetto, che solo la mano dell’uomo moderno avrebbe distrutto. Perché era perfetto? Perché tutto nasceva da scambi di sapere millenari e per definizione tutto ciò che è antico è anche nobile. La sinistra per prima- e Petrini nasce a sinistra- ha cominciato a un certo punto della sua storia a rimpiangere il passato, anche perché, se esso è frutto di scambi millenari e di Tuareg antichissimi, possiamo mai fidarci di quelli che vengono dall’esterno? Petrini dunque comincia la sua battaglia- ben documentata dall’autore- a favore del tipico e del buon gusto (inteso come cibo) perché, in parole povere, tutto ciò che è tradizionale e locale è anche gustoso, in quanto deriva da millenari scambi d sapere che un territorio ha saputo preservare. Non si capisce perché a un certo punto questi scambi millenari si sarebbero interrotti, chi e cosa abbia provocato la contaminazione e l’imbarbarimento di questa razza tipica, tradizionale, lenta, disciplinata, millenaria, dei Tuareg insomma. Sarà colpa del McDonald’s? O della televisione? Se analizziamo le dichiarazioni di alcune popstar della cultura, spesso considerate (ancora una volta ingiustamente) di sinistra, si arriva facilmente a pensare che, insieme ai suoi intellettuali, anche la sinistra tutta abbia cominciato a rimpiangere gli scambi di antichissimo sapere e quindi alcuni elementi come l’idea del futuro, il gusto dell’innovazione, della contaminazione, insomma la bellezza del divenire, che sono stati associati facilmente a un’altra idea, tanto imprecisa da imporsi come categoria di riferimento: la globalizzazione. E la globalizzazione fa rima con contaminazione. E cosa si contaminerebbe? La purezza dei Tuareg e via via degli elementi a questi collegati. La Lega Nord, con più forza e con una venatura sprezzante e grossolana, ha sostituito la parola globalizzazione con immigrazione. Sono gli immigrati che hanno portato valori estranei alla nostra cultura tipica. Nelle pagine a lui dedicate, la trasversalità di Petrini e il suo legame con quell’area politica sono spiegati molto bene. Purtroppo l’unico scambio, poco simbolico e molto pratico, è stata l’emorragia di voti che da sinistra sono passati al partito di Bossi. Insomma, il potere nostalgico, idealizzando il passato, ci impedisce di valutare con attenzione gli spostamenti dal “modello passato” e dunque di esaminare i costi e i benefici delle inevitabili mutazioni. Da un mondo ideale non ci si sposta, si cade. Quando si cade si entra nell’altro vizio: la retorica dell’apocalisse. Grillo è forse il peggior portatore sano di questo difetto. La parabola di Grillo è ben raccontata. A leggere le sue dichiarazioni sembra di vedere un testimone di Geova in azione. Uno di quelli che bussano di sabato mattina alle vostre porte con la sola intenzione di atterrirvi. E convertirvi. Quelli che, con la loro rivista in mano, “Torre di Guardia” o “Svegliatevi”, vi parlano dell’imminente fine del mondo. Usano una procedura standard. Partono da un modello ideale, generalmente un’immagine che raffigura il creato incontaminato, e di seguito vi mostrano cosa abbiamo combinato al mondo: ciminiere che sbuffano, armi nucleari in agguato, smog, inquinamento, manipolazione genetica. Insomma, i testimoni di Geova sono quelli che affrontano problemi complessi, la cui trattazione richiederebbe competenza e analisi, in maniera semplice ed evocativa . Uniscono cose distanti tra loro senza spiegare il nesso che dovrebbe unirle. E funziona. Il metodo qualche volta ti seduce e può capitare che per un attimo ti senti impaurito e in balia del male. Tutto fa rima con tutto. Siamo quindi sull’orlo del baratro. Poi ti riprendi e magari fai appello alla tua coscienza laica. Chiedi un minuto per organizzare i pensieri e valutare i singoli elementi in gioco. Ebbene, i testimoni di Geova hanno fatto scuola, poi sono spuntati testimoni più efficaci, e Grillo è fra questi. La retorica dell’apocalisse predilige i paragoni estremi, a effetto, e, oltre a rivelare un atteggiamento vanitoso (essere così fortunati da vedere la fine del mondo), focalizza l’attenzione esclusivamente sulla patologia. Niente, soprattutto a noi italiani, fa più piacere della patologia. Commentare il danno già compiuto è inebriante, ci fa sentire superiori, del tipo: “te l’avevo detto, io”. Di contro, pochi si interessano alla fisiologia: sapere come funzionano le cose non suscita grande entusiasmo. Quando la fine del mondo è vicina, non resta che convertirsi al più preso per salvare la pelle, e infatti l’apocalisse è parente stretta, quasi gemella, dell’integralismo. In più, la retorica dell’apocalisse ci costringe sulla difensiva e quindi elaboriamo una sorta di “io minimo”. E c’è un’altra questione da considerare. Chi usa e abusa della retorica dell’apocalisse preferisce esagerare gli aggettivi, perché poi risulta più facile proporre la soluzione. Nel senso che, storditi come siamo dal bagliore della distruzione, tendiamo a credere che esista una soluzione immediata, semplice e a portata di mano. Si tratta quasi sempre di soluzioni che fanno leva sui nostri istinti religiosi, che ci portano a credere che basta la parola magica e tutto si risolve. C’è la crisi energetica? Bene, l’idrogeno è la soluzione. Troppi veleni nei campi? Non preoccupatevi, basta la parola “biologico” e tutto si risolve. Gli allevamenti industriali sono orribili? Torniamo a pascolare all’aperto. Troppe macchine? Usiamo i cammelli. Ma i dati? I numeri? Quanto latte si può tirare fuori da un allevamento in alpeggio? Poco. Quanta terra occorre per mantenere i nostri standard di produzione e fare a meno degli agro farmaci o dei fertilizzanti? Tanta in più, purtroppo. (….) possiamo notare come queste categorie, sapere nostalgico e retorica dell’apocalisse, siano utilizzate e come inquinino la nostra conoscenza (….).Di sicuro, questi vizi culturali non sono attribuibili solo alle popstar, ma sono anche i nostri vizi, o meglio nascono da una sorta di pigrizia culturale, un po’ fisiologica perché siamo nella modernità e abbiamo poco temo per controllare e verificare le affermazioni che leggiamo. Preferiamo scegliere soluzioni poco impegnative, in ultima analisi, indolori. Però si tratta anche di categorie di pensiero ben radicate nel nostro paese, che andrebbero combattute con costanza. Se davvero rimpiangiamo i Tuareg poi si capisce perché perdiamo il gusto della sperimentazione e ci viene a mancare la capacità di vagliare le novità. Si capisce anche perché la metodologia scientifica faccia così fatica e infine, dolorosamente, si comprende anche il motivo per cui i finanziamenti alla ricerca (ossia quello sguardo verso il futuro) siano così bassi. C’è da chiedersi: ma se i valori sono tutti nel passato, se l’apocalisse è in agguato, se tutto questo è vero, allora che possono fare le persone giovani? Che contributi innovativi possono portare alla soluzione di problemi che ci sono, altroché, ma sono purtroppo complessi ed esigono per essere affrontati strumenti nuovi, integrazione costante e scambi culturali? Quale futuro ci aspetta? Il mondo si dovrebbe arrendere a questi nostalgici e apocalittici profeti di sventura? A libro finito, dopo aver letto una lunga serie di bizzarri comportamenti da popstar e soprattutto compreso un insieme di brutali incongruenze, viene voglia di recuperare due approcci: quello della fisiologia e quello della filologia. Essere fisiologi significa innanzitutto sapere come funzionano le cose. Spesso è proprio la nostra ignoranza sul funzionamento di un sistema a produrre danni e distorsioni. La filologia è ancora più necessaria: saper ragionare sulle fonti è di fondamentale importanza per ogni processo conoscitivo e dunque per una buona valutazione delle scelte. Per conoscere il presente bisogna essere archeologi e non nostalgici. Come ci mancano i filologi! Quelle persone che parlano solo dopo aver studiato attentamente i documenti, che sanno leggere un documento scientifico: quelle persone, ancora, che non hanno paura di ragionare sui dati a disposizione. Se avessimo, accanto alle popstar, più fisiologi e filologi, di sicuro la nostra comprensione del mondo migliorerebbe. O forse sarebbe bello se le nostre popstar fossero meno egoiste, meno chiuse nei propri territori tipici e si confrontassero con la cultura degli umili fisiologi e filologi, gli gnomi insomma, quelli che di notte, in segreto, muovono e migliorano il mondo.”