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venerdì 6 novembre 2009

Distrarsi per non morire... Pascal ed il diverstissment

Noia. Niente per l'uomo è insopportabile come l'essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un'occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Subito si leveranno dal fondo della sua anima la noia, la malinconia, la tristezza, l'afflizione, il dispetto, la disperazione.

Distrazione. Delle volte mi sono messo a considerare le diverse forme di agitazione degli animi, e i pericoli e le fatiche a cui si espongono, a corte come in guerra, e donde nascano tante contese, passioni, imprese audaci e spesso dissennate. Ho scoperto che l'infelicità degli uomini deriva da una sola cosa, che è quella di non riuscire a starsene tranquilli in una stanza.

Un uomo che ha mezzi sufficienti per vivere, se sapesse starsene a casa sua traendone piacere, non uscirebbe per mettersi in mare o all'assedio di una postazione. Non si comprerebbe così a caro prezzo un grado nell'esercito, se non trovasse insopportabile non andar via di città;e cerca le conversazioni e gli svaghi dei giochi solo perchè non riesce a stare in casa con piacere.

Ma quando ci ho maggiormente riflettuto e, dopo aver trovato la causa di tutti i nostri mali, ne ho voluta scoprire la ragione, mi sono reso conto che ce n'è una molto concreta, che consiste nell'infelicità intrinseca della nostra condizione debole e mortale, e così miserabile che niente ce ne può consolare, quando ci soffermiamo a pensarci.

Qualunque condizione ci si immagini, se si mettono assieme tutti i beni che si possono avere, l'essere re è la più bella condizione del mondo, ma ci si immagina tuttavia un re accompagnato da tutte le soddisfazioni che può prendersi. Se lo si immagina invece privo di svaghi mentre valuta e riflette su ciò che è, felicità e mollezze non lo sorreggeranno più, egli soccomberà inevitabilmente di fronte alle minacce che vede, alle rivolte che possono verificarsi, e infine alla morte e alle malattie che sono inevitabili; e così, se è privato di ciò che si chiama distrazione, eccolo infelice, più infelice ancora del più misero dei suoi sudditi che giochi e si possa distrarre.

Da ciò si desume perchè il gioco e la ricerca della compagnia femminile, la guerra, le alte cariche siano mete tanto ambite. Non che vi si trovi effettivamente della felicità, né che ci si immagini che la vera beatitudine consista nel denaro che si può vincere al gioco, o in una lepre che corre: non si accetterebbero come doni, se fossero offerti.

Non è questo possesso, molle e placido, e che ci lascia pensare all'infelicità della nostra condizione, che si ricerca, né i pericoli della guerra, né gli affanni delle cariche, ma è il frastuono che ci distoglie dal pensarci e ci distrae. ragion per cui si ama di più la caccia che la preda.

Ciò spiega il fatto che gli uomini amano tanto il chiasso e la confusione; ciò spiega perchè la prigione è una pena tanto orribile; ciò spiega perchè il piacere della solitudine è una cosa incomprensibile. E, infine, spiega che la ragione principale della felicità della condizione dei re è che tutti si sforzano incessantemente di distrarli e di procurar loro ogni sorta di piaceri.

Il re è circondato da persone che non pensano ad altro che a divertire il re e a impedirgli di pensare a se stesso. Perché è infelice, anche se è un re, se ci pensa. Ecco tutto quello che gli uomini hanno potuto inventarsi per rendersi felici.
E quelli che sull'argomento fanno della filosofia, e che giudicano assai poco ragionevole che la gente passi l'intera giornata a correr dietro a una lepre che non si vorrebbe aver comperato, non capiscono nulla della nostra natura. Quella lepre non ci impedirebbe la vista della morte e delle altre miserie, ma la caccia, che ce ne distrae, può farlo.
Essi si immaginano che, una volta ottenuta una certa carica, potrebbero subito riposarsi con piacere, e non avvertono la natura insaziabile della loro avidità. Credono sinceramente di cercare il riposo, e non cercano di fatto che l'agitazione. Sono mossi da un istinto segreto che li porta a cercare occupazioni e distrazioni all'esterno, che si origina dal sentimento delle loro miserie incessanti.

Sono però mossi anche da un altro istinto segreto, che è la traccia della grandezza della nostra natura primigenia, che fa intuire loro che la vera felicità non risiede in effetti che nella quiete, non nel trambusto; e da questi due istinti contrastanti si origina in loro un confuso proposito, che si nasconde ai loro occhi nel fondo della loro anima, che li spinge a tendere al riposo attraverso l'agitazione e a immaginare sempre che l'appagamento di cui non godono arriverà se, una volta superate alcune difficoltà messe in conto, potranno in questo modo aprirsi la via al riposo.

Così scorre tutta la vita. Si cerca il riposo combattendo una serie di ostacoli; e, una volta che li si è superati, il riposo diventa insopportabile; perchè si pensa alle miserie in cui ci si trova o a quelle che ci minacciano. E quand'anche ci si vedesse abbastanza al riparo da tutte le parti, la noia, di sua privata autorità, non farebbe a meno di venire a galla dal fondo del cuore, dove è naturalmente radicata, e di riempire lo spirito con il suo veleno.

domenica 30 agosto 2009

ricordare i morti

“Quando qualcuno muore le parole tinte di nero affogano in un oceano incapace di raccogliere le lacrime di tutti quelli che amarono intensamente colui o colei che li lasciò, per andare, si dice, in luoghi migliori di questo. Ciascuno conserva nel cuore anche solo un’immagine di quella creatura bianca ed è molto probabile che si ritrovi a lottare per non perderla, per non darla vinta all’oblio che, sovraccarichi di studi polisensoriali come siamo di questi tempi, rischia di addormentare la nostra coscienza, impallidire le nostre emozioni, disumanizzarci dunque, perché perdere memoria è perdere ciò che più di umano esiste al mondo. Perché l’uomo sa ricordare. E se a volte sembra che la struttura dei ricordi sia talmente solida da non far passare spiragli di luce sul futuro, in verità non poter ricordare è atroce, molto più del sentirsi schiacciati dalla sofferenza che il ricordo suscita in noi e che non è che un modo, forte, difficile da gestire, ma comunque un modo attraverso cui chi se ne andò si ripresenta, torna a vivere. Cedere all’illusorio tepore che garantisce la dimenticanza è il più efficace mezzo, invece, per far sparire ogni traccia e uccidere ancora i nostri antenati."

venerdì 28 agosto 2009

Lettera di suicidio virtuale da fb, di fatto mai avvenuto

Ed anche se non ve ne fotte niente, lo motivo pure.

Come un'ingenua credo ancora che il compito da portare avanti sia fare brillare sempre il cristallo che c'è in ognuno di noi. Cristallo umano, esposto a numerose rotture, ma che se si cura con assiduità, può resistere anche ai più devastanti attentati. Tutto ciò che dico è ciò che di me la memoria altrui non porterà ovunque quanto le mie azioni.
Chi pensa tanto, parla poco e agisce ancor di meno. Ma quelle poche azioni, non enfatizzate da inutile retorica, sono così corrette che ci si dovrebbe inchinare, probabilmente, davanti alla loro perfezione.
Che quelle poche azioni, allora, ci sia davvero una tradizione pronta ad accoglierle e diffonderle come esempi di ciò che, andando contro l'istinto, giocando contro il proprio interesse, ogni uomo e donna possono essere in grado di fare, se lo vogliono, è probabilmente il condensato del ritmo di una storia che si incammini verso l'umanità.
Ma noi non vogliamo più pensare, non vogliamo più curarci altro che del nostro cuoricino, del nostro portafoglio, del nostro benessere psico-fisico. Ed io che scrivevo e sognavo, pensavo pensavo e ripensavo addirittura a come poter "salvare" il mondo -anzichè me stessa- con la fantasia e la critica, stavo impunemente replicando ciò che addito come il più grande orrore del nostro tempo. Talvolta ero scomoda, sola ed insoddisfatta, ma era solo lì che il mio cristallo brillava.
Ed ora torno a lucidarlo, senza ambizioni smodate, senza prescrivere, senza atturrare, ma solo per sentirmi viva.
Non basta volere per essere vivi, ma se non lo si vuole non lo si sarà mai. E qui su fb non si agisce, non si vive, non abbastanza, almeno, per chi dovrebbe occuparsi di altro.
Andare controcorrente forse fa paura. Gli "intellettuali" si sono fermati sempre per colpa della solitudine.
Il rischio delle conseguenze è noto a tutti. Conserviamoci la pace. "Ma chi te lo fa fare?" "Fai un pò di sport!" "Fai del sesso! Cercati l'uomo semplice, ricco e con un bel pisello!", "Ridi e gioisci delle piccole cose!"..Già fatto. Deprimente per me, non posso farci niente.
I parenti, gli amici, pronti a giudicare nei loro salotti come demente, pazzo o tanto innamorato di sè da aver scelto di fare l'eroe incurante della vanità del suo atto proprio chi cerca di condurre difficili battaglie contro la consuetudine per amore di giustizia..sono loro che hanno sempre frenato i processi di rinascita. Ad uccidere è il ritrovarsi soli, sempre. Completamente soli, come fu per Calabresi, come fu per Dalla Chiesa, come fu per Falcone, per Borsellino, per quella lista infinita, incompiuta di persone che azzerano la distanza tra parola e azione, che non intendono soccombere all'immobilità, alla logica del "lamentarsi ma restare paralizzati" che sembra programmare i circuiti mentali della maggior parte dell'umanità, me compresa- specie negli ultimi mesi-.
Attivi e passivi. Le cose si cambiano, possono cambiare, ma non cambiano da sole. Se nessuno si spinge oltre l'ingiusta consuetudine, si lascia che la degenerazione si compia inesorabilmente, è ovvio che sia così.

Non cambierò il mondo, non mi credo di essere nessuno, ma voglio rispettarmi e se un giorno, solo se innamorata ed amata, mi sposassi e riuscissi a compiere il più bel miracolo naturale che c'è dato, giuro di aver cura che i miei figli conoscano cosa si nasconde dietro i valori oggi banalizzati e stremati dalle vicende che rimbalzano di bocca in bocca.
I miei figli, se mai dovessi averne, spero crescano con l'accortezza di smascherare gli impostori, distinguendo i veri professori che esprimono con pacatezza la concezione che sostiene il loro reale agire ed il loro sincero sperare, da quelli che si dipingono come amanti della giustizia, della libertà, della solidarietà solo per darsi un tono, giocando con la necessaria invisibilità dell'etica, approfittando indegnamente dello spazio di espressione libera che la democrazia offre a chiunque, dimenticando che la possibilità di far parlare chi offende, tradendoli, i diritti democratici, esiste solo grazie a chi quei valori li ha combattuti strenuamente, anche a costo della morte. E ricorderò loro quante volte io per prima sia stata retorica, falsa, incapace di tradurre in realtà ciò che avevo il dovere di capire fin dall'infanzia fosse più giusto, perchè nutrita, per mia fortuna, fin dai primi anni di vita di bellezza, ricerca, sensibilità sconfinata da due ex sessantottini ironici, tanto diversi da molti intollerabili radical chic e disincantati a matula che ho visto intorno a me.
E racconterò della mia lunga adolescenza, durante la quale, perdendomi troppo spesso seguendo i miei coetanei e sentendomi estranea seguendo le mie radici - naturali o che mi affannavo a costruire attraverso innesti di dubbia qualità-di instabilità ed incoerenza ne ingurgitavo davvero troppe.
Che sogni avevi? Mi chiederanno. E recuperare tutte le bozze di vari scritti, chiamare i vari amici con cui intavolai fortunate discussioni nelle giornate sì, ricordare le mie idee incendiarie, non sarà facile. Ripenserò all'amore, alle tante storie da soap vissute, leggerò magari qualche poesiuola noiosa delle mie e mi parrà di aver detto tutto. Che orrore.
Le idee infiammano e fanno muovere ed il progresso si è misurato sulle spazientite anime di chi ha scelto di lottare per i propri ideali, perchè lo spazio per scambiarsi sottovoce davanti ad una birra qualche opinione non l'aveva neppure! I salti bruschi della ragione, la mancanza di delicatezza nei dialoghi, la nascita di tutti i nostri discorsi dagli scontri armati di uomini che non potevano più tollerare la soppressione della libertà, l'uniforme del pensiero che si respirava non solo come un'atmosfera leggera, ma si viveva drammaticamente- e si vive tuttora- sotto i totalitarismi..dove andrà a finire il ricordo e l'onore della Resistenza?
Si è impopolari e noiosi a parlarne. Taci Silvia.
Ecco perchè mi estinguo da qui. In facoltà, in mezzo alle persone forse ancora posso tentare di essere me, ma qui mortifico me stessa oltre ogni misura ed ho il dovere di difendermi.

Se chi ha lottato per la nostra libertà avesse saputo che sarebbe stato questo l'uso che ne avremmo fatto, credo che avrebbe guerreggiato perchè si instaurassero dittature perpetue con comandanti sempre più feroci. Si ha libertà per essere più svegli, vivi, osservatori, energici. Non per ingannare, ma per usare una retorica che faccia a pugni con quella che mortifica ogni tensione verso la bellezza, la grazia, la giustizia, la verità, perchè ritiene di disporre già a sufficienza di ogni strumento per dire "è così". E, talvolta, arriva a guadagnare un " potere" immenso, diventando capace di imbrogliare un intero Paese, che assiste imbambolato o che, (in)coscientemente nauseato, non si cura più di lui.
"Per quanto noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti...."
Io torno con i Partigiani e tutti coloro che hanno creduto in qualcosa, non strisciando come dead man walking, incapaci di cicatrizzare le ferite delle delusioni necessariamente conosciute. Non ho più la forza di fare la Pasionaria, sono da un pò decisamente avversa a manicheismi rigidi stile "o ti curi del politico o ti curi del privato", ma voglio solo ricordare che esaltare l'importanza della lotta non è operazione da pazzi criminali. Non scorre nel sangue di chi si indigna un indomabile spirito bellicoso, non è un frustrato che vuole riversare le sue astinenze sessuali o altre varie delusioni accanendosi intollerabilmente. Sono gli occhi scocciati intorno a renderlo insofferente, perchè non può credere che non si percepisca intorno lo stesso scandalo. E viene isolato. Ucciso. Perchè fuori dalla caverna non ci vuole stare più nessuno.

Questa caverna virtuale oggi mi disgusta e non voglio raccontare ad ipotetici figli che era così che trascorrevo il mio tempo. Vado a cercare il sole, senza più timore di restare sola.
Viaggiare..riguadagnare lo spazio vero, sentire il dolore degli altri per dimenticarmi il mio e tentare di perdonare e capire sempre più a fondo quello che ho fatto a tantissime persone.
Che questo sia un "regime" sottile che strapazza le emozioni e livella ogni "critica" intelligente, funzionando come un detergente velenoso del pericoloso chiedersi perchè, dal momento che, anche quando ci tenta, banalizza necessariamente il tutto perdendosi tra milioni di pixel e test del cazzo, beh..giudicatelo voi. Solamente il giusto uso può ridimensionarne gli effetti negativi, certamente, ma io voglio essere radicale.
Per ritornare a vita, io, dunque, mi suicido da fb. Come protesta inutile, che vale solo per me, che resto in cerca perenne di rimuovere gli ostacoli al rincoglionimento deliberato.
La morta tornerà a parlare a settembre, probabilmente, quando forse sarò in un altro luogo ed il virtuale sarà necessario.
Ora sfrondo la testa, il cuore ed il corpo da tante illusioni e mi immergo nel reale, con tutti i colori e la crudeltà che ad esso appartengono.
Ho comunicato spesso in modo gradevole con questo tempo tecnologico, mi sono anche divertita, ma rispetto ciò che fui e in cui credetti, e desidero lasciare altre tracce in questo mondo.
Abbiate cura del vostro cuore e del vostro intelletto.
I miei sono entrambi deboli e ho bisogno di farmaci molto potenti che qui non posso trovare.

Pensierini sulla "verità" (una delle mie note su fb)

La verità forse non esiste, ma se esistesse non è detto che la si saprebbe trattenere presso di sé. Non è facile sopportarla, si può impazzire. Bisognerebbe invece imparare a reggere la verità. C’è qualcosa di strettamente specifico nella natura dell’uomo e della donna che li allontana dal riconoscere con piena certezza la verità riguardo al giudizio sulla propria persona, la verità delle esternazioni degli altri e la verità su fatti che non conosce, ma il racconto dei quali pare troppo distante dalle proprie previe impressioni perché possa ammettersi verosimile, figuriamoci se “vero”.
Dire il falso è sempre possibile, nessuno garantisce che sia vero ciò che si è detto.
È solo un problema di fiducia?
No. Non lo è. Non ci fidiamo perché non possiamo fidarci. Io mi fido nel momento in cui non perdo troppi vantaggi nella mia vita. Altrimenti, anche consapevolmente, preferisco convivere con la falsità, arrendermi ad essa ed imparare a gestirla come se non esistesse, continuando, per altro, a sostenere le mie ragioni, perché mi servono, perché sono mie e se me le tolgono io non esisto più.
A volte ci si rende conto dopo necessariamente che quel che avevamo dato per falso era verissimo, ma non l’avevamo voluto considerare tale perché non potevamo tollerare di dover ridisegnare costellazioni di pensiero che ci avevano richiesto le fatiche di una vita. Dunque di menzogne occorre campare, se non si desidera trascorrere una vita da matti. L’uomo e la donna comune hanno quasi un’incapacità ontologica a vivere nella verità. È così, la verità non la si regge non perché non ci si sappia fidare di essa, ma perchè non potrà mai tramontare il bisogno estremo di falsità che, solo, consente ad uomini e donne di sopravvivere?
Probabilmente si. E Nietzsche è stato il filosofo che forse più di ogni altro ha reso possibile la scoperta di questa “VERITÀ”.
La verità è che l’uomo e la donna non amano la verità.
L’uomo e la donna non amano la verità di sapere che non amano la verità, quindi.
E non riconosceranno mai che la falsità è alla base del loro vivere, cercheranno di renderla più presentabile, perché il pregiudizio avverso alla falsità è millenario e non crollerà mai.
Chi potrà asserire di dire bugie con tranquillità, senza aspettarsi di venir guardato con disprezzo feroce da chi, pure, ha una vita non priva di ombre ma non trattiene l’orrore davanti ad espressioni così inconsuete e “pericolose”?
Se ammetti candidamente di non dire la verità, nessuno ti crederà più.
La fiducia è fondamentale. Sia quando ascolto gli altri che quando parlo devo aver fede della verità di ciò che viene messo in ballo, perché non posso sempre testimoniar con prove la certezza di ciò che vien detto, come se mi trovassi in tribunale, in una causa senza termine, per un processo in cui non capisco mai se sono parte lesa o imputata principale, attaccata ferocemente dall’accusa, visto che sono l’uno e l’altro sempre.
Ma l’aver fede, che costa fatica immensa tutelare, viene forse stritolato davanti alla resa di chi si accorge che conviene, dopo tutto, fare finta di nulla, presentare un’altra verità, che offenda di meno, che mieta meno vittime, perché il suo effetto abbacinante è catastrofico, non ci si può permettere stragi devastanti.
E allora si dicono bugie ma non si ha la forza di ammettere che siano tali, inventandosi di voler vivere nella verità e volerla cercare durante la propria esistenza. È solo un’invenzione, dal momento che si lascia che quella rimanga uno spaventapasseri, non una vitale pulsione che regola gli sforzi comuni di cercar di dire le cose come stanno.
Si deve negoziare camuffando, sorridere celando, rassicurare mentendo. Fino a dimenticarsi che quelle erano bugie, fino a non aver più in mente il dolore della scoperta e il movimento repentino di accantonare tutti gli appigli che avrebbero condotto facilmente un commissario a smascherare il colpevole.
Si sceglie di salvare altro, per amore di quiete. Perché va salvaguardata la pace, l’armonia, la dignità dell’uomo (oooh), il quale potrebbe trovarsi improvvisamente esposto al pubblico ludibrio.
Chi si permette di alzare un attimo la voce, subito viene accusato di essere un censore compassato, che ha sbagliato epoca, è retorico, anacronistico, giurassico, duro, conservatore, incapace di accettare la flessibilità ed il caos positivo di questi tempi post-moderni. Tempi che pretendono un dialogo costante tra le parti, un tentativo di giungere ad un compromesso che faccia giustizia delle troppe vittime che un dogmatismo furioso ha lasciato appartenessero a tutte le epoche passate, senza aver nemmeno il coraggio di recitare un mea culpa.
PARENTESI FILO-FILOSOFICA:Oggi non abbiamo più dogmi da sbandierare e non relativizziamo nulla, perché sappiamo che il dogmatismo e il relativismo sono mali oscuri, parenti stretti tra di loro, privi della sostanziale resipiscenza che aveva indicato a tutti Heidegger, suggerendo l’arretrare dell’uomo (e della donna, il Dasein, insomma) in una radura dove attendere l’essere, il suo avvento illuminante che lo protegge e che si chiama alètheia.
Nascondere. Non nascondimento. Quando finalmente ciò in cui viviamo sempre, questa condizione di finzione e falsità verrà riconosciuta per quello che è, e la svelatezza si realizzerà, come un evento, senza compiersi nel cervello di un singolo ma nella coscienza di tutti, quando questo magnifico evento accadrà non può dirlo nessuno. E nemmeno Heidegger lo preconizzò, né lo credette possibile. La nausea lo vinse, il disgusto per non aver potuto invertire le leggi della temporalità, lui che le aveva comprese meglio di tutti, lo annientò, lasciandogli come unica, splendida consolazione la poesia, lo stentato balbettare, che, allontanandosi dalla barbara pretesa di imbrigliare qualcosa, pure non può salvare chi continua ad annaspare nel nascondimento senza intenzione né di lavorare per scoprire il celato né di attendere che si faccia essere.
Dopo Heidegger cosa succede? Lasciando stare la sua filosofia piegata alla fine quasi ad un misticismo- è ben più complesso, sto dicendo poca verità, ma devo stringere..-, come possiamo comunque tentar di pronunciarci correttamente, oggi, sulla verità? PARENTESI CHIUSA.
Se la verità arriva sempre dopo, nelle fasi di passaggio giunge quando l’epoca che sta per cominciare sta già cedendo il testimone al periodo che succede quella, di cui non possiamo immaginare contorni, né possiamo osare dipingere come funereo.
Si proclama tanto la messa in discussione delle proprie stentate certezze, si invocano a gran voce rivoluzioni paradigmatiche come uniche strade per progredire sulla strada dell’umile conoscenza, ma quanto poco in effetti ciò si realizzi lo si vede anche negli ambiti accademici, dove di queste cose si discute giornalmente, ma non è raro che ci si trascini lapalissiani errori per anni, per non aver voluto dare ascolto a chi li additava come tali.
Tra la verità e chi la cerca si staglia un mare di superbia.
Forse generalmente non c’è nemmeno bisogno di vivere questo scarto come un dramma. Magari non occorre, si aggiungerebbe gratuitamente soltanto un altro motivo di sdegno per la propria specie che sembra digerire per lo più con facilità la propria indifferenza all’appurare certe faccende, restando orgogliosamente attaccata alla propria idea, sia pur clamorosamente smentita da fatti indubitabili.
L’uomo e la donna che si dicono dediti alla filosofia ( e dico dentro e fuori dalle accademie...chiunque voglia pensare, insomma..) cercano la verità, però, (o forse pensano che qualcuno, foss'anche la stessa coscienza,aspetti che venga svelata dalle loro ricerche) in un modo molto più radicale.
Solo l’uomo e la donna che non si accontentano di nulla, che vogliono domandare tutta la vita, cercare senza sosta, perennemente inquieti, potranno avvicinarsi un po’ di più all’insostenibile assenza della “verità”,senza restare travolti dalla scoperta e senza rassegnarsi al proliferare di inefficaci e ingannevoli formule di retorica consolante.
Per questo orrori come quelli che accadono intorno, vicinissimo e lontanissimo da noi, vengono difficilmente digeriti e si vorrebbe poter trasformare la consapevolezza della verità in giustizia.
Ma il vero ed il giusto coincidono da sempre molto poco.
Aver chiarito interamente qualcosa, anche ammesso che si possa davvero fare, dovrebbe poi essere giudicato. E i conflitti assiologici diventano infiniti.
Ma di fronte alla "verità"- Berlusconi- verità ben diversa da quella tormentosa "esistenziale" di cui parlavo prima e che ciascuno ha illuminato a proprio modo, che non sarà mai intera ma sempre in divenire, ok, ma è tanto evidente da lasciare una traccia quanto meno di sdegno in ogni uomo- ecco, come può di fronte a questa specifica verità ancora resistere un possibile tentativo di difesa del nostro Premier?
La condanna non è unanime.
L'Italia, dunque, ama prendersi per il culo. Non è una novità. E se non cerca verità, inutile aspettarsi che possa aspirare ad una qualche minima forma di giustizia.
Non c'è più nemmeno rabbia in me. Non c'è nemmeno pietà. Solo una gelida ammissione di vivere in una squallida realtà che però è mia, nostra e abbiamo il dovere di continuare ad osservare, capire, raccontare, perchè questa minoranza di inquieti che siamo non venga fatta affondare per sempre da gente sicura, stanca di chiedersi il perchè.

...

Il mondo, in sè, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell'uomo (A. Camus)

L'uomo deve comunque esprimersi. E deve farlo bene. Dev'esserci un consenso perché i suoi pensieri non vadano perduti. Ma oggi che quel consenso manca, si procede ad oltranza, anche senza trovarlo. Perché ciò che senz'espressione muore è la più importante caratteristica dell'uomo. Muore l'uomo.
Ed esprimersi virtualmente? Uno dei tanti modi, ma spesso diventa un covo del brutto. Il bello lo immagino ancora, infatti, fuori dal web, perché il sintetico umano che cerco è profumato, come un quadro, come la carta, come la voce stessa- dipende dall'alito...:)-.
E qui odore non ce n'è.
Sarà per questo motivo che, esteta a lungo dell'espressività, mi sono convertita all'idea di farmi un blog con molta riluttanza e solamente quando ero molto lontana, per un'estenuazione difficile da spiegare qui, dalla concezione di bellezza.
Ma è quella che mi vorrei impegnare a cercare, rendendola sempre meno una tensione retorica capace di rendermi solo frustrata e nevrotica.
Una bellezza fluida, che combatta il "desiderio violento di chiarezza", eppure cerchi tenacemente di sfiorare la luce.

lunedì 3 agosto 2009

Il corpo delle donne

Ho deciso. Io mi faccio la mia faccia.
Combatto la plastica, non voglio più vergognarmi della mia vulnerabilità e continuerò a provare sempre più insistentemente un confronto con maschietti capaci di mettere in discussione quella che- consapevolmente o meno, ed esacerbando o meno qualcosa che da secoli si è più volte ripetuto in ogni luogo del pianeta-, per loro sta diventando una seconda natura (alludo allo sguardo e all’istinto da macellaio).
Chi ha la colpa? Non è questa la mia domanda oggi. È una domanda per le donne: sappiamo trovare un punto archimedeo a prescindere dal consenso ricevuto? Se ammettiamo la fragilità, non crolliamo inesorabilmente? Chi siamo? Cosa stiamo diventando?
Questo si chiede fondamentalmente Lorella Zanardo ed è ciò che più mi preoccupa del mio sesso… e che ha portato più volte anche me, ed anche in tempi estremamente recenti, ad un passo dalla follia più totale.
Ma non esistono generalizzazioni che tengano, perché ogni donna risponderà in un modo unico a queste domande vivendo. Ciascuna ha una storia a sé. E se il sesso “forte” (ahhhahahh..altra ennesima ingiusta generalizzazione) imparasse a rispettare, con pazienza notevole ed attenzione, quale essa sia, forse potrebbero attenderci giorni meno peggiori, chissà.
Ci si “riconosce”, comunque, reciprocamente...la peculiarità di ognuno è invisibile solo per chi non vuole soffrire e preferisce inchiodare ad una comoda definizione il vissuto, il sentire, la differenza irriducibile di chi ha di fronte. E se questo vale per ogni tipo di rapporto tra due esseri umani, tutto ciò si complica nel confronto maschile-femminile.
Ciascuno ha il diritto ed il dovere, la responsabilità dunque, di non sprecarsi, colpevolizzando l'altro della mancata giusta percezione di quel che si è (meglio dire, ho imparato per sempre, si “diviene”).
L'identità è un cantiere aperto. Chi potrebbe dichiarare il lavoro finito non sarebbe più nemmeno un corpo, né un volto che emoziona..ma solo un mucchietto di ossa!
La società può essere oscena, i miti, le chiacchiere nauseare oltre misura. Ma non c'è alibi alcuno.
Sono insomma d’accordissimo con Lorella Zanardo. E so quanto sia estremamente difficile non solo impegnarsi a non vergognarsi della propria faccia- del proprio corpo in generale- accettando ogni vulnerabilità, ma trovare intorno il calore che concede di incominciare, continuare e non demordere da questa missione che dura una vita:)
Auguri, alle donne e agli uomini con la schiena dritta, i volti flessibili ed intelligenza e sensibilità da raffinare di continuo..

Riflessioni sull'azione

Mi sto rassegnando alla mediocrità????
Ascolto abbastanza? No.
Il pensatore…pensare non equivale a fare bene. Chi pensa sulla scia della tradizione si sentirà capace di fare riflessioni illuminanti che siano capaci di dirozzare le anime altrui. Chi manovra il pensiero avverte il potere grandioso di cui può partecipare astraendosi dalla concretezza volgare in cui si affaccendano gli altri. È questo sguardo di onnipotenza, questa inconfessabile sensazione di grandezza e superiorità che il filosofo deve distruggere.
Se io penso cambio il mondo? Affino idee. Le rendo chiare. Le porto ad espressione con fatica…ma cosa cambio? Cambio me. Mi sento soddisfatta ed autorizzata per questo ad annunciare la mia scoperta, credendola magnifica.
Focalizzarsi sulla potenzialità del pensiero di trasformare le cose non è una resa, non è una risata sprezzante in faccia alla metafisica. Allora avevano il diritto di pensare, perché non “sapevano” con questa rapidità che rende un uomo di strada più informato di un filosofo impegnato a tradurre Leibniz, ciò che succede nel mondo. La sfida è riuscire forse ad avere l’occhio del mondo? Potersi intendere su tutto? Poter dire la propria su ogni argomento, politico, sociologico, letterario che vada dal Congo alla Corea? Questo vuol dire essere un filosofo dell’era globale?
No di certo. Torna la necessità di affannarsi alla ricerca dell’umano, con un quintale di consapevolezza in più rispetto ai Greci, e una ricerca dell’umano nel rapporto con l’infinito, rappresentato dalla infinità del mondo. È il rapporto tra me e te, la soggettività, l’intersoggettività…lo stiamo vedendo, quanto è nobile finalmente che i teoreti si pronuncino a favore dell’etica, non distinguendosi più dagli studiosi di “filosofia morale”.
La teoretica è morta? Cosa è la teoretica? Spiegare Kant, Hegel ed Aristotele anche alle pietre. Non perdere la tradizione occidentale e agire con la razionalità per poter portare avanti una convivenza lontana da violenza in un mondo che è sul punto di esplodere per diverse ragioni. Si. Ma non è ancora tutto. La filosofia deve impegnarsi a salvare i deboli.
L’affascinante terreno della “comprensione” indagato da Gadamer risulta asfittico se la comprensione che ha in mente è comunque una comprensione tra persone che già hanno compiuto la scelta per la razionalità.
Il sangue, la menzogna sempre possibile, la sete di ricchezza…tutto ciò che è umano, perché è comunque l’uomo che le incarna queste certezze, sdegnano la maggior parte dei filosofi, che pensano di essere già dietro la sbarra, la rigida demarcazione che li separa da tutti coloro che, ignobilmente, si appellano ai sensi, dimenticando la ragione e la pietà.
Ma finché non tenterà di conoscere a fondo le loro “ragioni”, non imparerà a prendersi meno sul serio proprio per essere molto più serio, misurandosi con il totalmente altro, il filosofo come potrà sul serio contemplare l’universale?
Sentirsi solo una piccola parte. Ma una piccola parte grandiosa, che può davvero incidere sul reale. Questo dovrebbe essere il monito che guida chi pensa il pensiero oggi.
Funziona? Come funziona un pensiero? Quando sorge? Dove sorge, come lo vedo, se, non solo lo pronuncio, ma non mi rassegno finché non ne vedrò una sua plausibile concretizzazione?
I pensieri…i pensieri..matassa aggrovigliata insapore se non agente.
Questa è una delle poche certezze che ho e non voglio distruggere.
Ci hanno insegnato che la fuga è importante, fa parte dell’uomo. Ci ho creduto in questi mesi. Mi sono aggrappata a questa dolce camomilla, che mi ha lasciato dormire in tranquillità mesi post-lauream, dimenticando l’urgenza da cui era sorta la fenomenologia del rifiuto.
Incantare, sedurre, potere, potere…come immagini sia l’uomo? Ognuno lo colora con i pastelli che la tavolozza dei colori genetici e dell’esperienza gli hanno fornito. Il tuo uomo, professore, forse non somiglia al mio. Intendiamoci sul senso dell’uomo. Hai nevrosi anche tu? Si, impossibile non averne. Lo immagini un uomo forte e capace di dire no con la ragione? Perché fumi, allora?
C’è una bel capitolo sull’indifferenza in "Elogio della fuga" di Laborit, che dice:
“Ogni uomo che sia degno di essere uomo desidera vivere la vita in Modo Estremo. Contentarsi di quanto ci è dato è proprio degli schiavi. Chiedere di più è proprio dei bambini. Conquistare di più è proprio dei pazzi, poiché ogni conquista è.
Vivere la vita in Modo Estremo significa viverla fino al limite, ma ci sono tre modi di farlo e ogni anima superiore deve sceglierne uno. Si può vivere la vita all’Estremo attraverso il suo possesso estremo, attraverso il viaggio di Ulisse, attraverso tutte le sensazioni vissute, attraverso tutte le forme di energia esteriorizzata. Però in ogni epoca della Storia sono pochi coloro che possono chiudere gli occhi con una stanchezza che sia la somma di tutte le stanchezze; coloro che hanno posseduto tutto in tutti i modi.
Sono rari dunque coloro che possono esigere e ottenere dalla vita che essa si abbandoni loro corpo e anima; che sanno non essere gelosi della vita perché sanno avere per lei un completo amore. Eppure questo deve essere, senz’altro, il desiderio di ogni anima elevata e forte. Però quando quell’anima constata che ogni realizzazione le è impossibile, che le manca la forza di conquistare tutte le parti del Tutto, le restano due strade da seguire. La prima è l’abdicazione totale, l’astensione formale e completa, relegando alla sfera della sensibilità ciò che non si può possedere pienamente nella sfera dell’attività e dell’energia. È mille volte preferibile non agire che agire inutilmente, frammentariamente, insufficientemente, come succede alla superflua e vana maggioranza degli uomini. L’altra è la strada del perfetto equilibrio, la ricerca del Limite nella Proporzione Assoluta; strada attraverso la quale l’ansia di Estremo transita dalla volontà e dall’emozione fino all’Intelligenza. E in questo caso l’ambizione non è di vivere tutta la vita, e di sentire tutta la vita, ma di ordinare tutta la vita, di realizzarla in Armonia e Coordinazione intelligente.
L’ansia di capire, che per molte anime nobili sostituisce l’ansia di agire, appartiene alla sfera della sensibilità. Sostituire l’Intelligenza all’energia, rompere l’anello fra la volontà e l’emozione, spogliando d’interesse tutti i gesti della vita materiale: questo vale più della vita, che è così difficile da possedere completamente e così triste da possedere parzialmente.
Dicevano gli argonauti che navigare è necessario ma che vivere non è necessario. Noi, argonauti della sensibilità estenuata, diciamo che sentire è necessario ma che non è necessario vivere.”

Bello anche Pessoa:
"Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità. La qualità principale nella pratica della via è quella qualità che conduce all’azione, cioè la volontà. Or dunque ci sono due cose che disturbano l’azione: la sensibilità e il pensiero analitico, il quel ultimo non è altro, in fin dei conti, che il pensiero dotato di sensibilità. Ogni azione è, per sua natura, la proiezione della personalità sul mondo esterno. E siccome il mondo esterno è in grande parte composto da esseri umani, finisce che la proiezione della personalità consiste essenzialmente nel mettersi di traverso sulla strada altrui, nell’ostacolare, nel ferire e nello schiacciare gli altri, a seconda del nostro modo di agire.
Per agire, dunque, è necessario che non immaginiamo con facilità la personalità degli altri, i loro dolori e le loro allegrie. Chi ha della simpatia non agisce. L’uomo di azione considera il mondo esterno come se fosse composto esclusivamente di materia inerte; inerte in se stessa, come un sasso che calpesta o che allontana dalla strada, o inerte come un essere umano che, non avendo potuto offrirgli resistenza, tanto fa che sia uomo o sasso – perché come il sasso è stato preso a calci o calpestato.
L’esempio più perfetto dell’uomo pratico è costituito dallo stratega, perché costui unisce l’estrema concentrazione dell’azione alla sua estrema importanza. Tutta la vita è guerra, e la battaglia è dunque la sintesi della vita. Ora lo stratega è un uomo che gioca con la vita come il giocatore di scacchi con i pezzi. Che ne sarebbe dello stratega se pensasse che ogni mossa della partita getta la notte in mille focolari e disperazione in tremila cuori? Che ne sarebbe del mondo se fossimo umani? Se l’uomo avesse veri sentimenti non ci sarebbe civiltà. L’arte serve come fuga per la sensibilità che l’azione ha dovuto dimenticare. L’arte è la Cenerentola che è rimasta a casa perché doveva essere così.
Ogni uomo di azione è essenzialmente animoso e ottimista, perché chi non ha sentimenti è felice. Un uomo di azione è riconoscibile dal fatto che non è mai di cattivo umore. Chi riesce a lavorare anche quando è di cattivo umore, è un sussidiario dell’azione; nella vita, nella grande generalità della vita, può essere un contabile, come io lo sono nella particolarità della vita. Ma non può governare le cose o gli uomini. Il governo presuppone l’insensibilità. Governa colui che è allegro, perché per essere triste bisogna sentire.
Il principale, il signor Vasque, oggi ha concluso un affare rovinando un individuo malato e la sua famiglia. Mentre portava a termine l’operazione si è completamente dimenticato di quell’individuo, se non in quanto controparte commerciale. Concluso l’affare, gli è venuta la sensibilità. Solo dopo, naturalmente, perché se gli fosse venuta prima l’affare non si sarebbe mai concluso. “mi dispiace per quel tipo”, mi ha detto, “si troverà in miseria”. Poi, accendendo il sigaro, ha aggiunto: “in ogni modo, se avrà bisogno di qualcosa da me” (intendeva un’elemosina) “io non dimenticherò che gli devo un buon affare e qualche migliaio di escudos.”
Il signor Vasques non è un bandito: è un uomo di azione. Colui che ha perso la sfida in questo gioco può di fatto contare sulla sua elemosina per il futuro, poiché il signor Vasques è un uomo generoso.
Come il signor Vasques sono tutti gli uomini d’azione: capitani d’industria e uomini di commercio, politici, militari, idealisti religiosi e sociali, grandi poeti e grandi artisti, belle donne, bambini viziati. Chi è insensibile, comanda. Vince colui che pensa solo a ciò che gli serve per vincere. Il resto, che è l’indistinta umanità amorfa, sensibile, immaginativa e fragile, non è altro che il panno di fondo sul quale risaltano i protagonisti della scena finché il dramma delle marionette non finisce: il piatto fondale a quadri dove stanno i pezzi degli scacchi finché non li ripone il Grande Giocatore, che illudendosi di avere un avversario si balocca e gioca sempre con se stesso.”

Ma, dunque, agire per chi è possibile? E a chi è finalizzato? Sempre solo a sé stessi? Chi è il mio prossimo? Se anche riuscissi ad individuarlo, visto che per compiere azioni verso di lui non devo "sentire" e quindi "sentirlo", ogni azione nei suoi confronti sarà poco pietosa?
Come si esce dalla paralisi?
Semplice. Smettendo di chiedersi perché, o, meglio, lasciando ad una regione dell'interiorità la continua opera d'indagine, ma mentre si agisce, con il cuore e la mente attivi e senza pensare che sia un sacrificio che tolga qualcosa.
E se non arricchisce? Si sorride e si va avanti.

pensieri di novembre 2008

Scrive mons. Rino Fisichella;
“In un periodo come il nostro, in cui la libertà soffre di una cronica schizofrenia, resa ancora più pericolosa dagli effetti illusori proposti, dovremo pur chiederci dove si trovi la vera libertà e non una sua parvenza. Conditio sine qua non per una crescita personale e sociale che giunga a una piena identità e maturità. Certo, io sono libero. La condizione di possibilità per la libertà soggettiva è uno dei dati acquisiti; eppure, permane intatta la questione se nel momento in cui rifiuto la verità con cui sono venuto a contatto sono veramente libero. La libertà di scelta, infatti, non può essere posta semplicisticamente come capacità di accogliere alcune verità e rifiutarne altre. Rinchiudersi alla verità è libertà o tradimento? È intorno a questa domanda che ci si divide e le interpretazioni con i dovuti distinguo si moltiplicano. Se, tuttavia, l’immissione nella verità permette il dischiudersi di un’infinita possibilità di conoscenze, come può realizzarsi una libertà vera, se con un atto di scelta impedisco di accedere a una conoscenza più profonda del mio mistero personale? Delle due l’una, o rifiuto di essere un enigma a me stesso oppure scopro l’insondabilità della verità e la necessaria tensione verso di essa.”
Io commento: ma potrei arrivare a dire che la verità sono io, è l’enigma che io rappresento, ciò che posso diventare, e la tensione che intendo mantenere sempre attiva è quella verso la verità che rappresento. E per farlo, per mantenermi in tensione, esploro, cerco, mi incuriosisco di tutto, senza diventare mai tuttologo, senza cedere alla stanchezza del non aver afferrato altro che pochi bagliori e molti oceani di nulla, senza abdicare all’entusiasmo e senza soprattutto giungere-proprio perché resta comunque una TENSIONE eterna- all’idea di bastarmi, ma andando di continuo OLTRE me, imparando come in questo si nasconda la più nobile delle occasioni gratificanti, che solo in apparenza sembrano in conflitto con quella ricerca di benessere, che osserva ogni gratuita azione verso l’altro come una violazione del proprio equilibrio.
Se gli altri, cioè, e tutti i gesti che il loro essere intorno a me mi impongono di fare, vengono vissuti come momenti di ricerca del me, e non “altro”, che mi cancella, che mi fa soffrire, che mi toglie il tempo che potrei dedicare alla lettura dei romanzi russi, bene, se gli “altri” diventano la molla più forte perché la strada verso il me si arricchisca di senso, già l’uomo occidentale potrebbe aver trovato una ragione valida per non creare degli idoli, e tuttavia rispettare l’etica, la democrazia, la libertà degli altri e del sé.
Perché queste non le percepirà più come in lotta, ma, avendo chiaro come il sistema del riconoscimento reciproco sia costituito, si impegnerà gradualmente a rispettarlo.
Questo è ciò cui dovremmo mirare. Non si tratta, dunque, di domandarsi se la possibilità della convivenza umana sia con o senza Dio.
Il riassunto della posizione di Fisichella nell’intervento “etica trascendente” è : “è il momento di recuperare in modo serio il tema della legge naturale come il principio a cui ricorrere in una società laica e pluralista. Da ogni parte si voglia guardare, senza preconcetti o visioni ideologiche, ci si incontra con la stessa idea di fondo: esiste una legge, deve esistere una legge, che non ha l’uomo come autore”.
La legge è il viso dell’altro, che è il solo capace di guardarmi e ricordarmi chi sono. Ed è un viso che non posso offendere, perché offenderei me stesso. Ora, chi la dà questa legge, se non la natura, che ci ha messo tutti qui, insieme, a coesistere e a chiederci di non distruggerci? Perché distruggerci?
La tracotanza, il bisogno di andare oltre quel po’ che la vita dà, illude l’uomo occidentale da sempre. Lo rende il più deinos degli esseri viventi, come dice Heidegger, perché non solo si innalza sulla natura-primo movimento della sua violenza- ma pretende di manipolarla, assoggettarla, impedendo all’Essere, che è oltre l’uomo, la pianta, il sasso ed il cielo, di affacciarsi nel raggio della sua contemplazione, della sua custodia.
Se l’uomo ricordasse a sé stesso che è l’unico capace di percorrere l’esistenza cercandosi per farsi custode dell’Essere e come tanto bisogno di “eticità” nasca proprio dal potersi fare più accogliente, sarebbe semplice immaginare una realtà diversa.
Ma l’uomo che ha in mente Heidegger è ancora troppo distante dall’uomo che il filosofo dovrebbe finalmente cercare di individuare nelle sue discussioni.
Lo è certamente meno di quello di Gadamer, ma ancora non è “l’uomo”. L’uomo può essere tutto e niente, e non c’è umanità. Forse ha ragione Pessoa:

“Sono nato in un’epoca nella quale la maggior parte dei giovani avevano perduto la fede in Dio, per la stessa ragione per cui i loro padri l’avevano posseduta: senza sapere perché. E dunque, dato che lo spirito umano teso per sua natura alla critica, non perché pensa, ma perché sente, la maggior parte di quei giovani ha scelto l’Umanità come surrogato di Dio. Ma io appartengo a quella specie di uomini che stanno sempre a margine di ciò a cui appartengono e che non vedono soltanto la massa alla quale appartengono, ma anche i grandi spazi che esistono vicino. Perciò non ho né abbandonato Dio così totalmente come gli altri, né ho mai accettato l’Umanità. Ho argomentato che Dio, essendo improbabile, potrebbe esistere; e dunque sarebbe lecito che fosse adorato; e che al contrario l’Umanità, essendo una mera idea biologica e non significando altro che la specie animale umana, non è degna di essere adorata più di qualsiasi altra specie animale. Questo culto dell’Umanità, con i suoi riti di Libertà e Uguaglianza, mi è sempre sembrato un ritorno di quei culti antichi nei quali gli animali erano come dèi o gli dèi avevano teste di animali.
Così, non sapendo credere in Dio, e non potendo credere in un insieme di animali, sono rimasto, come altri della riva delle genti, in quella distanza da tutto che comunemente è chiamata la Decadenza. La Decadenza è la perdita totale dell’incoscienza; perché l’incoscienza è il fondamento della vita. Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe.
A chi come me vive e non sa avere vita, che cosa resta se non, come ai pochi altri simili a lui, la rinuncia come modo e la contemplazione come destino? Non sapendo che cos’è la vita religiosa né potendolo sapere, poiché non c’è fede attraverso la ragione; non potendolo avere fede nell’astrazione dell’uomo né sapendo d’altronde che farne, ci restava, in quanto ragione di avere anima, la contemplazione estetica della vita. E così, estranei alla solennità di tutti i mondi, indifferenti al divino e disprezzatori dell’umano, ci dedichiamo futilmente alla sensazione senza proposito, coltivata in epicureismo esacerbato come lo richiedono i nostri nervi cerebrali.
Accogliendo dalla scienza soltanto quel suo precetto basilare secondo il quale ogni cosa è soggetta a leggi fatali, contro le quali non si reagisce spontaneamente perché la nostra reazione significa che quelle leggi ci hanno fatto reagire; e verificando come quel precetto concorda con l’altro, più antico, della divina fatalità delle cose, noi rinunciamo allo sforzo come le persone gracili rifuggono dagli esercizi degli atleti, e ci cuciamo sul libro delle sensazioni con il grande scrupolo dell’autentica erudizione.
Non prendendo niente sul serio, e pensando che non ci sia stata data altra sicura realtà se non le nostre sensazioni, in esse ci rifugiamo e le esploriamo come grandi paesi sconosciuti. E se ci dedichiamo assiduamente non solo alla contemplazione estetica ma anche all’espressione dei suoi modi e risultati, ciò avviene perché la prosa o il verso che scriviamo, privo della voglia di voler convincere l’altrui intelletto o di smuovere l’altrui volontà, è soltanto come il parlare ad alta voce di chi legge, che serve a dare piena oggettività al piacere soggettivo della lettura.
Sappiamo bene che ogni opera deve essere imperfetta, e che non c’è contemplazione estetica meno sicura della contemplazione estetica della nostra scrittura. Ma imperfetta è ogni cosa, e non c’è tramonto così bello che non potrebbe essere ancora più bello, o lieve brezza portatrice di sonno che non potrebbe darci un sonno ancora più calmo. E così, contemplatori in ugual modo delle montagne e delle statue, godendo i giorni come godiamo i libri, sognando tutto per convertirlo in primo luogo alla nostra sostanza intima, faremo anche descrizioni e analisi che, una volta fatte, si trasformeranno in cose estranee che potremo assaporare come se arrivassero al crepuscolo.
E questo non è lo spirito dei pessimisti, come quello di Vigny per il quale la vita era una prigione dove egli intrecciava della paglia per distrarsi. Essere pessimisti significa prendere ogni cosa in modo tragico, e tale atteggiamento è un’iperbole e un fastidio. È pur vero che possediamo concetti di valore da applicare all’opera che produciamo. La produciamo certamente per distrarci; ma non come il prigioniero che intreccia fili di paglia per non pensare al Destino, semmai come la fanciulla che ricama cuscini, per distrarsi e niente più.
Considero la vita una locanda dove debbo fermarmi fino a quando non arriverà la diligenza dell’abisso. Non so dove essa mi porterà perché non so niente. Potrei considerare questa locanda una prigione, perché qui sono costretto ad aspettare; potrei considerarla un luogo di socialità, perchè qui mi ritrovo con gli altri. Eppure non sono né impaziente né uguale agli altri. Lascio coloro che si chiudono in camera e si distendono pigramente sul letto in attesa insonne, lascio costoro a ciò che essi sono. Lascio coloro che chiacchierano nei salotti da dove mi arrivano comodamente musiche e voci, lascio costoro a ciò che essi fanno. Io mi siedo sulla soglia e immergo il mio sguardo e il mio udito nei colori e nei suoni del paesaggio e canto piano piano, per me soltanto, dei vaghi canti che compongono nell’attesa.
Poi, per tutti noi scenderà la notte e arriverà la diligenza. Mi godo la brezza che mi è data e l’anima che fu data per godere la brezza, e non interrogo e non cerco altro. Se ciò che lascerò scritto nel libro dei viandanti, ammesso che qualcuno un giorno lo legga, potrà intrattenere questo qualcuno nella traversata, sarà bene. Se nessuno lo leggerà, se nessuno si intratterrà, sarà bene lo stesso."

Perché non accolgo questa pregevolissima esteticamente posizione? Perché è un modo per non fare i conti con la storia, per immaginarla distante e sentirsi incapaci di misurarsi con essa. Forse lo si è. Ma si deve sapere.