Noia. Niente per l'uomo è insopportabile come l'essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un'occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Subito si leveranno dal fondo della sua anima la noia, la malinconia, la tristezza, l'afflizione, il dispetto, la disperazione.
Distrazione. Delle volte mi sono messo a considerare le diverse forme di agitazione degli animi, e i pericoli e le fatiche a cui si espongono, a corte come in guerra, e donde nascano tante contese, passioni, imprese audaci e spesso dissennate. Ho scoperto che l'infelicità degli uomini deriva da una sola cosa, che è quella di non riuscire a starsene tranquilli in una stanza.
Un uomo che ha mezzi sufficienti per vivere, se sapesse starsene a casa sua traendone piacere, non uscirebbe per mettersi in mare o all'assedio di una postazione. Non si comprerebbe così a caro prezzo un grado nell'esercito, se non trovasse insopportabile non andar via di città;e cerca le conversazioni e gli svaghi dei giochi solo perchè non riesce a stare in casa con piacere.
Ma quando ci ho maggiormente riflettuto e, dopo aver trovato la causa di tutti i nostri mali, ne ho voluta scoprire la ragione, mi sono reso conto che ce n'è una molto concreta, che consiste nell'infelicità intrinseca della nostra condizione debole e mortale, e così miserabile che niente ce ne può consolare, quando ci soffermiamo a pensarci.
Qualunque condizione ci si immagini, se si mettono assieme tutti i beni che si possono avere, l'essere re è la più bella condizione del mondo, ma ci si immagina tuttavia un re accompagnato da tutte le soddisfazioni che può prendersi. Se lo si immagina invece privo di svaghi mentre valuta e riflette su ciò che è, felicità e mollezze non lo sorreggeranno più, egli soccomberà inevitabilmente di fronte alle minacce che vede, alle rivolte che possono verificarsi, e infine alla morte e alle malattie che sono inevitabili; e così, se è privato di ciò che si chiama distrazione, eccolo infelice, più infelice ancora del più misero dei suoi sudditi che giochi e si possa distrarre.
Da ciò si desume perchè il gioco e la ricerca della compagnia femminile, la guerra, le alte cariche siano mete tanto ambite. Non che vi si trovi effettivamente della felicità, né che ci si immagini che la vera beatitudine consista nel denaro che si può vincere al gioco, o in una lepre che corre: non si accetterebbero come doni, se fossero offerti.
Non è questo possesso, molle e placido, e che ci lascia pensare all'infelicità della nostra condizione, che si ricerca, né i pericoli della guerra, né gli affanni delle cariche, ma è il frastuono che ci distoglie dal pensarci e ci distrae. ragion per cui si ama di più la caccia che la preda.
Ciò spiega il fatto che gli uomini amano tanto il chiasso e la confusione; ciò spiega perchè la prigione è una pena tanto orribile; ciò spiega perchè il piacere della solitudine è una cosa incomprensibile. E, infine, spiega che la ragione principale della felicità della condizione dei re è che tutti si sforzano incessantemente di distrarli e di procurar loro ogni sorta di piaceri.
Il re è circondato da persone che non pensano ad altro che a divertire il re e a impedirgli di pensare a se stesso. Perché è infelice, anche se è un re, se ci pensa. Ecco tutto quello che gli uomini hanno potuto inventarsi per rendersi felici.
E quelli che sull'argomento fanno della filosofia, e che giudicano assai poco ragionevole che la gente passi l'intera giornata a correr dietro a una lepre che non si vorrebbe aver comperato, non capiscono nulla della nostra natura. Quella lepre non ci impedirebbe la vista della morte e delle altre miserie, ma la caccia, che ce ne distrae, può farlo.
Essi si immaginano che, una volta ottenuta una certa carica, potrebbero subito riposarsi con piacere, e non avvertono la natura insaziabile della loro avidità. Credono sinceramente di cercare il riposo, e non cercano di fatto che l'agitazione. Sono mossi da un istinto segreto che li porta a cercare occupazioni e distrazioni all'esterno, che si origina dal sentimento delle loro miserie incessanti.
Sono però mossi anche da un altro istinto segreto, che è la traccia della grandezza della nostra natura primigenia, che fa intuire loro che la vera felicità non risiede in effetti che nella quiete, non nel trambusto; e da questi due istinti contrastanti si origina in loro un confuso proposito, che si nasconde ai loro occhi nel fondo della loro anima, che li spinge a tendere al riposo attraverso l'agitazione e a immaginare sempre che l'appagamento di cui non godono arriverà se, una volta superate alcune difficoltà messe in conto, potranno in questo modo aprirsi la via al riposo.
Così scorre tutta la vita. Si cerca il riposo combattendo una serie di ostacoli; e, una volta che li si è superati, il riposo diventa insopportabile; perchè si pensa alle miserie in cui ci si trova o a quelle che ci minacciano. E quand'anche ci si vedesse abbastanza al riparo da tutte le parti, la noia, di sua privata autorità, non farebbe a meno di venire a galla dal fondo del cuore, dove è naturalmente radicata, e di riempire lo spirito con il suo veleno.
venerdì 6 novembre 2009
domenica 11 ottobre 2009
vecchi pensieri sulle "illusioni"...
Come si può non dare significato?
Analizzare tutto attraverso la griglia della violenza che scorge in ogni operazione un che di “volontà di potenza”, dominio, di chi non riesce a restare nei limiti del suo non-sapere e vuole, nevroticamente, capire, capire, conoscere, illudendosi sia possibile sul serio farlo, diventa il modo peggiore per estirpare non solo creatività, ma anche profondità a ciò che l’uomo può essere.
Io ho sempre cercato l’umano. Per me la filosofia è una nobile strada che, accanto alla poesia, alla letteratura, a tutto ciò che non vuol misurare scientificamente, pur non essendoci nella mia visione mai stata- o meglio, essendoci stata ed essendo a furia di ragionamenti tramontata- un’identificazione di tutto ciò che è scientifico con qualcosa di“criminale”, immorale, incapace di dar pienezza come solo le arti possono fare-, ebbene è una nobile strada che cerca ciò che compete all’uomo, alla sua possibile felicità, intesa su un piano necessariamente comunitario.
Se non si radica nella comunità, la filosofia non esiste. Se ciò che cerco di elaborare con le mie ricerche è una verità per me, che gonfi e rigoonfi il mio già troppo ipertrofico ego, la filosofia è un’orrenda forma di vanità che mi illude però di star compiendo mirabili passi avanti nell’elevazione dell’umanità.
Io intendo da un po’ di tempo l’espressione “strada dell’umanità” come la strada che porta verso la realizzazione di un umano che ancora non esiste e penso che Nietzsche si sia sbagliato nel cercare il superuomo, non avendo ancora ben compreso, a mio avviso, come neppure l’uomo fosse mai effettivamente ancora venuto fuori da tante pastoie, da tanti gorghi della sua miseria che, non tanto per l’approssimazione alle bestie, quanto per un’incapacità di immaginare radicalmente quali sono le sue immense potenzialità, l’hanno reso spesso troppo sbiadito e avvilito, nel condurre esistenze scialbe, mutilate di sensi, sperimentazione di poesia, giochi intellettuali, visioni, scorci di bellezza, che è ciò che ci auguriamo possa poter vedere ed apprezzare anche l’ultimo degli uomini, occidentali e non, se è il vedere il senso più sviluppato che più di tutti amiamo e che appartiene anche ai ciechi, essendo capace chiunque di osservare anche l’invisibile, se solo si sa lasciar andare.
Insomma. Il dare significato, cercare senso, cercare verità, tante espressioni che da Nietzsche in poi risultano sospette, di chi vuole inchiodare il divenire ad un’ipostatizzazione della realtà, ripudiare il suo legame con la terra e replicare una morale debole da schiavi, che non osano sul serio ribellarsi a ciò che è più comodo accettare per non mettere a repentaglio la propria esistenza, sono espressioni che per me vanno riesaminate nel loro senso più specifico. E , se lo si farà, si ammetterà che gli appunti contro una debolezza nietzschiani restano, solo che ciò che si cerca non è lo Uebermensch, ma l’uomo, colui che risorge ogni giorno, se riesce a sperare, se riesce ancora ad illudersi, forse, di poter andare oltre sé, “sentendo” una rete di comuni progetti intorno a sé, cui partecipare, nel mantenimento della sua irriducibile differenza.
Scriveva Virginia Woolf: Le illusioni sono per l’anima quello che l’atmosfera è per la terra. Toglietele quella tenera coltre d’aria e vedrete le piante morire, i colori svanire.
Virginia Woolf, Orlando
Le illusioni non devono per nessuna ragione sparire dall’orizzonte umano. Io qui parlo di esperienze personali, ma andare in rotta con le proprie illusioni, ingaggiare una battaglia contro ciascuno dei propri pregiudizi coltivati nel tessuto familiare, culturale e via dicendo, più che accendere l’orgoglio di saper dire no e saper distinguersi dalla massa, non provoca. Decostruire la storia, la famiglia, i rapporti di parentela, l’amicizia, decostruire l’amore, la filosofia, rintracciando in ogni cosa elementi insostenibili che ne garantiscono inaffidabilità e nessuna durevolezza, sono operazioni imprescindibili. Ma se non segue non una “costruzione” certa, ma una riconfigurazione dello sguardo, uccidere una per una le fonti sicure del benessere dell’infanzia, analizzare con cinismo l’inutilità di tutto ciò che ci piaceva prima di “capire”, cosa fanno se non replicare il pericolo che ciò che più interessi l’uomo tutelare è proprio la stabilità e, scorgendo come niente gliela possa garantire, si possa dunque immaginare una vita priva di queste ingannevoli forme in cui gli altri ( non avendo sufficiente spirito critico, penserà) sembrano muoversi con agio e slancio, con una freschezza, un entusiasmo, che il vaglio rigoroso del ragionare ha spezzato, si spera non per sempre?
Ecco qual è la differenza… per Nietzsche da tutto ciò si doveva uscire per restare fedeli alla terra.
Ma gli uomini che oggi abbiamo intorno somigliano più a don Giovanni kierkegaardiani che a furia di restare fedeli alla terra, hanno svuotato ed insterilito ogni illusione, pensando dopo tutto di poterne fare a meno, ed i filosofi, invece, le hanno osservate come piccolezze cariche talvolta di importanza, ma nulle rispetto a quell’amore per la ricerca mediata dai testi che può essere spesso portata avanti, trangugiata, dimenticando gli esseri umani che intorno ci chiedono la loro attenzione.
Le illusioni, insomma, hanno da tempo una vita molto scomoda. Altro che atmosfera per la terra. Prima le illusioni sono state stropicciate dallo scientismo, il bisogno di dire che qualcosa sia reale, oggettivo, tangibile le ha annientate…
Poi anche in questo bisogno di rintracciare realtà si è intravista un’illusione ed è spesso invalsa la regola heideggeriana dell’attesa messianica di una verità che, essendo storica, l’uomo non ha alcun potere di svelare, pur restando l’unico capace di indagarla a partire da quegli inizi in cui ancora nulla era compromesso, quell’arcadia che sospendeva lo sciocco vociare dei dialettici, essendo la terra dei sapienti, gli dei che, fuggiti, ci hanno lasciato alle nostre questionuccie da poco, al nostro dover parlare, parlare, non radicalizzando la ricerca dell’essere che è la sola che dovremmo, agli occhi heideggeriani, aver cura di portare avanti perché la nostra esistenza sia autentica ( pur non essendo per questo tornaconto personale, di attestato di autenticità, diciamo, che cercare l’essere è un’operazione per Heidegger imprescindibile).
È l’essere che cerca di essere cercato dall’uomo?
Bene, ora dirò qualcosa di ancora più “pericoloso”.
La noia che consuma ogni attività rende presto la stessa ricerca dell’essere heideggeriana un’altra illusione.
Tutto ciò che è umano, questo credo sia il punto focale semplicissimo dell mia osservazione, è destinato a diventare illusione. Perché mantenere un costante senso di meraviglia e passione che voglia coinvolgere chi è altro da me nell’illustrazione dei mie interessi è qualcosa che si va spegnendo a poco a poco, costretto in mille gabbie, semplicemente decresciuto per vecchiaia, naturalissima e foriera di altre qualità, ma spesso distruttrice di quell’impeto che eccita la gioventù e la spinge a confrontarsi inventando se stessa.
Inventando. Invenzione. Illusione. Come possono odiarsi le illusioni? Come può non comprendersi che l’amore ridotto al sesso, fondamentale scambio di energia, tatto, generosità tra due amanti, non è comunque tutto ciò che l’uomo può ancora , pur illudendosi, vivere di magnifico quando, per fortuna, si lascia andare trovando un pò di forza per innamorarsi e legarsi a qualcuno?
Volontà di dominio? Possesso? Ormai siamo pronti a difendere la nostra libertà al punto che non possiamo più perdere tempo- così lo si concepisce- con chi ci piace. Tutto passa nel setaccio dell’indifferenza, perché niente ha più valore. Perché tutto è illusione ed illusoria è l’illusione stessa.
Questo stato di cose, però, io non voglio risolverlo credendo in Dio. Mi dispiace,io credo solo nel divino.
Ed ora che, dopo un’altra morte a stento durata qualche mese, mi sono reimmersa nella vita toccando qualcosa di autentico, sono ritornata in me, a queste visioni semplici, che sempre mi hanno guidato, e che spesso hanno precluso la manifestazione di altro, diventando inni ad una divinità amorosa fini a se stessi.
Non farò niente del genere, ma traggo dalla mia esperienza il conforto per sorvolare sull’astio contro le illusioni e desiderare che tanti, sempre di più intorno, possano lasciarsi trascinare in questo terreno scivoloso, che toglie il fiato, in cui danzi spesso con la morte, sperimentando tutta la tua pochezza tanto da diventar amico-a della tua vulnerabilità, eppure è il solo in cui sorseggio ancora l’infinito, mi vedo per come vengo vista, frantumo illusioni vecchie ormai ridotte a sciocchezze e ne faccio sorger di nuove, alcune delle quali disperderò domani ancora… ma solo così, solo resistendo in un sogno che parte dal reale trasfigurando il reale stesso, io so vivere. Solo così ho scelto di vivere. Inquieta, tremante, con non pochi cali di entusiasmo, ma giusto per poter ricordarmi che è questa la mia dimensione. L’innamoramento perpetuo di ciò che diviene lontano dal mio controllo e che, pure, il fatto di sentirmene partecipe non condanna alla nevrosi del possesso, ma alla vita che è mia non meno di quanto lo sia degli altri.
Analizzare tutto attraverso la griglia della violenza che scorge in ogni operazione un che di “volontà di potenza”, dominio, di chi non riesce a restare nei limiti del suo non-sapere e vuole, nevroticamente, capire, capire, conoscere, illudendosi sia possibile sul serio farlo, diventa il modo peggiore per estirpare non solo creatività, ma anche profondità a ciò che l’uomo può essere.
Io ho sempre cercato l’umano. Per me la filosofia è una nobile strada che, accanto alla poesia, alla letteratura, a tutto ciò che non vuol misurare scientificamente, pur non essendoci nella mia visione mai stata- o meglio, essendoci stata ed essendo a furia di ragionamenti tramontata- un’identificazione di tutto ciò che è scientifico con qualcosa di“criminale”, immorale, incapace di dar pienezza come solo le arti possono fare-, ebbene è una nobile strada che cerca ciò che compete all’uomo, alla sua possibile felicità, intesa su un piano necessariamente comunitario.
Se non si radica nella comunità, la filosofia non esiste. Se ciò che cerco di elaborare con le mie ricerche è una verità per me, che gonfi e rigoonfi il mio già troppo ipertrofico ego, la filosofia è un’orrenda forma di vanità che mi illude però di star compiendo mirabili passi avanti nell’elevazione dell’umanità.
Io intendo da un po’ di tempo l’espressione “strada dell’umanità” come la strada che porta verso la realizzazione di un umano che ancora non esiste e penso che Nietzsche si sia sbagliato nel cercare il superuomo, non avendo ancora ben compreso, a mio avviso, come neppure l’uomo fosse mai effettivamente ancora venuto fuori da tante pastoie, da tanti gorghi della sua miseria che, non tanto per l’approssimazione alle bestie, quanto per un’incapacità di immaginare radicalmente quali sono le sue immense potenzialità, l’hanno reso spesso troppo sbiadito e avvilito, nel condurre esistenze scialbe, mutilate di sensi, sperimentazione di poesia, giochi intellettuali, visioni, scorci di bellezza, che è ciò che ci auguriamo possa poter vedere ed apprezzare anche l’ultimo degli uomini, occidentali e non, se è il vedere il senso più sviluppato che più di tutti amiamo e che appartiene anche ai ciechi, essendo capace chiunque di osservare anche l’invisibile, se solo si sa lasciar andare.
Insomma. Il dare significato, cercare senso, cercare verità, tante espressioni che da Nietzsche in poi risultano sospette, di chi vuole inchiodare il divenire ad un’ipostatizzazione della realtà, ripudiare il suo legame con la terra e replicare una morale debole da schiavi, che non osano sul serio ribellarsi a ciò che è più comodo accettare per non mettere a repentaglio la propria esistenza, sono espressioni che per me vanno riesaminate nel loro senso più specifico. E , se lo si farà, si ammetterà che gli appunti contro una debolezza nietzschiani restano, solo che ciò che si cerca non è lo Uebermensch, ma l’uomo, colui che risorge ogni giorno, se riesce a sperare, se riesce ancora ad illudersi, forse, di poter andare oltre sé, “sentendo” una rete di comuni progetti intorno a sé, cui partecipare, nel mantenimento della sua irriducibile differenza.
Scriveva Virginia Woolf: Le illusioni sono per l’anima quello che l’atmosfera è per la terra. Toglietele quella tenera coltre d’aria e vedrete le piante morire, i colori svanire.
Virginia Woolf, Orlando
Le illusioni non devono per nessuna ragione sparire dall’orizzonte umano. Io qui parlo di esperienze personali, ma andare in rotta con le proprie illusioni, ingaggiare una battaglia contro ciascuno dei propri pregiudizi coltivati nel tessuto familiare, culturale e via dicendo, più che accendere l’orgoglio di saper dire no e saper distinguersi dalla massa, non provoca. Decostruire la storia, la famiglia, i rapporti di parentela, l’amicizia, decostruire l’amore, la filosofia, rintracciando in ogni cosa elementi insostenibili che ne garantiscono inaffidabilità e nessuna durevolezza, sono operazioni imprescindibili. Ma se non segue non una “costruzione” certa, ma una riconfigurazione dello sguardo, uccidere una per una le fonti sicure del benessere dell’infanzia, analizzare con cinismo l’inutilità di tutto ciò che ci piaceva prima di “capire”, cosa fanno se non replicare il pericolo che ciò che più interessi l’uomo tutelare è proprio la stabilità e, scorgendo come niente gliela possa garantire, si possa dunque immaginare una vita priva di queste ingannevoli forme in cui gli altri ( non avendo sufficiente spirito critico, penserà) sembrano muoversi con agio e slancio, con una freschezza, un entusiasmo, che il vaglio rigoroso del ragionare ha spezzato, si spera non per sempre?
Ecco qual è la differenza… per Nietzsche da tutto ciò si doveva uscire per restare fedeli alla terra.
Ma gli uomini che oggi abbiamo intorno somigliano più a don Giovanni kierkegaardiani che a furia di restare fedeli alla terra, hanno svuotato ed insterilito ogni illusione, pensando dopo tutto di poterne fare a meno, ed i filosofi, invece, le hanno osservate come piccolezze cariche talvolta di importanza, ma nulle rispetto a quell’amore per la ricerca mediata dai testi che può essere spesso portata avanti, trangugiata, dimenticando gli esseri umani che intorno ci chiedono la loro attenzione.
Le illusioni, insomma, hanno da tempo una vita molto scomoda. Altro che atmosfera per la terra. Prima le illusioni sono state stropicciate dallo scientismo, il bisogno di dire che qualcosa sia reale, oggettivo, tangibile le ha annientate…
Poi anche in questo bisogno di rintracciare realtà si è intravista un’illusione ed è spesso invalsa la regola heideggeriana dell’attesa messianica di una verità che, essendo storica, l’uomo non ha alcun potere di svelare, pur restando l’unico capace di indagarla a partire da quegli inizi in cui ancora nulla era compromesso, quell’arcadia che sospendeva lo sciocco vociare dei dialettici, essendo la terra dei sapienti, gli dei che, fuggiti, ci hanno lasciato alle nostre questionuccie da poco, al nostro dover parlare, parlare, non radicalizzando la ricerca dell’essere che è la sola che dovremmo, agli occhi heideggeriani, aver cura di portare avanti perché la nostra esistenza sia autentica ( pur non essendo per questo tornaconto personale, di attestato di autenticità, diciamo, che cercare l’essere è un’operazione per Heidegger imprescindibile).
È l’essere che cerca di essere cercato dall’uomo?
Bene, ora dirò qualcosa di ancora più “pericoloso”.
La noia che consuma ogni attività rende presto la stessa ricerca dell’essere heideggeriana un’altra illusione.
Tutto ciò che è umano, questo credo sia il punto focale semplicissimo dell mia osservazione, è destinato a diventare illusione. Perché mantenere un costante senso di meraviglia e passione che voglia coinvolgere chi è altro da me nell’illustrazione dei mie interessi è qualcosa che si va spegnendo a poco a poco, costretto in mille gabbie, semplicemente decresciuto per vecchiaia, naturalissima e foriera di altre qualità, ma spesso distruttrice di quell’impeto che eccita la gioventù e la spinge a confrontarsi inventando se stessa.
Inventando. Invenzione. Illusione. Come possono odiarsi le illusioni? Come può non comprendersi che l’amore ridotto al sesso, fondamentale scambio di energia, tatto, generosità tra due amanti, non è comunque tutto ciò che l’uomo può ancora , pur illudendosi, vivere di magnifico quando, per fortuna, si lascia andare trovando un pò di forza per innamorarsi e legarsi a qualcuno?
Volontà di dominio? Possesso? Ormai siamo pronti a difendere la nostra libertà al punto che non possiamo più perdere tempo- così lo si concepisce- con chi ci piace. Tutto passa nel setaccio dell’indifferenza, perché niente ha più valore. Perché tutto è illusione ed illusoria è l’illusione stessa.
Questo stato di cose, però, io non voglio risolverlo credendo in Dio. Mi dispiace,io credo solo nel divino.
Ed ora che, dopo un’altra morte a stento durata qualche mese, mi sono reimmersa nella vita toccando qualcosa di autentico, sono ritornata in me, a queste visioni semplici, che sempre mi hanno guidato, e che spesso hanno precluso la manifestazione di altro, diventando inni ad una divinità amorosa fini a se stessi.
Non farò niente del genere, ma traggo dalla mia esperienza il conforto per sorvolare sull’astio contro le illusioni e desiderare che tanti, sempre di più intorno, possano lasciarsi trascinare in questo terreno scivoloso, che toglie il fiato, in cui danzi spesso con la morte, sperimentando tutta la tua pochezza tanto da diventar amico-a della tua vulnerabilità, eppure è il solo in cui sorseggio ancora l’infinito, mi vedo per come vengo vista, frantumo illusioni vecchie ormai ridotte a sciocchezze e ne faccio sorger di nuove, alcune delle quali disperderò domani ancora… ma solo così, solo resistendo in un sogno che parte dal reale trasfigurando il reale stesso, io so vivere. Solo così ho scelto di vivere. Inquieta, tremante, con non pochi cali di entusiasmo, ma giusto per poter ricordarmi che è questa la mia dimensione. L’innamoramento perpetuo di ciò che diviene lontano dal mio controllo e che, pure, il fatto di sentirmene partecipe non condanna alla nevrosi del possesso, ma alla vita che è mia non meno di quanto lo sia degli altri.
È possibile la pace?
Essere civili significa o non significa ripudiare la guerra? La civiltà è un male minore o l'origine di tutti i guai? Mi interrogo sul bene e sul male da molto tempo e da molto tempo rigetto ogni forma manichea che li vorrebbe contrapposti. Rousseau ha dei limiti, Kant ne ha altrettanti, e nemmeno i Greci sono inattaccabili, naturalmente (per quanto l'etica aristotelica rimane per me fondamentale..). Ma a parte le infinite disquisizioni dei filosofi sull'argomento, ovviamente arte, letteratura e religione sono terreni esplorabili senza sosta- insieme all'antropologia, la sociologia, la psicologia e tantissime "scienze umane" figlie della Signora filosofia- per cercare qualcosa cui ispirarsi o in cui ritrovare ciò che la propria vita ha già toccato mille volte in forma più o meno "estetica" e "divina".
Beh, l'uomo contemporaneo occidentale fa fatica più di tutti gli altri a credere che la sua "ragione" potrà portarlo lontano dal fare il male, a sè stesso e agli altri. Pur avendo realizzato in molti campi delle conquiste formidabili, è noto ormai spero a tutti quanto il progresso tecnologico non sia per niente eguagliato da quello "morale".
Albert Einstein nel 1932 ricevette dalla Società delle Nazioni l'incarico di avviare un dibattito con uomini di cultura di rilievo, su temi a suo piacimento. Quello che vi riporto è parte di uno scambio epistolare con Sigmund Freud riguardo la possibilità di una pace come segno dell'evoluzione psichica degli uomini.
Non credo lo leggerà nessuno. Ma è splendido nella sua semplicità. E mi andava di condividerlo...
Caro signor Freud,
…vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino più capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? Molto cordialmente
Suo Albert Einstein
Caro Signor Einstein,
… Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in essi ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale pulsione e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni..
Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire, da noi chiamata sia erotiche (esattamente nel senso in cui Platone usa il termine Eros nel Simposio) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.
Come Lei vede, si tratta propriamente soltanto della delucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e forse originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi.
Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Entrambe le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto.
Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre connessa (legata, come noi diciamo) con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, subordina il raggiungimento di quest’ultima a determinate condizioni.
Così, per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo alla pulsione amorosa, rivolta agli oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del proprio oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ha fatto sì che per tanto tempo non riuscissimo a identificarle.
Le azioni umane sono soggette anche a un’altra complicazione. È assai raro che l’azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d’altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l’azione… Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si desti in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, alcuni di cui si parla apertamente e altri che vengono sottaciuti. Non è il caso di enumerarli tutti.
Il piacere di aggredire e di distruggere è certamente uno di essi; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano l’esistenza e la forza dei suddetti piaceri. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento.
Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da mero paravento alle brame di distruzione; altre volte, per esempio per le crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero a quelli un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili…
Vorrei indugiare ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo in effetti persuasi che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta la serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita.
La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di determinati organi, si rivolge all’esterno, contro gli oggetti. Per così dire, l’essere vivente in tanto protegge la propria vita in quanto ne distrugge un’estranea.
Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva.
Siamo perfino giunti all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre; in tal caso sortisce un effetto immediatamente malsano.
Invece il volgersi di queste forze pulsionali distruttive nel mondo esterno scarica l’essere vivente e non può non sortire un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e perniciosi contro i quali noi ci battiamo.
Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura che la resistenza con cui li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare una spiegazione. Lei ha forse l’impressione che le nostre teorie siano una specie di mitologia, neppure lieta in verità. Ma non approda forse ogni scienza naturale a una sorta di mitologia? Non è così anche per Lei, nel campo della fisica?
Per gli scopi immediati che ci siamo proposti, da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le inclinazioni aggressive degli uomini.
Si dice che in contrade felici della Terra, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci siano popoli la cui vita scorre nella mitezza, presso i quali la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Ci credo poco; mi piacerebbe saperne di più, su queste felici creature…
Partendo dalla nostra mitologica dottrina delle pulsioni, giungiamo facilmente a una formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due specie.
In primo luogo relazioni che, pur essendo prive di meta sessuale, assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui si parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: Ama il prossimo tuo come te stesso. Ora, questa è un’esigenza facile da porre, ma difficile da realizzare.
L’altro tipo di legame emotivo è quello che si stabilisce mediante identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana..
Fa parte dell’innata e ineliminabile disuguaglianza tra gli uomini il fatto che essi si distinguano in capi e seguaci. I seguaci rappresentano la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale per lo più si sottomettono incondizionatamente…
L’ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. nient’altro potrebbe produrre un’unione tra gli uomini altrettanto perfetta e tenace, capace di resistere perfino alla rinuncia di vicendevoli legami emotivi. Ma, con ogni probabilità, questa è una speranza utopistica..
Vorrei tuttavia trattare ancora un problema , che nel Suo scritto Lei non solleva e che m’interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, e in pratica assai poco evitabile…
Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo a esso il meglio di ciò che siamo diventati e buona parte dei nostri mali. Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente penetrabili.
Forse esso porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di un modo pregiudica la funzione sessuale, e già oggi le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione si moltiplicano più rapidamente dei ceti sociali di elevata cultura.
Forse questo processo si può paragonare all’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’incivilimento sia un processo organico di tal specie.
Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono invece vistose e assolutamente inequivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali e in una restrizione dei moti pulsionali.
Sensazioni che per i nostri progenitori erano dense di piacere sono diventare per noi indifferenti, o addirittura intollerabili; esistono ragioni organiche del fatto che le nostre esigenze ideali, etiche ed estetiche, sono mutate. Di tutti i caratteri psicologici della civiltà , due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che da ciò conseguono.
Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa : semplicemente non la sopportiamo più.
Non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo: per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, e di un’idiosincrasia portata, per così dire, al massimo livello. E mi sembra in effetti che le degradazioni estetiche della guerra concorrano a determinare il nostro rifiuto in misura quasi pari alle sue atrocità.
Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è utopistico sperare che l’influsso di due fattori ( un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura) ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dire una cosa: tutto ciò che favorisce l’incivilimento lavora anche contro la guerra.
Beh, l'uomo contemporaneo occidentale fa fatica più di tutti gli altri a credere che la sua "ragione" potrà portarlo lontano dal fare il male, a sè stesso e agli altri. Pur avendo realizzato in molti campi delle conquiste formidabili, è noto ormai spero a tutti quanto il progresso tecnologico non sia per niente eguagliato da quello "morale".
Albert Einstein nel 1932 ricevette dalla Società delle Nazioni l'incarico di avviare un dibattito con uomini di cultura di rilievo, su temi a suo piacimento. Quello che vi riporto è parte di uno scambio epistolare con Sigmund Freud riguardo la possibilità di una pace come segno dell'evoluzione psichica degli uomini.
Non credo lo leggerà nessuno. Ma è splendido nella sua semplicità. E mi andava di condividerlo...
Caro signor Freud,
…vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino più capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? Molto cordialmente
Suo Albert Einstein
Caro Signor Einstein,
… Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in essi ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale pulsione e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni..
Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire, da noi chiamata sia erotiche (esattamente nel senso in cui Platone usa il termine Eros nel Simposio) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.
Come Lei vede, si tratta propriamente soltanto della delucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e forse originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi.
Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Entrambe le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto.
Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre connessa (legata, come noi diciamo) con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, subordina il raggiungimento di quest’ultima a determinate condizioni.
Così, per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo alla pulsione amorosa, rivolta agli oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del proprio oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ha fatto sì che per tanto tempo non riuscissimo a identificarle.
Le azioni umane sono soggette anche a un’altra complicazione. È assai raro che l’azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d’altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l’azione… Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si desti in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, alcuni di cui si parla apertamente e altri che vengono sottaciuti. Non è il caso di enumerarli tutti.
Il piacere di aggredire e di distruggere è certamente uno di essi; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano l’esistenza e la forza dei suddetti piaceri. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento.
Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da mero paravento alle brame di distruzione; altre volte, per esempio per le crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero a quelli un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili…
Vorrei indugiare ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo in effetti persuasi che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta la serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita.
La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di determinati organi, si rivolge all’esterno, contro gli oggetti. Per così dire, l’essere vivente in tanto protegge la propria vita in quanto ne distrugge un’estranea.
Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva.
Siamo perfino giunti all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre; in tal caso sortisce un effetto immediatamente malsano.
Invece il volgersi di queste forze pulsionali distruttive nel mondo esterno scarica l’essere vivente e non può non sortire un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e perniciosi contro i quali noi ci battiamo.
Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura che la resistenza con cui li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare una spiegazione. Lei ha forse l’impressione che le nostre teorie siano una specie di mitologia, neppure lieta in verità. Ma non approda forse ogni scienza naturale a una sorta di mitologia? Non è così anche per Lei, nel campo della fisica?
Per gli scopi immediati che ci siamo proposti, da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le inclinazioni aggressive degli uomini.
Si dice che in contrade felici della Terra, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci siano popoli la cui vita scorre nella mitezza, presso i quali la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Ci credo poco; mi piacerebbe saperne di più, su queste felici creature…
Partendo dalla nostra mitologica dottrina delle pulsioni, giungiamo facilmente a una formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due specie.
In primo luogo relazioni che, pur essendo prive di meta sessuale, assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui si parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: Ama il prossimo tuo come te stesso. Ora, questa è un’esigenza facile da porre, ma difficile da realizzare.
L’altro tipo di legame emotivo è quello che si stabilisce mediante identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana..
Fa parte dell’innata e ineliminabile disuguaglianza tra gli uomini il fatto che essi si distinguano in capi e seguaci. I seguaci rappresentano la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale per lo più si sottomettono incondizionatamente…
L’ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. nient’altro potrebbe produrre un’unione tra gli uomini altrettanto perfetta e tenace, capace di resistere perfino alla rinuncia di vicendevoli legami emotivi. Ma, con ogni probabilità, questa è una speranza utopistica..
Vorrei tuttavia trattare ancora un problema , che nel Suo scritto Lei non solleva e che m’interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, e in pratica assai poco evitabile…
Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo a esso il meglio di ciò che siamo diventati e buona parte dei nostri mali. Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente penetrabili.
Forse esso porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di un modo pregiudica la funzione sessuale, e già oggi le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione si moltiplicano più rapidamente dei ceti sociali di elevata cultura.
Forse questo processo si può paragonare all’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’incivilimento sia un processo organico di tal specie.
Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono invece vistose e assolutamente inequivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali e in una restrizione dei moti pulsionali.
Sensazioni che per i nostri progenitori erano dense di piacere sono diventare per noi indifferenti, o addirittura intollerabili; esistono ragioni organiche del fatto che le nostre esigenze ideali, etiche ed estetiche, sono mutate. Di tutti i caratteri psicologici della civiltà , due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che da ciò conseguono.
Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa : semplicemente non la sopportiamo più.
Non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo: per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, e di un’idiosincrasia portata, per così dire, al massimo livello. E mi sembra in effetti che le degradazioni estetiche della guerra concorrano a determinare il nostro rifiuto in misura quasi pari alle sue atrocità.
Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è utopistico sperare che l’influsso di due fattori ( un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura) ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dire una cosa: tutto ciò che favorisce l’incivilimento lavora anche contro la guerra.
venerdì 25 settembre 2009
Essere e spazio
Estrapolo un brano scritto da Sabiana Brugnolini nel libriccino scolastico già citato "Il paesaggio: coscienza e immagini":
Paesaggi come videogames
Nell'età contemporanea anche la pubblicità contribuisce a elaborare nuovi modelli di spazio. Grazie alla sua diffusione, essa provvede poi ad esportarli in ogni parte del mondo. Le immagini della pubblicità sono oggi parte integrante del pensiero comune.
Negli spot e nei messaggi pubblicitari più in voga si rivela una certa tendenza a proporre scenari fittizi e virtuali, nati dalla combinazione di elementi eterogenei. Essi sono il prodotto del cosiddetto "sovraccarico sensoriale" della Postmodernità. Il fenomeno deriva dal bombardamento continuo di immagini e notizie che ogni individuo riceve ogni giorno da ogni angolo della Terra. Qualsiasi paese, infatti, è raggiunto, filmato e "squadernato" dai mezzi di comunicazione e informazione di massa. di conseguenza, ogni luogo è diventato familiare e quasi visibile da qualunque altro luogo del pianeta.
Questa visione comune dello spazio non corrisponde però a una vera conoscenza. Essa coincide , invece, con la versione filtrata e spettacolarizzata che del mondo viene offerta dai media e dai mezzi di comunicazione più diffusi.
I paesaggi messi in scena dalla pubblicità corrispondono in pieno a questa concezione dello spazio contemporaneo, e contribuiscono a diffonderla maggiormente.
Si pensi, ad esempio, alla pubblicità messa in circolazione recentemente da una celebre casa automobilistica. In una metropoli moderna, presumibilmente americana, con larghe strade e grattacieli scintillanti, si vedono passeggiare animali selvatici provenienti da ogni regione della Terra. A un certo punto, fa irruzione l'automobile dello spot, mescolandosi, unica auto, al traffico dei numerosi animali.
Il civile, l'umano e l'ipermoderno convivono nel video con il selvaggio, il naturale e lo sperduto, in una sorta di paesaggio globale che comprende tutti i paesaggi che l'uomo ha costruito, nel tempo e nello spazio. Essi vengono destoricizzati e ricombinati come un videogame. Il risultato è un nuovo paesaggio virtuale, tecnologico e ludico, che ben incarna la visione postmoderna della realtà.//
La pubblicità a cui l'autrice fa riferimento è del 2004, non ricordo nemmeno quale sia e non importa. Non è cambiato molto, se non la maggiore consapevolezza di quest'omologante visione percettiva che fa soffrire moltissimi intorno a me. Qui, cioè, nel mondo grondante cemento e cavi elettrici, connesso di continuo virtualmente, e sempre più tormentato da come poter vivere l'affrancamento dalla tecnica, sognando una vita in campagna.
Consapevoli o meno che siano, gli Occidentali hanno da tempo conquistato selvaggiamente il selvaggio e si dice che a questa sete di conquista di spazi sia mancata una direzione "etica", che avrebbe forse potuto prevedere il dramma mostruoso del trovarsi vittime dello stesso prodotto inventato per difendersi dalle offese della natura.
Miti diversi popolano la testa di coloro che hanno accesso alla "cultura" e ciascuno dirà la sua sull'argomento.
Ho pensato, scritto e poetato-persino- sull'argomento diverse volte negli ultimi anni ed anche il nuovo ambizioso, barcollante progetto sulla periferia palermitana nasce da questo disagio.
Scriverò altre considerazioni, al momento mi va solo di condividere questo brano, di un etologo celebre vivente, Danilo Mainardi, del quale raccolgo in fondo alcune citazioni ed una breve sintesi della biografia.
Ora faccio un altro barbaro atto di "copiatura" della Brugnolini, che inserisce un brano di Mainardi con una presentazione.
Nel libro "La strategia dell'aquila", l'autore rinviene una serie di analogie tra i comportamenti umani e i comportamenti di alcune specie di uccelli. In origine, sostiene lo studioso, l'uomo era come l'aquila e adottava la strategia del grande rapace: conduceva una vita sobria e ben organizzata, prelevando dal territorio solo le risorse necessarie e vivendo in armonia con l'ambiente. Il progresso ha successivamente infranto l'antico rapporto di simbiosi.
La conseguenza di ciò è che il mondo in cui viviamo, da cui natura e paesaggio stanno gradatamente scomparendo. Gli uomini, nota infatti lo studioso, con amara ironia, si stanno già abituando a vivere senza aria, senza acqua, senza alberi, senza la compagnia degli animali.
Ciò vale anche per le rondini, grandi protagoniste in assenza del brano che segue. esse rischiano di diventare un ricordo per le generazioni a venire, che si annunciano provviste di ogni comfort, ma prive, ormai, della "natura vera".
Ed ecco le parole che rivolgo a tutti noi, triste e desolata generazione dei senza rondini:
"Si può vivere, non c'è dubbio, pure senza rondini. Sopravviveremo. ....
Ma che vita sarà una vita senza rondini? Be', forse anche questo è uno di quei problemi che, simpaticamente, col tempo si autorisolvono. Basta che scompaia quella generazione (la mia) che è nata quando ogni casa aveva le sue rondini e alla sera, d'estate, le piazze cittadine si adornavano di rondoni che lanciavano strida assordanti sfidandosi in precipitosi inseguimenti. Per poi lasciare, col sopravvivere del buio il posto ai pipistrelli (che stanno pure loro scomparendo).
L'importante, penso, è, un pò alla volta, riuscire ad abituarsi a vivere senza. Non so se l'avete notato, ma da qualche anno è cominciata a circolare della gente con una mascherina di garza bianca sulla faccia. Certi pedalano in bicicletta, altri passeggiano a piedi: fanno esercizio, si stanno abituando a vivere senza l'aria pura. E quanta è ormai la gente che beve l'acqua del rubinetto, per non parlare di quella delle fonti e dei pozzi?..
Pasolini, tanti anni fa, in uno dei suoi Scritti corsari, lamentò la scomparsa delle lucciole. Ebbene, alla loro carenza siamo pure sopravvissuti.
Vedrete che i nostri nipoti saranno bravissimi a vivere senza. E poi, d'altro canto, per ogni cosa o essere vivente che scomparirà avranno in cambio un oggetto, o un vivente, virtuale.
Così, oggi che ancora esistono, seppure un minor numero, le rondini... e i topini e quelle affascinanti pseudorondini che sono i rondoni, ci si può domandare: ma i nostri nipotini li conoscono? li hanno mai sentiti cantare? sanno distinguerli?
Qual è , mi chiedo, il loro mondo animale? Temo che in quelle giovani menti confusamente convivano il passato e il presente, il vero e il falso. Dinosauri, leoni, godzilla..Tutti, i veri e i falsi, i viventi e gli estinti, immaginati, omologati, patinati e colorati. Mai, comunque, incontrati se non su uno schermo. E loro , i nostri nipotini, saranno gli adulti di domani. La generazione dei senza rondini. La generazione che ha imparato a vivere senza, seppure con tanti oggetti virtuali in cambio."
Da La strategia dell'aquila di Danilo Mainardi, etologo nato nel 1933 a Milano.
Nel 1956 Mainardi si laurea a Parma in biologia. Dal 1967 fino al 1992 ha insegnato prima Zoologia, quindi Biologia generale e infine Etologia presso l'Università di Parma, nelle facoltà di Scienze e di Medicina. Dal 1973 è direttore della Scuola di etologia del centro Ettore Majorana di cultura scientifica di Erice. Attualmente è professore ordinario di ecologia comportamentale presso la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche Naturali dell'Università "Ca' Foscari" di Venezia.
È presidente onorario della LIPU (Lega italiana protezione uccelli), dopo esserne stato per molti anni presidente nazionale.
Si è occupato principalmente dell'evoluzione del comportamento sociale e sessuale. In particolare della scelta sessuale, dimostrando l'importanza dell'apprendimento precoce nel determinare le preferenze sessuali. Con i suoi studi sull'aggressività ha dimostrato che non esiste appetenza per questo comportamento. Tra i risultati più importanti della sua ricerca è sicuramente la scoperta che anche le specie animali posseggono in certa misura la capacità tipica dell'uomo di produrre e trasmettere cultura, di trasferire, cioè, da un individuo ad un altro, soluzioni di problemi e innovazioni.
Ha vinto il premio Glaxo per la divulgazione scientifica. Nel 2003 ha ricevuto a Milano il premio "Campione" per la categoria "Ambiente"
È stato direttore dell'Italian Journal of Zoology, organo dell'Unione Zoologica Italiana. Ha partecipato e partecipa tuttora a numerose trasmissioni televisive specialistiche, tra le quali Dalla parte degli animali, Almanacco del giorno dopo e le serie di Quark. Collabora con il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, con Casaviva e con Airone. È autore di oltre 200 pubblicazioni. È, inoltre, presidente onorario dell'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
Queste sono le citazioni, tratte da wikipedia, come la biografia sopra:
* Quando capiremo, a fatti e non a parole, che le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi? (citato in Franca Zambonini, In aiuto ai nostri "fratelli minori", Famiglia Cristiana, n. 40, 6 ottobre 2002)
* Una società globalizzata si governa meglio se è fatta di persone con poco senso critico, quindi irrazionali. (dall'intervista di Piero Bianucci, Mainardi. La zanzara sulle ali del jumbo, La Stampa, 28 luglio 2001)
* Come è facile per la femmina del cane tirar su bene la sua prole, com'è difficile per noi umani fare altrettanto. (da Del cane, del gatto e di altri animali, Mondadori)
* Agli scienziati piace sempre moltissimo inventare nuove teorie, nuove spiegazioni e, soprattutto, nuovi nomi possibilmente astrusi. È così, oltretutto (ma questa senza dubbio è una malignità), che si raggiunge la gloria. Se non altro una bella visibilità. (da La bella zoologia, Cairo, Milano, 2008)
* A determinare la comparsa, lo sviluppo e il permanere dell'umana capacità di credere è stato un peculiare assommarsi di caratteristiche mentali e sociali.
* Credo davvero sia giunto il tempo di percepire la nuova centralità della cultura naturalistica. Una centralità necessaria per conoscerci meglio e, di conseguenza, per calibrare più positivamente il nostro rapporto con la natura, con i nostri simili, con noi stessi.
* Generalizzando, il comportamento è sempre il risultato dell'interazione tra genetica e ambiente. In definitiva, è sempre, per usare un termine proprio della biologia, fenotipo, anche se l'apporto dell'informazione genetica può essere assai variabile sia qualitativamente sia quantitativamente.
* Gli scienziati dovrebbero avere il culto della ragione; eppure, di norma trincerandosi dietro l'accusata argomentazione delle aree di competenza, trovano anche loro uno spazio per credere.
* L'uomo è, tra gli animali, il più razionale. Eppure anche in quest'epoca dominata dalla scienza, o almeno dove la scienza ha prodotto straordinari avanzamenti conoscitivi, l'uomo continua a credere in una varietà di fenomeni, esseri o entità di non provata esistenza.
[Danilo Mainardi, L'animale irrazionale. L'uomo, la natura e i limiti della ragione, Mondadori, Milano 2002]
Ed infine, come debole incoraggiamento:
"Una società globalizzata si governa meglio se è fatta di persone con poco senso critico, quindi irrazionali."
"L'ecologia ci insegna che la nostra patria è il mondo."
Buone riflessioni agli ipotetici lettori.
Paesaggi come videogames
Nell'età contemporanea anche la pubblicità contribuisce a elaborare nuovi modelli di spazio. Grazie alla sua diffusione, essa provvede poi ad esportarli in ogni parte del mondo. Le immagini della pubblicità sono oggi parte integrante del pensiero comune.
Negli spot e nei messaggi pubblicitari più in voga si rivela una certa tendenza a proporre scenari fittizi e virtuali, nati dalla combinazione di elementi eterogenei. Essi sono il prodotto del cosiddetto "sovraccarico sensoriale" della Postmodernità. Il fenomeno deriva dal bombardamento continuo di immagini e notizie che ogni individuo riceve ogni giorno da ogni angolo della Terra. Qualsiasi paese, infatti, è raggiunto, filmato e "squadernato" dai mezzi di comunicazione e informazione di massa. di conseguenza, ogni luogo è diventato familiare e quasi visibile da qualunque altro luogo del pianeta.
Questa visione comune dello spazio non corrisponde però a una vera conoscenza. Essa coincide , invece, con la versione filtrata e spettacolarizzata che del mondo viene offerta dai media e dai mezzi di comunicazione più diffusi.
I paesaggi messi in scena dalla pubblicità corrispondono in pieno a questa concezione dello spazio contemporaneo, e contribuiscono a diffonderla maggiormente.
Si pensi, ad esempio, alla pubblicità messa in circolazione recentemente da una celebre casa automobilistica. In una metropoli moderna, presumibilmente americana, con larghe strade e grattacieli scintillanti, si vedono passeggiare animali selvatici provenienti da ogni regione della Terra. A un certo punto, fa irruzione l'automobile dello spot, mescolandosi, unica auto, al traffico dei numerosi animali.
Il civile, l'umano e l'ipermoderno convivono nel video con il selvaggio, il naturale e lo sperduto, in una sorta di paesaggio globale che comprende tutti i paesaggi che l'uomo ha costruito, nel tempo e nello spazio. Essi vengono destoricizzati e ricombinati come un videogame. Il risultato è un nuovo paesaggio virtuale, tecnologico e ludico, che ben incarna la visione postmoderna della realtà.//
La pubblicità a cui l'autrice fa riferimento è del 2004, non ricordo nemmeno quale sia e non importa. Non è cambiato molto, se non la maggiore consapevolezza di quest'omologante visione percettiva che fa soffrire moltissimi intorno a me. Qui, cioè, nel mondo grondante cemento e cavi elettrici, connesso di continuo virtualmente, e sempre più tormentato da come poter vivere l'affrancamento dalla tecnica, sognando una vita in campagna.
Consapevoli o meno che siano, gli Occidentali hanno da tempo conquistato selvaggiamente il selvaggio e si dice che a questa sete di conquista di spazi sia mancata una direzione "etica", che avrebbe forse potuto prevedere il dramma mostruoso del trovarsi vittime dello stesso prodotto inventato per difendersi dalle offese della natura.
Miti diversi popolano la testa di coloro che hanno accesso alla "cultura" e ciascuno dirà la sua sull'argomento.
Ho pensato, scritto e poetato-persino- sull'argomento diverse volte negli ultimi anni ed anche il nuovo ambizioso, barcollante progetto sulla periferia palermitana nasce da questo disagio.
Scriverò altre considerazioni, al momento mi va solo di condividere questo brano, di un etologo celebre vivente, Danilo Mainardi, del quale raccolgo in fondo alcune citazioni ed una breve sintesi della biografia.
Ora faccio un altro barbaro atto di "copiatura" della Brugnolini, che inserisce un brano di Mainardi con una presentazione.
Nel libro "La strategia dell'aquila", l'autore rinviene una serie di analogie tra i comportamenti umani e i comportamenti di alcune specie di uccelli. In origine, sostiene lo studioso, l'uomo era come l'aquila e adottava la strategia del grande rapace: conduceva una vita sobria e ben organizzata, prelevando dal territorio solo le risorse necessarie e vivendo in armonia con l'ambiente. Il progresso ha successivamente infranto l'antico rapporto di simbiosi.
La conseguenza di ciò è che il mondo in cui viviamo, da cui natura e paesaggio stanno gradatamente scomparendo. Gli uomini, nota infatti lo studioso, con amara ironia, si stanno già abituando a vivere senza aria, senza acqua, senza alberi, senza la compagnia degli animali.
Ciò vale anche per le rondini, grandi protagoniste in assenza del brano che segue. esse rischiano di diventare un ricordo per le generazioni a venire, che si annunciano provviste di ogni comfort, ma prive, ormai, della "natura vera".
Ed ecco le parole che rivolgo a tutti noi, triste e desolata generazione dei senza rondini:
"Si può vivere, non c'è dubbio, pure senza rondini. Sopravviveremo. ....
Ma che vita sarà una vita senza rondini? Be', forse anche questo è uno di quei problemi che, simpaticamente, col tempo si autorisolvono. Basta che scompaia quella generazione (la mia) che è nata quando ogni casa aveva le sue rondini e alla sera, d'estate, le piazze cittadine si adornavano di rondoni che lanciavano strida assordanti sfidandosi in precipitosi inseguimenti. Per poi lasciare, col sopravvivere del buio il posto ai pipistrelli (che stanno pure loro scomparendo).
L'importante, penso, è, un pò alla volta, riuscire ad abituarsi a vivere senza. Non so se l'avete notato, ma da qualche anno è cominciata a circolare della gente con una mascherina di garza bianca sulla faccia. Certi pedalano in bicicletta, altri passeggiano a piedi: fanno esercizio, si stanno abituando a vivere senza l'aria pura. E quanta è ormai la gente che beve l'acqua del rubinetto, per non parlare di quella delle fonti e dei pozzi?..
Pasolini, tanti anni fa, in uno dei suoi Scritti corsari, lamentò la scomparsa delle lucciole. Ebbene, alla loro carenza siamo pure sopravvissuti.
Vedrete che i nostri nipoti saranno bravissimi a vivere senza. E poi, d'altro canto, per ogni cosa o essere vivente che scomparirà avranno in cambio un oggetto, o un vivente, virtuale.
Così, oggi che ancora esistono, seppure un minor numero, le rondini... e i topini e quelle affascinanti pseudorondini che sono i rondoni, ci si può domandare: ma i nostri nipotini li conoscono? li hanno mai sentiti cantare? sanno distinguerli?
Qual è , mi chiedo, il loro mondo animale? Temo che in quelle giovani menti confusamente convivano il passato e il presente, il vero e il falso. Dinosauri, leoni, godzilla..Tutti, i veri e i falsi, i viventi e gli estinti, immaginati, omologati, patinati e colorati. Mai, comunque, incontrati se non su uno schermo. E loro , i nostri nipotini, saranno gli adulti di domani. La generazione dei senza rondini. La generazione che ha imparato a vivere senza, seppure con tanti oggetti virtuali in cambio."
Da La strategia dell'aquila di Danilo Mainardi, etologo nato nel 1933 a Milano.
Nel 1956 Mainardi si laurea a Parma in biologia. Dal 1967 fino al 1992 ha insegnato prima Zoologia, quindi Biologia generale e infine Etologia presso l'Università di Parma, nelle facoltà di Scienze e di Medicina. Dal 1973 è direttore della Scuola di etologia del centro Ettore Majorana di cultura scientifica di Erice. Attualmente è professore ordinario di ecologia comportamentale presso la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche Naturali dell'Università "Ca' Foscari" di Venezia.
È presidente onorario della LIPU (Lega italiana protezione uccelli), dopo esserne stato per molti anni presidente nazionale.
Si è occupato principalmente dell'evoluzione del comportamento sociale e sessuale. In particolare della scelta sessuale, dimostrando l'importanza dell'apprendimento precoce nel determinare le preferenze sessuali. Con i suoi studi sull'aggressività ha dimostrato che non esiste appetenza per questo comportamento. Tra i risultati più importanti della sua ricerca è sicuramente la scoperta che anche le specie animali posseggono in certa misura la capacità tipica dell'uomo di produrre e trasmettere cultura, di trasferire, cioè, da un individuo ad un altro, soluzioni di problemi e innovazioni.
Ha vinto il premio Glaxo per la divulgazione scientifica. Nel 2003 ha ricevuto a Milano il premio "Campione" per la categoria "Ambiente"
È stato direttore dell'Italian Journal of Zoology, organo dell'Unione Zoologica Italiana. Ha partecipato e partecipa tuttora a numerose trasmissioni televisive specialistiche, tra le quali Dalla parte degli animali, Almanacco del giorno dopo e le serie di Quark. Collabora con il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, con Casaviva e con Airone. È autore di oltre 200 pubblicazioni. È, inoltre, presidente onorario dell'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
Queste sono le citazioni, tratte da wikipedia, come la biografia sopra:
* Quando capiremo, a fatti e non a parole, che le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi? (citato in Franca Zambonini, In aiuto ai nostri "fratelli minori", Famiglia Cristiana, n. 40, 6 ottobre 2002)
* Una società globalizzata si governa meglio se è fatta di persone con poco senso critico, quindi irrazionali. (dall'intervista di Piero Bianucci, Mainardi. La zanzara sulle ali del jumbo, La Stampa, 28 luglio 2001)
* Come è facile per la femmina del cane tirar su bene la sua prole, com'è difficile per noi umani fare altrettanto. (da Del cane, del gatto e di altri animali, Mondadori)
* Agli scienziati piace sempre moltissimo inventare nuove teorie, nuove spiegazioni e, soprattutto, nuovi nomi possibilmente astrusi. È così, oltretutto (ma questa senza dubbio è una malignità), che si raggiunge la gloria. Se non altro una bella visibilità. (da La bella zoologia, Cairo, Milano, 2008)
* A determinare la comparsa, lo sviluppo e il permanere dell'umana capacità di credere è stato un peculiare assommarsi di caratteristiche mentali e sociali.
* Credo davvero sia giunto il tempo di percepire la nuova centralità della cultura naturalistica. Una centralità necessaria per conoscerci meglio e, di conseguenza, per calibrare più positivamente il nostro rapporto con la natura, con i nostri simili, con noi stessi.
* Generalizzando, il comportamento è sempre il risultato dell'interazione tra genetica e ambiente. In definitiva, è sempre, per usare un termine proprio della biologia, fenotipo, anche se l'apporto dell'informazione genetica può essere assai variabile sia qualitativamente sia quantitativamente.
* Gli scienziati dovrebbero avere il culto della ragione; eppure, di norma trincerandosi dietro l'accusata argomentazione delle aree di competenza, trovano anche loro uno spazio per credere.
* L'uomo è, tra gli animali, il più razionale. Eppure anche in quest'epoca dominata dalla scienza, o almeno dove la scienza ha prodotto straordinari avanzamenti conoscitivi, l'uomo continua a credere in una varietà di fenomeni, esseri o entità di non provata esistenza.
[Danilo Mainardi, L'animale irrazionale. L'uomo, la natura e i limiti della ragione, Mondadori, Milano 2002]
Ed infine, come debole incoraggiamento:
"Una società globalizzata si governa meglio se è fatta di persone con poco senso critico, quindi irrazionali."
"L'ecologia ci insegna che la nostra patria è il mondo."
Buone riflessioni agli ipotetici lettori.
lunedì 21 settembre 2009
Mark Strand (il futuro non è più quello di una volta)
Mark Strand (il futuro non è più quello di una volta)
1) Se un uomo capisce una poesia,
avrà dei problemi.
2) Se un uomo vive insieme ad una poesia,
morirà solo.
3) Se un uomo vive insieme a due poesie,
ne tradirà una.
4) Se un uomo concepisce una poesia,
avrà un figlio in meno.
5) Se un uomo concepisce due poesie,
avrà due figli in meno.
12) Se un uomo si vanta delle sue poesie,
verrà amato dagli stolti.
18 ) Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude,
avrà paura della morte.
19) Se un uomo ha paura della morte,
verrà salvato dalle sue poesie.
20) Se un uomo non ha paura della morte,
le sue poesie forse lo salveranno forse no.
21) Se un uomo finisce una poesia,
si immergerà nella scia bianca della propria passione
e verrà baciato dalla pagina bianca.
1) Se un uomo capisce una poesia,
avrà dei problemi.
2) Se un uomo vive insieme ad una poesia,
morirà solo.
3) Se un uomo vive insieme a due poesie,
ne tradirà una.
4) Se un uomo concepisce una poesia,
avrà un figlio in meno.
5) Se un uomo concepisce due poesie,
avrà due figli in meno.
12) Se un uomo si vanta delle sue poesie,
verrà amato dagli stolti.
18 ) Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude,
avrà paura della morte.
19) Se un uomo ha paura della morte,
verrà salvato dalle sue poesie.
20) Se un uomo non ha paura della morte,
le sue poesie forse lo salveranno forse no.
21) Se un uomo finisce una poesia,
si immergerà nella scia bianca della propria passione
e verrà baciato dalla pagina bianca.
martedì 15 settembre 2009
I dubbi sull’importanza effettiva di costruire un impianto teorico.
Buongiorno, mie care periferie.
Approfitto di una pausa per scrivervi, sperando di essere letta.
Parto dal principio che l’unica costante della vita sia l’imprevedibilità.
Quanto è importante che un PROGETTO abbia una salda struttura teorica, se poi, di fatto, vince l’assenza di controllo ed anticipazione, quella serendipità che- talvolta- fa scoprir cose più belle di quelle pensate o rivela- disgraziatamente il più delle volte- l’assoluta infondatezza della scelta di rivolgersi a ciò che si voleva osservare più da vicino?
Questa seconda possibilità, direi brevemente che si realizza:
1)Perché ci sono cose più importanti di cui occuparsi prima;
2) Perché ciò che si vuole ricercare non è un “oggetto” che vuol prestarsi all’essere studiato;
3) O, ancora, trattandosi di un gruppo, perché non c’è la stessa intensa voglia di portare avanti la ricerca nella mente dei membri dell’equipe.
Questo progetto si presta a tutte e tre le “malvagie” imprevedibilità.
Ciò confesso che non mi faccia affatto paura. Mi piacerebbe portarlo comunque avanti, conscia dei limiti e delle difficoltà cui va incontro.
Ripeto ancora come non possa e non debba vendervi nulla. Lo spirito che mi ha guidato finora è stato solo quello di proporvi un viaggio nella conoscenza di qualcosa che non è affatto detto che vi interessi, ed il fatto che invece a me interessa molto conoscere non c’è alcuna ragione per cui dovrebbe incuriosirvi.
Ho già abusato di toni intimistici, raccontandovi come, mentre continuo la lotta al riconoscimento dei miei limiti, sia diventata sempre più bisognosa di capire qual è il mio effettivo “potere”.
E come in questo non abbia alcun dubbio che debba rientrare quello “politico”, in una realtà smisuratamente difficile da incidere com’è la nostra, penso di averlo anche non troppo implicitamente già rivelato.
L’interesse, insomma, non può supplicarsi in alcun modo. E l’ombra dell’esperimento di Platone di cercare di concretizzare la sua utopia, fallendo e disincantandosi al punto da esortare a non tentarla nemmeno, è per me, che sono cresciuta con la Lettera Settima, un’ospite perpetua del mio essere.
Detto ciò, se il lavoro di reclutamento iniziato in queste settimane sembrerà svolgersi da parte mia con molta disponibilità ed apertura, annuncio come dovrò correggermi a breve, quando inizierò sul serio a stabilire CHI voglio con me.
Ovviamente non è una minaccia, ma devo essere chiara e sincera fino in fondo.
Quanto all’ultima riserva, ossia la possibile non volontà del gruppo a partecipare, quindi il succo è il seguente.
Gli inviti sono stati fatti spesso casualmente, solo per concedere una visione molto rapida del percorso prospettato, ma chi desidera davvero cominciare un’indagine di questo tipo ha bisogno di fare i conti con se stesso, lontano dalle mie pressioni, richieste e via dicendo, perché senta di non essere costretto in alcuna maniera a fare ciò che non vuol fare.
La prima delle “imprevedibili” cause d’arresto di un progetto simile, ossia la non disponibilità delle “periferie” a lasciarsi scrutare da giovani concittadini che non distribuiscono loro né denaro né offerte di lavoro, può essere arginata forse nella stessa maniera. Proprio perché sono diversi i componenti di un quartiere, diverse saranno le reazioni che potremmo riscontrare al nostro misterioso “interesse” rivolto a “loro”.
Posso immaginare fin d’ora che molti non gradiranno, altri resteranno perplessi, alcuni, però, magari ci stupiranno, lasciandosi coinvolgere, chi può dirlo…
Quanto alla necessità che questo lavoro abbia luce non so che dire.
Ci saranno tante altre cose più urgenti, probabilmente, da osservare.
Ma cercare di capire cosa è il bello, se esiste un bello da conoscere e tentare di difendere o promuovere a Palermo, perché possa avere delle ripercussioni fondamentali nella vita non solo di chi facilmente può accostarsi ad esso, ma anche di frange spesso inascoltate… Se davvero siamo noi i suoi portavoce e se una presunta estetizzazione della nostra vita possa renderci soddisfatti… beh, sono solo alcune delle tante vetrine smerigliate che sbattono nell’edilizia degradatissima del mio cervello e che ho ipotizzato come possibile linea di ricerca, perché capace di tirarne in ballo tante altre, forse anche più importanti.
Ecco, se volete partecipare, una volta espressa la “preferenza” sulla tipologia di periferia da indagare, vorrei tanto che cominciaste- senza alcuna fretta e secondo le modalità che vi mettono più a vostro agio- con il raccontare cosa sia per voi la bellezza.
E così, forse, intanto i miei “interni “ scricchioleranno di meno. E, soprattutto, inizieremo a vagliare la fondatezza o meno della “teoria” da anteporre ad un’analisi che vorrebbe porsi al di là della teoria stessa , per potersi trasformare in conoscenza (ovviamente mai definitiva).
Aspetto vostre notizie.
A breve vi informerò sulla data ed il luogo del prossimo incontro, presumibilmente alla fine della settimana prossima.
Buona giornata!
Approfitto di una pausa per scrivervi, sperando di essere letta.
Parto dal principio che l’unica costante della vita sia l’imprevedibilità.
Quanto è importante che un PROGETTO abbia una salda struttura teorica, se poi, di fatto, vince l’assenza di controllo ed anticipazione, quella serendipità che- talvolta- fa scoprir cose più belle di quelle pensate o rivela- disgraziatamente il più delle volte- l’assoluta infondatezza della scelta di rivolgersi a ciò che si voleva osservare più da vicino?
Questa seconda possibilità, direi brevemente che si realizza:
1)Perché ci sono cose più importanti di cui occuparsi prima;
2) Perché ciò che si vuole ricercare non è un “oggetto” che vuol prestarsi all’essere studiato;
3) O, ancora, trattandosi di un gruppo, perché non c’è la stessa intensa voglia di portare avanti la ricerca nella mente dei membri dell’equipe.
Questo progetto si presta a tutte e tre le “malvagie” imprevedibilità.
Ciò confesso che non mi faccia affatto paura. Mi piacerebbe portarlo comunque avanti, conscia dei limiti e delle difficoltà cui va incontro.
Ripeto ancora come non possa e non debba vendervi nulla. Lo spirito che mi ha guidato finora è stato solo quello di proporvi un viaggio nella conoscenza di qualcosa che non è affatto detto che vi interessi, ed il fatto che invece a me interessa molto conoscere non c’è alcuna ragione per cui dovrebbe incuriosirvi.
Ho già abusato di toni intimistici, raccontandovi come, mentre continuo la lotta al riconoscimento dei miei limiti, sia diventata sempre più bisognosa di capire qual è il mio effettivo “potere”.
E come in questo non abbia alcun dubbio che debba rientrare quello “politico”, in una realtà smisuratamente difficile da incidere com’è la nostra, penso di averlo anche non troppo implicitamente già rivelato.
L’interesse, insomma, non può supplicarsi in alcun modo. E l’ombra dell’esperimento di Platone di cercare di concretizzare la sua utopia, fallendo e disincantandosi al punto da esortare a non tentarla nemmeno, è per me, che sono cresciuta con la Lettera Settima, un’ospite perpetua del mio essere.
Detto ciò, se il lavoro di reclutamento iniziato in queste settimane sembrerà svolgersi da parte mia con molta disponibilità ed apertura, annuncio come dovrò correggermi a breve, quando inizierò sul serio a stabilire CHI voglio con me.
Ovviamente non è una minaccia, ma devo essere chiara e sincera fino in fondo.
Quanto all’ultima riserva, ossia la possibile non volontà del gruppo a partecipare, quindi il succo è il seguente.
Gli inviti sono stati fatti spesso casualmente, solo per concedere una visione molto rapida del percorso prospettato, ma chi desidera davvero cominciare un’indagine di questo tipo ha bisogno di fare i conti con se stesso, lontano dalle mie pressioni, richieste e via dicendo, perché senta di non essere costretto in alcuna maniera a fare ciò che non vuol fare.
La prima delle “imprevedibili” cause d’arresto di un progetto simile, ossia la non disponibilità delle “periferie” a lasciarsi scrutare da giovani concittadini che non distribuiscono loro né denaro né offerte di lavoro, può essere arginata forse nella stessa maniera. Proprio perché sono diversi i componenti di un quartiere, diverse saranno le reazioni che potremmo riscontrare al nostro misterioso “interesse” rivolto a “loro”.
Posso immaginare fin d’ora che molti non gradiranno, altri resteranno perplessi, alcuni, però, magari ci stupiranno, lasciandosi coinvolgere, chi può dirlo…
Quanto alla necessità che questo lavoro abbia luce non so che dire.
Ci saranno tante altre cose più urgenti, probabilmente, da osservare.
Ma cercare di capire cosa è il bello, se esiste un bello da conoscere e tentare di difendere o promuovere a Palermo, perché possa avere delle ripercussioni fondamentali nella vita non solo di chi facilmente può accostarsi ad esso, ma anche di frange spesso inascoltate… Se davvero siamo noi i suoi portavoce e se una presunta estetizzazione della nostra vita possa renderci soddisfatti… beh, sono solo alcune delle tante vetrine smerigliate che sbattono nell’edilizia degradatissima del mio cervello e che ho ipotizzato come possibile linea di ricerca, perché capace di tirarne in ballo tante altre, forse anche più importanti.
Ecco, se volete partecipare, una volta espressa la “preferenza” sulla tipologia di periferia da indagare, vorrei tanto che cominciaste- senza alcuna fretta e secondo le modalità che vi mettono più a vostro agio- con il raccontare cosa sia per voi la bellezza.
E così, forse, intanto i miei “interni “ scricchioleranno di meno. E, soprattutto, inizieremo a vagliare la fondatezza o meno della “teoria” da anteporre ad un’analisi che vorrebbe porsi al di là della teoria stessa , per potersi trasformare in conoscenza (ovviamente mai definitiva).
Aspetto vostre notizie.
A breve vi informerò sulla data ed il luogo del prossimo incontro, presumibilmente alla fine della settimana prossima.
Buona giornata!
lunedì 14 settembre 2009
Il post di Danilo
Lo pubblico qui perché non è riuscito ad inserirlo nella bacheca del "gruppo fb".
(Attendo con ansia il sito, per non disseminarci e "periferizzarci" troppo...).
Ecco qui cosa ci scrive l'architetto:
PERIFERIE(A)
Dalle discussioni emerse nel nostro primo incontro son venuti fuori degli spunti interessanti.
Credo sia essenziale, per la migliore comprensione della “periferia” in quanto luogo dell’abitare contemporaneo, l’organizzazione di una o più visite all’interno di questi colossi immaginati nonostante i pessimi risultati, per accogliere un fiume di umanità.
Già, perché se è vero che la periferia possiede connotazioni identiche in tutto il pianeta( degrado sociale e urbano, solitudine, disagio giovanile, alienazione dal contesto urbano, isolamento, chiusura…), probabilmente a causa della visione ristretta ereditata dalla pedante cultura Ottocentesca, è altresì vero che ogni periferia possiede necessariamente una specificità di carattere storico-sociale, urbano-topografica che la identifica rendendola unica e perciò analizzabile come fenomeno unitario.
Come già ricordato ieri sera, credo fermamente che nel caso della nostra città,
il ruolo predominante in questo gioco perverso che ha ridotto la totalità del territorio dalle pendici della Conca d’oro alle coste ad una scacchiera abitativa per lo più sovradimensionata e priva di servizi, sia da accreditare al connubio tra mafia e politica ed alla totale assenza dello Stato sovrano per oltre mezzo secolo.
La Palermo dei nostri nonni, quella degli anni Cinquanta, era la capitale del Liberty della scuola di Ernesto Basile, la Conca d’oro era una distesa di terreni agricoli in cui non era difficile perdersi tra i profumi degli agrumeti e del gelsomino, un complesso ed organico sistema di Ville e pertinenze, insisteva all’interno di questo mare verde intessendo con le borgate(Uditore, Cruillas, San Lorenzo, Sferracavallo, Pallavicino, Partanna, Malaspina, Crocerossa, Noce,Portello, Acquasanta, Arenella, Acqua dei corsari, Oreto, Guadagna, Ciaculli, etc…) un legame vitale il cui vettore ultimo era cuore commerciale del Centro storico.
Un’economia identitaria quella lì.
Fatta di prodotti della terra e del mare, ma di questa terra e di questo mare.
Credo che sia ancora l’economia l’attore principale delle sorti delle nostre città, del nostro modo di abitare, il danaro, quello facile, quello d’affare. La fame dei viddani provenienti da Corleone, alimentata dall’interesse oligarchico della dirigenza della democrazia Cristiana Siciliana e probabilmente del “Divo”, ci consegna oggi una realtà urbana in cui diviene improprio parlare di Periferie ma piuttosto di Periferi”A”.
Un magma saturato di abitazioni-dormitorio scarne di servizi e nonostante la vastità del territorio in questione, ancora monocentrico, la cui identità è fortemente ancorata al ricordo della dimensione abitativa dei luoghi carichi di storia del centro storico.
Una periferia dunque non come le altre malgrado le assonanze ma carica di “sensi” che a noi tocca di saper mostrare, segni, tracce di un passato negato, spesso celato dai mostri di cemento armato della speculazione edilizia palermitana, luoghi questi divenuti specchio della società che li ha generati e desiderosi di riscatto sociale.
Un’ultima considerazione prima di chiudere vorrei spenderla a favore dell’indagine di carattere estetico immaginata da Silvia come portatrice di energie positive.
Sono convinto da architetto che l’estetica tanto sottovalutata dalla nostra cultura recente, dall’arte contemporanea al modo di configurare le nostre parti di città nuova, sia la chiave attraverso la quale generare adesione, perché come amava ricordare Carlo Scarpa:” …se una cosa è bella, chi la osserva la sente…”
I luoghi della nostra quotidianità hanno infatti sul nostro benessere percettivo un’influenza enorme in termini di vissuto eppure sento che non sono configurarti come dovrebbero per accoglierci.
Concludo ricordando una considerazione fatta da Bruno Zevi qualche tempo fa, quando ci ricordava che se al cinema trasmettono un brutto film, possiamo non andarlo a vedere, se l’editoria produce cattivi libri a noi è dato di leggere altro, ma se qualcuno costruisce frammenti di città pessimi o deturpa irreversibilmente il paesaggio dei nostri luoghi, siamo costretti a pagarne tutti le conseguenze e non possiamo chiudere gli occhi per non guardare.
A presto, al prossimo incontro,
Danilo 7-09-09
(Attendo con ansia il sito, per non disseminarci e "periferizzarci" troppo...).
Ecco qui cosa ci scrive l'architetto:
PERIFERIE(A)
Dalle discussioni emerse nel nostro primo incontro son venuti fuori degli spunti interessanti.
Credo sia essenziale, per la migliore comprensione della “periferia” in quanto luogo dell’abitare contemporaneo, l’organizzazione di una o più visite all’interno di questi colossi immaginati nonostante i pessimi risultati, per accogliere un fiume di umanità.
Già, perché se è vero che la periferia possiede connotazioni identiche in tutto il pianeta( degrado sociale e urbano, solitudine, disagio giovanile, alienazione dal contesto urbano, isolamento, chiusura…), probabilmente a causa della visione ristretta ereditata dalla pedante cultura Ottocentesca, è altresì vero che ogni periferia possiede necessariamente una specificità di carattere storico-sociale, urbano-topografica che la identifica rendendola unica e perciò analizzabile come fenomeno unitario.
Come già ricordato ieri sera, credo fermamente che nel caso della nostra città,
il ruolo predominante in questo gioco perverso che ha ridotto la totalità del territorio dalle pendici della Conca d’oro alle coste ad una scacchiera abitativa per lo più sovradimensionata e priva di servizi, sia da accreditare al connubio tra mafia e politica ed alla totale assenza dello Stato sovrano per oltre mezzo secolo.
La Palermo dei nostri nonni, quella degli anni Cinquanta, era la capitale del Liberty della scuola di Ernesto Basile, la Conca d’oro era una distesa di terreni agricoli in cui non era difficile perdersi tra i profumi degli agrumeti e del gelsomino, un complesso ed organico sistema di Ville e pertinenze, insisteva all’interno di questo mare verde intessendo con le borgate(Uditore, Cruillas, San Lorenzo, Sferracavallo, Pallavicino, Partanna, Malaspina, Crocerossa, Noce,Portello, Acquasanta, Arenella, Acqua dei corsari, Oreto, Guadagna, Ciaculli, etc…) un legame vitale il cui vettore ultimo era cuore commerciale del Centro storico.
Un’economia identitaria quella lì.
Fatta di prodotti della terra e del mare, ma di questa terra e di questo mare.
Credo che sia ancora l’economia l’attore principale delle sorti delle nostre città, del nostro modo di abitare, il danaro, quello facile, quello d’affare. La fame dei viddani provenienti da Corleone, alimentata dall’interesse oligarchico della dirigenza della democrazia Cristiana Siciliana e probabilmente del “Divo”, ci consegna oggi una realtà urbana in cui diviene improprio parlare di Periferie ma piuttosto di Periferi”A”.
Un magma saturato di abitazioni-dormitorio scarne di servizi e nonostante la vastità del territorio in questione, ancora monocentrico, la cui identità è fortemente ancorata al ricordo della dimensione abitativa dei luoghi carichi di storia del centro storico.
Una periferia dunque non come le altre malgrado le assonanze ma carica di “sensi” che a noi tocca di saper mostrare, segni, tracce di un passato negato, spesso celato dai mostri di cemento armato della speculazione edilizia palermitana, luoghi questi divenuti specchio della società che li ha generati e desiderosi di riscatto sociale.
Un’ultima considerazione prima di chiudere vorrei spenderla a favore dell’indagine di carattere estetico immaginata da Silvia come portatrice di energie positive.
Sono convinto da architetto che l’estetica tanto sottovalutata dalla nostra cultura recente, dall’arte contemporanea al modo di configurare le nostre parti di città nuova, sia la chiave attraverso la quale generare adesione, perché come amava ricordare Carlo Scarpa:” …se una cosa è bella, chi la osserva la sente…”
I luoghi della nostra quotidianità hanno infatti sul nostro benessere percettivo un’influenza enorme in termini di vissuto eppure sento che non sono configurarti come dovrebbero per accoglierci.
Concludo ricordando una considerazione fatta da Bruno Zevi qualche tempo fa, quando ci ricordava che se al cinema trasmettono un brutto film, possiamo non andarlo a vedere, se l’editoria produce cattivi libri a noi è dato di leggere altro, ma se qualcuno costruisce frammenti di città pessimi o deturpa irreversibilmente il paesaggio dei nostri luoghi, siamo costretti a pagarne tutti le conseguenze e non possiamo chiudere gli occhi per non guardare.
A presto, al prossimo incontro,
Danilo 7-09-09
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