Ed anche se non ve ne fotte niente, lo motivo pure.
Come un'ingenua credo ancora che il compito da portare avanti sia fare brillare sempre il cristallo che c'è in ognuno di noi. Cristallo umano, esposto a numerose rotture, ma che se si cura con assiduità, può resistere anche ai più devastanti attentati. Tutto ciò che dico è ciò che di me la memoria altrui non porterà ovunque quanto le mie azioni.
Chi pensa tanto, parla poco e agisce ancor di meno. Ma quelle poche azioni, non enfatizzate da inutile retorica, sono così corrette che ci si dovrebbe inchinare, probabilmente, davanti alla loro perfezione.
Che quelle poche azioni, allora, ci sia davvero una tradizione pronta ad accoglierle e diffonderle come esempi di ciò che, andando contro l'istinto, giocando contro il proprio interesse, ogni uomo e donna possono essere in grado di fare, se lo vogliono, è probabilmente il condensato del ritmo di una storia che si incammini verso l'umanità.
Ma noi non vogliamo più pensare, non vogliamo più curarci altro che del nostro cuoricino, del nostro portafoglio, del nostro benessere psico-fisico. Ed io che scrivevo e sognavo, pensavo pensavo e ripensavo addirittura a come poter "salvare" il mondo -anzichè me stessa- con la fantasia e la critica, stavo impunemente replicando ciò che addito come il più grande orrore del nostro tempo. Talvolta ero scomoda, sola ed insoddisfatta, ma era solo lì che il mio cristallo brillava.
Ed ora torno a lucidarlo, senza ambizioni smodate, senza prescrivere, senza atturrare, ma solo per sentirmi viva.
Non basta volere per essere vivi, ma se non lo si vuole non lo si sarà mai. E qui su fb non si agisce, non si vive, non abbastanza, almeno, per chi dovrebbe occuparsi di altro.
Andare controcorrente forse fa paura. Gli "intellettuali" si sono fermati sempre per colpa della solitudine.
Il rischio delle conseguenze è noto a tutti. Conserviamoci la pace. "Ma chi te lo fa fare?" "Fai un pò di sport!" "Fai del sesso! Cercati l'uomo semplice, ricco e con un bel pisello!", "Ridi e gioisci delle piccole cose!"..Già fatto. Deprimente per me, non posso farci niente.
I parenti, gli amici, pronti a giudicare nei loro salotti come demente, pazzo o tanto innamorato di sè da aver scelto di fare l'eroe incurante della vanità del suo atto proprio chi cerca di condurre difficili battaglie contro la consuetudine per amore di giustizia..sono loro che hanno sempre frenato i processi di rinascita. Ad uccidere è il ritrovarsi soli, sempre. Completamente soli, come fu per Calabresi, come fu per Dalla Chiesa, come fu per Falcone, per Borsellino, per quella lista infinita, incompiuta di persone che azzerano la distanza tra parola e azione, che non intendono soccombere all'immobilità, alla logica del "lamentarsi ma restare paralizzati" che sembra programmare i circuiti mentali della maggior parte dell'umanità, me compresa- specie negli ultimi mesi-.
Attivi e passivi. Le cose si cambiano, possono cambiare, ma non cambiano da sole. Se nessuno si spinge oltre l'ingiusta consuetudine, si lascia che la degenerazione si compia inesorabilmente, è ovvio che sia così.
Non cambierò il mondo, non mi credo di essere nessuno, ma voglio rispettarmi e se un giorno, solo se innamorata ed amata, mi sposassi e riuscissi a compiere il più bel miracolo naturale che c'è dato, giuro di aver cura che i miei figli conoscano cosa si nasconde dietro i valori oggi banalizzati e stremati dalle vicende che rimbalzano di bocca in bocca.
I miei figli, se mai dovessi averne, spero crescano con l'accortezza di smascherare gli impostori, distinguendo i veri professori che esprimono con pacatezza la concezione che sostiene il loro reale agire ed il loro sincero sperare, da quelli che si dipingono come amanti della giustizia, della libertà, della solidarietà solo per darsi un tono, giocando con la necessaria invisibilità dell'etica, approfittando indegnamente dello spazio di espressione libera che la democrazia offre a chiunque, dimenticando che la possibilità di far parlare chi offende, tradendoli, i diritti democratici, esiste solo grazie a chi quei valori li ha combattuti strenuamente, anche a costo della morte. E ricorderò loro quante volte io per prima sia stata retorica, falsa, incapace di tradurre in realtà ciò che avevo il dovere di capire fin dall'infanzia fosse più giusto, perchè nutrita, per mia fortuna, fin dai primi anni di vita di bellezza, ricerca, sensibilità sconfinata da due ex sessantottini ironici, tanto diversi da molti intollerabili radical chic e disincantati a matula che ho visto intorno a me.
E racconterò della mia lunga adolescenza, durante la quale, perdendomi troppo spesso seguendo i miei coetanei e sentendomi estranea seguendo le mie radici - naturali o che mi affannavo a costruire attraverso innesti di dubbia qualità-di instabilità ed incoerenza ne ingurgitavo davvero troppe.
Che sogni avevi? Mi chiederanno. E recuperare tutte le bozze di vari scritti, chiamare i vari amici con cui intavolai fortunate discussioni nelle giornate sì, ricordare le mie idee incendiarie, non sarà facile. Ripenserò all'amore, alle tante storie da soap vissute, leggerò magari qualche poesiuola noiosa delle mie e mi parrà di aver detto tutto. Che orrore.
Le idee infiammano e fanno muovere ed il progresso si è misurato sulle spazientite anime di chi ha scelto di lottare per i propri ideali, perchè lo spazio per scambiarsi sottovoce davanti ad una birra qualche opinione non l'aveva neppure! I salti bruschi della ragione, la mancanza di delicatezza nei dialoghi, la nascita di tutti i nostri discorsi dagli scontri armati di uomini che non potevano più tollerare la soppressione della libertà, l'uniforme del pensiero che si respirava non solo come un'atmosfera leggera, ma si viveva drammaticamente- e si vive tuttora- sotto i totalitarismi..dove andrà a finire il ricordo e l'onore della Resistenza?
Si è impopolari e noiosi a parlarne. Taci Silvia.
Ecco perchè mi estinguo da qui. In facoltà, in mezzo alle persone forse ancora posso tentare di essere me, ma qui mortifico me stessa oltre ogni misura ed ho il dovere di difendermi.
Se chi ha lottato per la nostra libertà avesse saputo che sarebbe stato questo l'uso che ne avremmo fatto, credo che avrebbe guerreggiato perchè si instaurassero dittature perpetue con comandanti sempre più feroci. Si ha libertà per essere più svegli, vivi, osservatori, energici. Non per ingannare, ma per usare una retorica che faccia a pugni con quella che mortifica ogni tensione verso la bellezza, la grazia, la giustizia, la verità, perchè ritiene di disporre già a sufficienza di ogni strumento per dire "è così". E, talvolta, arriva a guadagnare un " potere" immenso, diventando capace di imbrogliare un intero Paese, che assiste imbambolato o che, (in)coscientemente nauseato, non si cura più di lui.
"Per quanto noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti...."
Io torno con i Partigiani e tutti coloro che hanno creduto in qualcosa, non strisciando come dead man walking, incapaci di cicatrizzare le ferite delle delusioni necessariamente conosciute. Non ho più la forza di fare la Pasionaria, sono da un pò decisamente avversa a manicheismi rigidi stile "o ti curi del politico o ti curi del privato", ma voglio solo ricordare che esaltare l'importanza della lotta non è operazione da pazzi criminali. Non scorre nel sangue di chi si indigna un indomabile spirito bellicoso, non è un frustrato che vuole riversare le sue astinenze sessuali o altre varie delusioni accanendosi intollerabilmente. Sono gli occhi scocciati intorno a renderlo insofferente, perchè non può credere che non si percepisca intorno lo stesso scandalo. E viene isolato. Ucciso. Perchè fuori dalla caverna non ci vuole stare più nessuno.
Questa caverna virtuale oggi mi disgusta e non voglio raccontare ad ipotetici figli che era così che trascorrevo il mio tempo. Vado a cercare il sole, senza più timore di restare sola.
Viaggiare..riguadagnare lo spazio vero, sentire il dolore degli altri per dimenticarmi il mio e tentare di perdonare e capire sempre più a fondo quello che ho fatto a tantissime persone.
Che questo sia un "regime" sottile che strapazza le emozioni e livella ogni "critica" intelligente, funzionando come un detergente velenoso del pericoloso chiedersi perchè, dal momento che, anche quando ci tenta, banalizza necessariamente il tutto perdendosi tra milioni di pixel e test del cazzo, beh..giudicatelo voi. Solamente il giusto uso può ridimensionarne gli effetti negativi, certamente, ma io voglio essere radicale.
Per ritornare a vita, io, dunque, mi suicido da fb. Come protesta inutile, che vale solo per me, che resto in cerca perenne di rimuovere gli ostacoli al rincoglionimento deliberato.
La morta tornerà a parlare a settembre, probabilmente, quando forse sarò in un altro luogo ed il virtuale sarà necessario.
Ora sfrondo la testa, il cuore ed il corpo da tante illusioni e mi immergo nel reale, con tutti i colori e la crudeltà che ad esso appartengono.
Ho comunicato spesso in modo gradevole con questo tempo tecnologico, mi sono anche divertita, ma rispetto ciò che fui e in cui credetti, e desidero lasciare altre tracce in questo mondo.
Abbiate cura del vostro cuore e del vostro intelletto.
I miei sono entrambi deboli e ho bisogno di farmaci molto potenti che qui non posso trovare.
venerdì 28 agosto 2009
Altro ricordo di fb.."com'è cominciata.."
http://www.youtube.com/watch?v=3OlQ762Qh-A
26 gennaio 1994, discorso a reti unificate di Silvio Berlusconi sulla sua discesa in campo.
L’Italia è il Paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio mestiere di imprenditore. Qui ho anche appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. Per poter compiere questa nuova scelta di vita ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato. Rinuncio dunque al mio ruolo di editore e di imprenditore per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza.
So quel che non voglio. Insieme con i molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia so anche quello che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo in sincera e leale alleanza con tutte le forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese un’alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti.
La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti lascia il paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento del passaggio ad una nuova repubblica. Mai come in questo momento l’Italia , che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano di far funzionare lo Stato. Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del Parlamento. Ma affinché il nuovo sistema funzioni è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga un polo delle libertà che sia capace di attrarre in sé il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno. Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico, che ha generosamente contribuito all’ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria. L’importante è saper proporre gli stessi obiettivi che hanno fin qui consentito lo sviluppo in tutte le democrazie occidentali, quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei paesi governati dai vecchi apparati comunisti per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe far eccezione soltanto l’Italia. Gli orfani e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese. Portano con sé un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con l’esigenza di un’amministrazione liberale e liberista in economia.… le nostre sinistre pretendono di essere cambiate, dicono di essere diventate liberaldemocratiche, ma non è vero. I loro uomini, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell’iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell’individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l’apporto libero di tante persone tutte diverse l’una dall’altra.
Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il paese in una piazza urlante che grida, che inveisce, che condanna. Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà figlia della giustizia e della libertà. Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi, ora, subito, prima che sia troppo tardi è perché sogno a occhi bene aperti una società libera di donne e di uomini dove non ci sia la paura, dove al posto dell’ invidia sociale e dell’odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita. Il movimento politico che vi propongo si chiama non a caso forza italia.
Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici ed elettori di tipo totalmente nuovo. Non l’ennesimo partito o l’ennesima fazione che nasce per dividere, ma una forza che nasce con un obiettivo opposto: quello di unire, per dare all’Italia una maggioranza e un governo all’altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune.
Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla Nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili.
Noi vogliamo rinnovare la società italiana. Noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere. Noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud.
Vogliamo un Governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare dignità al nucleo originario di ogni società: la famiglia; che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze (non esagerate!)per dare per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure, per chi dopo una vita operosa ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all’ambiente, che sappiano opporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga. Che sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza.
La storia d’Italia, la nostra storia è a una svolta.
Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, senza nessuna timidezza-avrebbe dovuto dire senza pudore-, ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politicanti senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno, quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno, più prospera e serena, più moderna ed efficiente, che sia protagonista in Europa e nel mondo.
Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli un nuovo miracolo italiano.
....
Certo che è impressionante. La storia è così poco eticamente corretta da servire i kairoi- i rari momenti opportuni- a chi li utilizza in un modo indecoroso.
Non aveva niente in mente. Ciò che qui annuncia a reti unificate è un impasto di formulette insulse, inneggianti valori largamente condivisi e che sono il modo più efficace per comunicare con masse intontite dallo shock di aver visto ammanettati i governanti, le cui mani, da allora, non hanno smesso di dover essere controllate nella loro pulizia, nemmeno si trattasse di bambini che mamme affannate esortano a passare dal bagno prima di sedersi a tavola.
Berlusconi non è più intelligente, non è più furbo di nessuno. Molto ambiguo resta il riferimento alla esperienza. Pensa che dirigere le imprese sia equivalente, tutto sommato, al governare un paese.
Non si pretende che tutti conoscano la repubblica platonica ed il peso fondamentale che la politica assume nella visione greca che,in qualche modo, è filtrata nella tradizione occidentale.
Lui vuole essere uomo nuovo, in ogni caso. Recidere per sempre una corroborata tradizione, ed il nuovo attrae in modo molto più perentorio di ciò che persiste da sempre e su cui, al seducente confronto con chi inneggia ai miracoli, inizia a calare un’ombra di vecchiaia, un sapore stantio, un senso di morte, quasi, al punto che progressivamente ci si ritrova a vivere con nemmeno un minimo di scrupolo il congedo da esso .
Questo è ciò che è accaduto.
Le belle cose promesse dal governo Berlusconi reiteratamente in questi 15 anni avrebbero dovuto essere il portato di un paese incentrato sul valore assoluto della ricchezza. Solo questa, nella visione berlusconiana, rende l’uomo e la donna felici. E visibili, degni di essere rappresentati e potersi, perciò, lamentare per le fastidiose ingerenze dei “diversi”, responsabili di tutti gli scompigli, piccoli e grandi, che le cronache di Silvio si affannano in tutti i modi per mostrare come prove certe dell’imprescindibile confine esistente tra da una parte l’”italiano” e l’”italiana”, sessualmente iperattivo l’uno e velina, pupetta, l’altra, puliti e dal cuore d’oro, ed il clandestino, brutto, sporco e cattivo dall’altra.
Dove, dove la cultura, la diffusione di conoscenza, l’appoggio alla ricerca, al ridare speranza ai sofferenti, che se fame sempre avranno, potranno cercare di consolarsi con miriadi di stimoli diversi che molti italiani, se supportati e non indotti a considerarsi emarginati ed inutili, sarebbero capaci di dar loro? Che paese sognava e sogna, Berlusconi? Che percezione ne aveva?
È entrato nella nostra vita solo perché doveva salvarsi il culo. Doveva cercare un escamotage per risparmiarsi la galera, e riempire la bocca di un po’ di demagogia deve essergli parsa la scelta strategicamente più efficace, per riuscire non solo a mettersi al riparo dalla perdita della libertà, da lui inneggiata, ma anche per rendere ancora più consistente l’aura mitica che la sua megalomania insana gli cuciva intorno già dai tempi di milano due.
Equivale a perdere tempo destrutturare questa figura. La voglio utilizzare brutalmente solo come esempio efficace delle regole del marketing applicate a discorsi che condividono con quelli dei filosofi il terreno dell’invisibilità, dell’idealità, permettendo così la proliferazione di mirabolanti promesse dietro cui si nasconde solamente un disperato bisogno di fuga dal fare i conti con la giustizia. Un uomo che nella legge non ha riposto la benchè minima fede sacrale, con quale pretesa va a parlare ad un Paese disorientato, annunciando di volerne prendere in mano le redini? Non è che si presenti come esempio integerrimo di correttezza, di legalità, di professionalità. Lui avanza i criteri dell’esperienza imprenditoriale come appigli su cui poter costruire un’adeguata opera di risanamento dell’economia italiana, giunta al collasso, dal momento che i “comunisti” restano attaccati ad idee giurassiche, sconfitte dai tempi, riassumibili nell’assenza di fiducia nel progresso affidato al gioco del libero mercato, senza citare la sostanziale fiducia, riposta da sempre dalla sinistra, nella potenziale crescita del paese, solo a patto di una profonda opera di conversione culturale e umanista, venendo prima la collettività, prima i bisognosi, rispetto a chi ha già la fortuna di avere, di potere, di apparire. Gli uomini di sinistra hanno fallito, è vero, raccogliendo con la crisi del governo Prodi una delusione fortissima, sicchè non è rimasto che contenere le lacrime e la paura, reinventandosi faticosamente.
Ma d’altronde non potevano far nulla non solo perché maggioranza instabilissima, non per Mastella, non per la porcata di legge elettorale… la continuità non era sostenuta in ogni caso dagli italiani, incantati da Grillo e di scarsa memoria riguardo l’origine di quei sacrifici. E questo è naturale, perché questi vergognosi sibili berlusconiani hanno toccato i cuori di molte persone, della maggioranza di questo paese arido, superficiale, attratto dal vago brillare di pochi momenti di gloria, sedotto dall’abbondanza, come un paese uscito dalla guerra, affamatissimo e volenteroso solo nel soddisfare le voglie basse. Come non mirare a sé stessi, come immaginare che i propri sforzi fossero tesi ad un miglioramento nazionale?
Durante il governo Prodi, tanti hanno sofferto, non riuscendo ad arrivare a fine mese e non potendo tollerare il resistere della sperequazione nella classe dominante, differenza che Grillo si preoccupava di sorvegliare, alimentando lo sdegno e il disprezzo per questa classe politica. Non la magnifico. Ma avevo creduto potesse opporsi a Berlusconi, finchè avevo anch’io poi ceduto, la soglia di attenzione era diminuita, e raccoglievo malesseri vari di chi lavorava mentre io studiavo, e aveva dunque una percezione più netta della penalizzazione subita.Vi ricordate l’infelice frase di Padoa Schioppa sulla bellezza del pagare le tasse? Brutto o bello che sia, è odioso quando le tasse sono ingiuste. E tali non erano affatto, secondo me, quelle del governo Prodi, deciso a risollevare il Paese da una situazione disastrosa, esigendo il contributo di tutti. Si appellava, forse, a qualcosa di sempre più vago oggi, un senso di “italianità” che non era fondato sulla ricchezza, ma sull’appartenenza ad un territorio che, per quanto frammentario sia, per quante profonde differenze conosca, è comunque stato unito dalla lotta contro il fascismo per diventare una repubblica democratica. C’è qualcuno che se lo ricorda ancora?
Nessuno volle pensare queste cose allora. Ed è stato un crescendo dell’amore degli italiani per questo ometto, che avrebbe saputo intuire bene quanto avevano sofferto la spremitura fiscale, dando loro ciò che più avrebbero voluto. Poveretto.. c’è stata- e c'è- la crisi, ma ancora i suoi innumerevoli fedeli, pur avendo visto necessariamente poche mirabolanti promesse avverarsi, continuano a dar retta alle parole del presidente, perchè rassicuranti, anche se forse non più capaci come un tempo di far sognare una vita lussuosa, con camice di seta, giacche leopardate, vacanze in lontani atolli, cocaina e macchinone…
Non voglio affatto parlare del suo privato, di Veronica, Noemi e via dicendo. Se Berlusconi è incontrollabile nel suo populismo è perché ha lasciato che si iniettasse nella stragrande maggioranza della popolazione un relativismo totale sul piano dei “valori”ed un’adesione esclusiva a ciò che è tangibile, produce ricchezza, garantisce successo e, per questo, immortalità. Non si può arginare questo vomito perché non è che l’esasperazione di una visione del capitalismo disinteressata del tutto a far circolare il denaro per ampliare indefinitamente le possibilità di miglioramento dei non ricchissimi. . Si può solo sedare l’amarezza e andare avanti sforzandosi di seminare consapevolezza tra chi è giovane e ancora non ha il cuore ed il cervello contaminati da queste merdose concezioni, mortificanti la natura dell’uomo? Forse. Ma si può soprattutto incominciare a pensare in grande, a come si potrebbe concepire un sistema economico-politico oggi che sappia restare etico, elastico, capace di confrontarsi con l’estraneo per riconoscerlo proprio e di lottare perché l’estraneità presente nel proprio sia creduta una ferita, che brucia certamente, ma che solo cercando strade alternative all’alienazione può rimarginarsi.
Da 15 anni viviamo sopportando le insolenze di questo burattinaio pietoso, e se oggi mi chiedevo ancora affannosamente cosa possiamo fare, ora cerco di tirare in ballo un po’ di filo-filosofia per tentare di astrarmi dalla mia pena e restringere il problema ad uno, che da sempre mi angoscia: la verità della parola.
Gli uomini che vogliono dire la verità, li chiamerò perciò, ingenuamente, “filosofi”, non possono smascherare il sofista- colui che imbroglia e parla solo per persuadere, disinteressato del tutto alla verità-, seguendo il principio di non contraddizione aristotelico (tale per cui la coerenza dell’espressione esige altrettanta coerenza nei comportamenti...).
Non possono cioè dirgli “eh, bello mio, ma qui tu hai dichiarato questo e poi ti sei comportato così!”. Non possono farlo perché ormai ha vinto la parola, il segno scritto o sentito pronunciare in un video su fb o in televisione..una parola onnipotente, che vuole ogni cosa e si insinua in ogni momento della giornata ovunque, senza pretendere che ad essa consegua un’azione. Si può promettere tutto, rinnegare l’origine e smentire le conclusioni..non è richiesta nessunissima attendibilità al nostro dire. La parola è. E ciò che va oltre essa non ha alcun peso effettivo.
Anche chi si proclama filosofo e si impegna una vita nella ricerca di precarie conoscenze con spirito un pò faustiano - perchè, pur avendo magari tentato spesso di soffocarlo, ogni uomo che cerca credo ne rimanga ghignante vittima-, anche chi si spende nell’insegnamento della limitatezza ed irrequieto, spesso stanco di cercare, ma incapace di mettere un freno alla speranza di incontrare verità, ebbene anche costui partecipa insieme al sofista al grande gioco linguistico che si compie nel mondo.
È un gioco le cui regole non possiamo pensare siano stabilite da noi. E così chi vince? Chi ha potere. Ma per chi “vince”?
La beffa di non vantare un premio come succede a chi si gonfia di parole vuote incantando poveri ingenui è una beffa apparente. Direi sia una beata beffa di chi non ha alcun timore di mantenersi sull’orlo costante della crisi, perché non ha la pretesa di vincere la gara.
Le sole preoccupazioni dei “filosofi” si rivolgono alla sorte di coloro che rinunciano alla critica, restando ammaliati da chi potrebbe strumentalizzarli per guadagnare più potere. Questo è il senso di impotenza più difficile da tollerare. Anche nello sforzarsi di seminare consapevolezza, infatti, non è possibile manipolare le coscienze e necessario diventa accettare la scommessa che si insinui un kairòs fecondo per coloro che ancora non vogliono comprendere la differenza tra chi cerca verità e giustizia e chi si pronuncia intorno ad esse con la sicumera di possederle in tasca e poterne disporre a piacimento (sebbene capiti che ricorra alle stesse identiche ammissioni di prudenza e precarietà che l’altro vive con tormento.).
La parola ha oscurato la verità. È sempre accaduto e accade oggi, ma la percezione che se ne ha è centuplicata perché le informazioni attraverso cui smascherare questi giochetti sono infinite e chi sa ancora resistere nell’arduo tentativo di “distinguere” il vero dal falso si trova immerso in quintali di segni che lo scoraggiano, spesso lo nauseano, talvolta lo ammalano.
Perché? Perché si sgomenta un filosofo (ancor più, forse, se di "sinistra"..lo rende più "sinistro"..) di ciò che si compie intorno a lui e non rinuncia a farsi il sangue marcio, pensando unicamente a sé? Perché si trova in una società che in quell’oscurarsi della verità è cresciuta felice e si sente angosciato-a dal timore che prima o poi dovrà piegarsi anche lui-lei?
Non se cerca la verità della parola, certo/a che non sia mai in questa che la verità si esaurisca, perché ci sono visioni intere dell’uomo, del mondo, del tempo e dello spazio che si articolano parlando, leggendo e scrivendo, ma non si esauriranno mai nel fiato, nè nella traccia lasciata o assorbita, né nel pensiero.
Perché diventano parole agenti, che trasformano chi ci CREDE in modo radicale, lasciando che la sua testa sia sempre libera di dire no alle tantissime, stereoscopiche cazzate in cui vive immerso/a.
Perché, forse- è elementare ma non fino a che non ci si sbatta più volte la testa- solo laddove c’è verità della parola c’è anche giustizia.
Cerchiamo la verità della parola, amici virtuali e reali miei, anche se equivale a massacrarsi e non piacere alla maggior parte delle persone che abbiamo intorno e che, comunque, vanno rispettate ed apprezzate per altre qualità. Bene e male si immischiano in ciascuno di noi..la tensione all'unità è permanente... ma qui, in questo momento storico di imbambolamento collettivo, riuscire a non franare sembra più difficile che mai e non possiamo permettere al nostro essere, volenti o nolenti, elementi "sociali" di farci vivere continue morti a stento.
C'è sempre un varco..cerchiamo ciascuno il proprio, cambiandolo ogni volta che si consuma, senza mai annientarci definitivamente sotto il peso di malattie mentali- occidentali, troppo occidentali...- da accettare, comprendere e rimuovere, innamorandosi oltre ogni misura della bellezza, della pienezza, della giustizia che ancora e sempre ci sarà concesso scrutare e condividere.
Resistere!
26 gennaio 1994, discorso a reti unificate di Silvio Berlusconi sulla sua discesa in campo.
L’Italia è il Paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio mestiere di imprenditore. Qui ho anche appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. Per poter compiere questa nuova scelta di vita ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni da ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato. Rinuncio dunque al mio ruolo di editore e di imprenditore per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza.
So quel che non voglio. Insieme con i molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia so anche quello che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo in sincera e leale alleanza con tutte le forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese un’alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti.
La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti lascia il paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento del passaggio ad una nuova repubblica. Mai come in questo momento l’Italia , che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano di far funzionare lo Stato. Il movimento referendario ha condotto alla scelta popolare di un nuovo sistema di elezione del Parlamento. Ma affinché il nuovo sistema funzioni è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga un polo delle libertà che sia capace di attrarre in sé il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno. Di questo polo delle libertà dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico, che ha generosamente contribuito all’ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria. L’importante è saper proporre gli stessi obiettivi che hanno fin qui consentito lo sviluppo in tutte le democrazie occidentali, quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei paesi governati dai vecchi apparati comunisti per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe far eccezione soltanto l’Italia. Gli orfani e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese. Portano con sé un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con l’esigenza di un’amministrazione liberale e liberista in economia.… le nostre sinistre pretendono di essere cambiate, dicono di essere diventate liberaldemocratiche, ma non è vero. I loro uomini, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell’iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell’individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l’apporto libero di tante persone tutte diverse l’una dall’altra.
Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il paese in una piazza urlante che grida, che inveisce, che condanna. Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa, nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà figlia della giustizia e della libertà. Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi, ora, subito, prima che sia troppo tardi è perché sogno a occhi bene aperti una società libera di donne e di uomini dove non ci sia la paura, dove al posto dell’ invidia sociale e dell’odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita. Il movimento politico che vi propongo si chiama non a caso forza italia.
Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di elettrici ed elettori di tipo totalmente nuovo. Non l’ennesimo partito o l’ennesima fazione che nasce per dividere, ma una forza che nasce con un obiettivo opposto: quello di unire, per dare all’Italia una maggioranza e un governo all’altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune.
Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla Nazione è un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili.
Noi vogliamo rinnovare la società italiana. Noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere. Noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell’Europa e del mondo moderno. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, al Nord come al Sud.
Vogliamo un Governo e una maggioranza parlamentare che sappiano dare dignità al nucleo originario di ogni società: la famiglia; che sappiano rispettare ogni fede e che suscitino ragionevoli speranze (non esagerate!)per dare per chi è più debole, per chi cerca lavoro, per chi ha bisogno di cure, per chi dopo una vita operosa ha diritto di vivere in serenità. Un governo e una maggioranza che portino più attenzione e rispetto all’ambiente, che sappiano opporsi con la massima determinazione alla criminalità, alla corruzione, alla droga. Che sappiano garantire ai cittadini più sicurezza, più ordine e più efficienza.
La storia d’Italia, la nostra storia è a una svolta.
Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo, senza nessuna timidezza-avrebbe dovuto dire senza pudore-, ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politicanti senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno, quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno, più prospera e serena, più moderna ed efficiente, che sia protagonista in Europa e nel mondo.
Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli un nuovo miracolo italiano.
....
Certo che è impressionante. La storia è così poco eticamente corretta da servire i kairoi- i rari momenti opportuni- a chi li utilizza in un modo indecoroso.
Non aveva niente in mente. Ciò che qui annuncia a reti unificate è un impasto di formulette insulse, inneggianti valori largamente condivisi e che sono il modo più efficace per comunicare con masse intontite dallo shock di aver visto ammanettati i governanti, le cui mani, da allora, non hanno smesso di dover essere controllate nella loro pulizia, nemmeno si trattasse di bambini che mamme affannate esortano a passare dal bagno prima di sedersi a tavola.
Berlusconi non è più intelligente, non è più furbo di nessuno. Molto ambiguo resta il riferimento alla esperienza. Pensa che dirigere le imprese sia equivalente, tutto sommato, al governare un paese.
Non si pretende che tutti conoscano la repubblica platonica ed il peso fondamentale che la politica assume nella visione greca che,in qualche modo, è filtrata nella tradizione occidentale.
Lui vuole essere uomo nuovo, in ogni caso. Recidere per sempre una corroborata tradizione, ed il nuovo attrae in modo molto più perentorio di ciò che persiste da sempre e su cui, al seducente confronto con chi inneggia ai miracoli, inizia a calare un’ombra di vecchiaia, un sapore stantio, un senso di morte, quasi, al punto che progressivamente ci si ritrova a vivere con nemmeno un minimo di scrupolo il congedo da esso .
Questo è ciò che è accaduto.
Le belle cose promesse dal governo Berlusconi reiteratamente in questi 15 anni avrebbero dovuto essere il portato di un paese incentrato sul valore assoluto della ricchezza. Solo questa, nella visione berlusconiana, rende l’uomo e la donna felici. E visibili, degni di essere rappresentati e potersi, perciò, lamentare per le fastidiose ingerenze dei “diversi”, responsabili di tutti gli scompigli, piccoli e grandi, che le cronache di Silvio si affannano in tutti i modi per mostrare come prove certe dell’imprescindibile confine esistente tra da una parte l’”italiano” e l’”italiana”, sessualmente iperattivo l’uno e velina, pupetta, l’altra, puliti e dal cuore d’oro, ed il clandestino, brutto, sporco e cattivo dall’altra.
Dove, dove la cultura, la diffusione di conoscenza, l’appoggio alla ricerca, al ridare speranza ai sofferenti, che se fame sempre avranno, potranno cercare di consolarsi con miriadi di stimoli diversi che molti italiani, se supportati e non indotti a considerarsi emarginati ed inutili, sarebbero capaci di dar loro? Che paese sognava e sogna, Berlusconi? Che percezione ne aveva?
È entrato nella nostra vita solo perché doveva salvarsi il culo. Doveva cercare un escamotage per risparmiarsi la galera, e riempire la bocca di un po’ di demagogia deve essergli parsa la scelta strategicamente più efficace, per riuscire non solo a mettersi al riparo dalla perdita della libertà, da lui inneggiata, ma anche per rendere ancora più consistente l’aura mitica che la sua megalomania insana gli cuciva intorno già dai tempi di milano due.
Equivale a perdere tempo destrutturare questa figura. La voglio utilizzare brutalmente solo come esempio efficace delle regole del marketing applicate a discorsi che condividono con quelli dei filosofi il terreno dell’invisibilità, dell’idealità, permettendo così la proliferazione di mirabolanti promesse dietro cui si nasconde solamente un disperato bisogno di fuga dal fare i conti con la giustizia. Un uomo che nella legge non ha riposto la benchè minima fede sacrale, con quale pretesa va a parlare ad un Paese disorientato, annunciando di volerne prendere in mano le redini? Non è che si presenti come esempio integerrimo di correttezza, di legalità, di professionalità. Lui avanza i criteri dell’esperienza imprenditoriale come appigli su cui poter costruire un’adeguata opera di risanamento dell’economia italiana, giunta al collasso, dal momento che i “comunisti” restano attaccati ad idee giurassiche, sconfitte dai tempi, riassumibili nell’assenza di fiducia nel progresso affidato al gioco del libero mercato, senza citare la sostanziale fiducia, riposta da sempre dalla sinistra, nella potenziale crescita del paese, solo a patto di una profonda opera di conversione culturale e umanista, venendo prima la collettività, prima i bisognosi, rispetto a chi ha già la fortuna di avere, di potere, di apparire. Gli uomini di sinistra hanno fallito, è vero, raccogliendo con la crisi del governo Prodi una delusione fortissima, sicchè non è rimasto che contenere le lacrime e la paura, reinventandosi faticosamente.
Ma d’altronde non potevano far nulla non solo perché maggioranza instabilissima, non per Mastella, non per la porcata di legge elettorale… la continuità non era sostenuta in ogni caso dagli italiani, incantati da Grillo e di scarsa memoria riguardo l’origine di quei sacrifici. E questo è naturale, perché questi vergognosi sibili berlusconiani hanno toccato i cuori di molte persone, della maggioranza di questo paese arido, superficiale, attratto dal vago brillare di pochi momenti di gloria, sedotto dall’abbondanza, come un paese uscito dalla guerra, affamatissimo e volenteroso solo nel soddisfare le voglie basse. Come non mirare a sé stessi, come immaginare che i propri sforzi fossero tesi ad un miglioramento nazionale?
Durante il governo Prodi, tanti hanno sofferto, non riuscendo ad arrivare a fine mese e non potendo tollerare il resistere della sperequazione nella classe dominante, differenza che Grillo si preoccupava di sorvegliare, alimentando lo sdegno e il disprezzo per questa classe politica. Non la magnifico. Ma avevo creduto potesse opporsi a Berlusconi, finchè avevo anch’io poi ceduto, la soglia di attenzione era diminuita, e raccoglievo malesseri vari di chi lavorava mentre io studiavo, e aveva dunque una percezione più netta della penalizzazione subita.Vi ricordate l’infelice frase di Padoa Schioppa sulla bellezza del pagare le tasse? Brutto o bello che sia, è odioso quando le tasse sono ingiuste. E tali non erano affatto, secondo me, quelle del governo Prodi, deciso a risollevare il Paese da una situazione disastrosa, esigendo il contributo di tutti. Si appellava, forse, a qualcosa di sempre più vago oggi, un senso di “italianità” che non era fondato sulla ricchezza, ma sull’appartenenza ad un territorio che, per quanto frammentario sia, per quante profonde differenze conosca, è comunque stato unito dalla lotta contro il fascismo per diventare una repubblica democratica. C’è qualcuno che se lo ricorda ancora?
Nessuno volle pensare queste cose allora. Ed è stato un crescendo dell’amore degli italiani per questo ometto, che avrebbe saputo intuire bene quanto avevano sofferto la spremitura fiscale, dando loro ciò che più avrebbero voluto. Poveretto.. c’è stata- e c'è- la crisi, ma ancora i suoi innumerevoli fedeli, pur avendo visto necessariamente poche mirabolanti promesse avverarsi, continuano a dar retta alle parole del presidente, perchè rassicuranti, anche se forse non più capaci come un tempo di far sognare una vita lussuosa, con camice di seta, giacche leopardate, vacanze in lontani atolli, cocaina e macchinone…
Non voglio affatto parlare del suo privato, di Veronica, Noemi e via dicendo. Se Berlusconi è incontrollabile nel suo populismo è perché ha lasciato che si iniettasse nella stragrande maggioranza della popolazione un relativismo totale sul piano dei “valori”ed un’adesione esclusiva a ciò che è tangibile, produce ricchezza, garantisce successo e, per questo, immortalità. Non si può arginare questo vomito perché non è che l’esasperazione di una visione del capitalismo disinteressata del tutto a far circolare il denaro per ampliare indefinitamente le possibilità di miglioramento dei non ricchissimi. . Si può solo sedare l’amarezza e andare avanti sforzandosi di seminare consapevolezza tra chi è giovane e ancora non ha il cuore ed il cervello contaminati da queste merdose concezioni, mortificanti la natura dell’uomo? Forse. Ma si può soprattutto incominciare a pensare in grande, a come si potrebbe concepire un sistema economico-politico oggi che sappia restare etico, elastico, capace di confrontarsi con l’estraneo per riconoscerlo proprio e di lottare perché l’estraneità presente nel proprio sia creduta una ferita, che brucia certamente, ma che solo cercando strade alternative all’alienazione può rimarginarsi.
Da 15 anni viviamo sopportando le insolenze di questo burattinaio pietoso, e se oggi mi chiedevo ancora affannosamente cosa possiamo fare, ora cerco di tirare in ballo un po’ di filo-filosofia per tentare di astrarmi dalla mia pena e restringere il problema ad uno, che da sempre mi angoscia: la verità della parola.
Gli uomini che vogliono dire la verità, li chiamerò perciò, ingenuamente, “filosofi”, non possono smascherare il sofista- colui che imbroglia e parla solo per persuadere, disinteressato del tutto alla verità-, seguendo il principio di non contraddizione aristotelico (tale per cui la coerenza dell’espressione esige altrettanta coerenza nei comportamenti...).
Non possono cioè dirgli “eh, bello mio, ma qui tu hai dichiarato questo e poi ti sei comportato così!”. Non possono farlo perché ormai ha vinto la parola, il segno scritto o sentito pronunciare in un video su fb o in televisione..una parola onnipotente, che vuole ogni cosa e si insinua in ogni momento della giornata ovunque, senza pretendere che ad essa consegua un’azione. Si può promettere tutto, rinnegare l’origine e smentire le conclusioni..non è richiesta nessunissima attendibilità al nostro dire. La parola è. E ciò che va oltre essa non ha alcun peso effettivo.
Anche chi si proclama filosofo e si impegna una vita nella ricerca di precarie conoscenze con spirito un pò faustiano - perchè, pur avendo magari tentato spesso di soffocarlo, ogni uomo che cerca credo ne rimanga ghignante vittima-, anche chi si spende nell’insegnamento della limitatezza ed irrequieto, spesso stanco di cercare, ma incapace di mettere un freno alla speranza di incontrare verità, ebbene anche costui partecipa insieme al sofista al grande gioco linguistico che si compie nel mondo.
È un gioco le cui regole non possiamo pensare siano stabilite da noi. E così chi vince? Chi ha potere. Ma per chi “vince”?
La beffa di non vantare un premio come succede a chi si gonfia di parole vuote incantando poveri ingenui è una beffa apparente. Direi sia una beata beffa di chi non ha alcun timore di mantenersi sull’orlo costante della crisi, perché non ha la pretesa di vincere la gara.
Le sole preoccupazioni dei “filosofi” si rivolgono alla sorte di coloro che rinunciano alla critica, restando ammaliati da chi potrebbe strumentalizzarli per guadagnare più potere. Questo è il senso di impotenza più difficile da tollerare. Anche nello sforzarsi di seminare consapevolezza, infatti, non è possibile manipolare le coscienze e necessario diventa accettare la scommessa che si insinui un kairòs fecondo per coloro che ancora non vogliono comprendere la differenza tra chi cerca verità e giustizia e chi si pronuncia intorno ad esse con la sicumera di possederle in tasca e poterne disporre a piacimento (sebbene capiti che ricorra alle stesse identiche ammissioni di prudenza e precarietà che l’altro vive con tormento.).
La parola ha oscurato la verità. È sempre accaduto e accade oggi, ma la percezione che se ne ha è centuplicata perché le informazioni attraverso cui smascherare questi giochetti sono infinite e chi sa ancora resistere nell’arduo tentativo di “distinguere” il vero dal falso si trova immerso in quintali di segni che lo scoraggiano, spesso lo nauseano, talvolta lo ammalano.
Perché? Perché si sgomenta un filosofo (ancor più, forse, se di "sinistra"..lo rende più "sinistro"..) di ciò che si compie intorno a lui e non rinuncia a farsi il sangue marcio, pensando unicamente a sé? Perché si trova in una società che in quell’oscurarsi della verità è cresciuta felice e si sente angosciato-a dal timore che prima o poi dovrà piegarsi anche lui-lei?
Non se cerca la verità della parola, certo/a che non sia mai in questa che la verità si esaurisca, perché ci sono visioni intere dell’uomo, del mondo, del tempo e dello spazio che si articolano parlando, leggendo e scrivendo, ma non si esauriranno mai nel fiato, nè nella traccia lasciata o assorbita, né nel pensiero.
Perché diventano parole agenti, che trasformano chi ci CREDE in modo radicale, lasciando che la sua testa sia sempre libera di dire no alle tantissime, stereoscopiche cazzate in cui vive immerso/a.
Perché, forse- è elementare ma non fino a che non ci si sbatta più volte la testa- solo laddove c’è verità della parola c’è anche giustizia.
Cerchiamo la verità della parola, amici virtuali e reali miei, anche se equivale a massacrarsi e non piacere alla maggior parte delle persone che abbiamo intorno e che, comunque, vanno rispettate ed apprezzate per altre qualità. Bene e male si immischiano in ciascuno di noi..la tensione all'unità è permanente... ma qui, in questo momento storico di imbambolamento collettivo, riuscire a non franare sembra più difficile che mai e non possiamo permettere al nostro essere, volenti o nolenti, elementi "sociali" di farci vivere continue morti a stento.
C'è sempre un varco..cerchiamo ciascuno il proprio, cambiandolo ogni volta che si consuma, senza mai annientarci definitivamente sotto il peso di malattie mentali- occidentali, troppo occidentali...- da accettare, comprendere e rimuovere, innamorandosi oltre ogni misura della bellezza, della pienezza, della giustizia che ancora e sempre ci sarà concesso scrutare e condividere.
Resistere!
Pensierini sulla "verità" (una delle mie note su fb)
La verità forse non esiste, ma se esistesse non è detto che la si saprebbe trattenere presso di sé. Non è facile sopportarla, si può impazzire. Bisognerebbe invece imparare a reggere la verità. C’è qualcosa di strettamente specifico nella natura dell’uomo e della donna che li allontana dal riconoscere con piena certezza la verità riguardo al giudizio sulla propria persona, la verità delle esternazioni degli altri e la verità su fatti che non conosce, ma il racconto dei quali pare troppo distante dalle proprie previe impressioni perché possa ammettersi verosimile, figuriamoci se “vero”.
Dire il falso è sempre possibile, nessuno garantisce che sia vero ciò che si è detto.
È solo un problema di fiducia?
No. Non lo è. Non ci fidiamo perché non possiamo fidarci. Io mi fido nel momento in cui non perdo troppi vantaggi nella mia vita. Altrimenti, anche consapevolmente, preferisco convivere con la falsità, arrendermi ad essa ed imparare a gestirla come se non esistesse, continuando, per altro, a sostenere le mie ragioni, perché mi servono, perché sono mie e se me le tolgono io non esisto più.
A volte ci si rende conto dopo necessariamente che quel che avevamo dato per falso era verissimo, ma non l’avevamo voluto considerare tale perché non potevamo tollerare di dover ridisegnare costellazioni di pensiero che ci avevano richiesto le fatiche di una vita. Dunque di menzogne occorre campare, se non si desidera trascorrere una vita da matti. L’uomo e la donna comune hanno quasi un’incapacità ontologica a vivere nella verità. È così, la verità non la si regge non perché non ci si sappia fidare di essa, ma perchè non potrà mai tramontare il bisogno estremo di falsità che, solo, consente ad uomini e donne di sopravvivere?
Probabilmente si. E Nietzsche è stato il filosofo che forse più di ogni altro ha reso possibile la scoperta di questa “VERITÀ”.
La verità è che l’uomo e la donna non amano la verità.
L’uomo e la donna non amano la verità di sapere che non amano la verità, quindi.
E non riconosceranno mai che la falsità è alla base del loro vivere, cercheranno di renderla più presentabile, perché il pregiudizio avverso alla falsità è millenario e non crollerà mai.
Chi potrà asserire di dire bugie con tranquillità, senza aspettarsi di venir guardato con disprezzo feroce da chi, pure, ha una vita non priva di ombre ma non trattiene l’orrore davanti ad espressioni così inconsuete e “pericolose”?
Se ammetti candidamente di non dire la verità, nessuno ti crederà più.
La fiducia è fondamentale. Sia quando ascolto gli altri che quando parlo devo aver fede della verità di ciò che viene messo in ballo, perché non posso sempre testimoniar con prove la certezza di ciò che vien detto, come se mi trovassi in tribunale, in una causa senza termine, per un processo in cui non capisco mai se sono parte lesa o imputata principale, attaccata ferocemente dall’accusa, visto che sono l’uno e l’altro sempre.
Ma l’aver fede, che costa fatica immensa tutelare, viene forse stritolato davanti alla resa di chi si accorge che conviene, dopo tutto, fare finta di nulla, presentare un’altra verità, che offenda di meno, che mieta meno vittime, perché il suo effetto abbacinante è catastrofico, non ci si può permettere stragi devastanti.
E allora si dicono bugie ma non si ha la forza di ammettere che siano tali, inventandosi di voler vivere nella verità e volerla cercare durante la propria esistenza. È solo un’invenzione, dal momento che si lascia che quella rimanga uno spaventapasseri, non una vitale pulsione che regola gli sforzi comuni di cercar di dire le cose come stanno.
Si deve negoziare camuffando, sorridere celando, rassicurare mentendo. Fino a dimenticarsi che quelle erano bugie, fino a non aver più in mente il dolore della scoperta e il movimento repentino di accantonare tutti gli appigli che avrebbero condotto facilmente un commissario a smascherare il colpevole.
Si sceglie di salvare altro, per amore di quiete. Perché va salvaguardata la pace, l’armonia, la dignità dell’uomo (oooh), il quale potrebbe trovarsi improvvisamente esposto al pubblico ludibrio.
Chi si permette di alzare un attimo la voce, subito viene accusato di essere un censore compassato, che ha sbagliato epoca, è retorico, anacronistico, giurassico, duro, conservatore, incapace di accettare la flessibilità ed il caos positivo di questi tempi post-moderni. Tempi che pretendono un dialogo costante tra le parti, un tentativo di giungere ad un compromesso che faccia giustizia delle troppe vittime che un dogmatismo furioso ha lasciato appartenessero a tutte le epoche passate, senza aver nemmeno il coraggio di recitare un mea culpa.
PARENTESI FILO-FILOSOFICA:Oggi non abbiamo più dogmi da sbandierare e non relativizziamo nulla, perché sappiamo che il dogmatismo e il relativismo sono mali oscuri, parenti stretti tra di loro, privi della sostanziale resipiscenza che aveva indicato a tutti Heidegger, suggerendo l’arretrare dell’uomo (e della donna, il Dasein, insomma) in una radura dove attendere l’essere, il suo avvento illuminante che lo protegge e che si chiama alètheia.
Nascondere. Non nascondimento. Quando finalmente ciò in cui viviamo sempre, questa condizione di finzione e falsità verrà riconosciuta per quello che è, e la svelatezza si realizzerà, come un evento, senza compiersi nel cervello di un singolo ma nella coscienza di tutti, quando questo magnifico evento accadrà non può dirlo nessuno. E nemmeno Heidegger lo preconizzò, né lo credette possibile. La nausea lo vinse, il disgusto per non aver potuto invertire le leggi della temporalità, lui che le aveva comprese meglio di tutti, lo annientò, lasciandogli come unica, splendida consolazione la poesia, lo stentato balbettare, che, allontanandosi dalla barbara pretesa di imbrigliare qualcosa, pure non può salvare chi continua ad annaspare nel nascondimento senza intenzione né di lavorare per scoprire il celato né di attendere che si faccia essere.
Dopo Heidegger cosa succede? Lasciando stare la sua filosofia piegata alla fine quasi ad un misticismo- è ben più complesso, sto dicendo poca verità, ma devo stringere..-, come possiamo comunque tentar di pronunciarci correttamente, oggi, sulla verità? PARENTESI CHIUSA.
Se la verità arriva sempre dopo, nelle fasi di passaggio giunge quando l’epoca che sta per cominciare sta già cedendo il testimone al periodo che succede quella, di cui non possiamo immaginare contorni, né possiamo osare dipingere come funereo.
Si proclama tanto la messa in discussione delle proprie stentate certezze, si invocano a gran voce rivoluzioni paradigmatiche come uniche strade per progredire sulla strada dell’umile conoscenza, ma quanto poco in effetti ciò si realizzi lo si vede anche negli ambiti accademici, dove di queste cose si discute giornalmente, ma non è raro che ci si trascini lapalissiani errori per anni, per non aver voluto dare ascolto a chi li additava come tali.
Tra la verità e chi la cerca si staglia un mare di superbia.
Forse generalmente non c’è nemmeno bisogno di vivere questo scarto come un dramma. Magari non occorre, si aggiungerebbe gratuitamente soltanto un altro motivo di sdegno per la propria specie che sembra digerire per lo più con facilità la propria indifferenza all’appurare certe faccende, restando orgogliosamente attaccata alla propria idea, sia pur clamorosamente smentita da fatti indubitabili.
L’uomo e la donna che si dicono dediti alla filosofia ( e dico dentro e fuori dalle accademie...chiunque voglia pensare, insomma..) cercano la verità, però, (o forse pensano che qualcuno, foss'anche la stessa coscienza,aspetti che venga svelata dalle loro ricerche) in un modo molto più radicale.
Solo l’uomo e la donna che non si accontentano di nulla, che vogliono domandare tutta la vita, cercare senza sosta, perennemente inquieti, potranno avvicinarsi un po’ di più all’insostenibile assenza della “verità”,senza restare travolti dalla scoperta e senza rassegnarsi al proliferare di inefficaci e ingannevoli formule di retorica consolante.
Per questo orrori come quelli che accadono intorno, vicinissimo e lontanissimo da noi, vengono difficilmente digeriti e si vorrebbe poter trasformare la consapevolezza della verità in giustizia.
Ma il vero ed il giusto coincidono da sempre molto poco.
Aver chiarito interamente qualcosa, anche ammesso che si possa davvero fare, dovrebbe poi essere giudicato. E i conflitti assiologici diventano infiniti.
Ma di fronte alla "verità"- Berlusconi- verità ben diversa da quella tormentosa "esistenziale" di cui parlavo prima e che ciascuno ha illuminato a proprio modo, che non sarà mai intera ma sempre in divenire, ok, ma è tanto evidente da lasciare una traccia quanto meno di sdegno in ogni uomo- ecco, come può di fronte a questa specifica verità ancora resistere un possibile tentativo di difesa del nostro Premier?
La condanna non è unanime.
L'Italia, dunque, ama prendersi per il culo. Non è una novità. E se non cerca verità, inutile aspettarsi che possa aspirare ad una qualche minima forma di giustizia.
Non c'è più nemmeno rabbia in me. Non c'è nemmeno pietà. Solo una gelida ammissione di vivere in una squallida realtà che però è mia, nostra e abbiamo il dovere di continuare ad osservare, capire, raccontare, perchè questa minoranza di inquieti che siamo non venga fatta affondare per sempre da gente sicura, stanca di chiedersi il perchè.
Dire il falso è sempre possibile, nessuno garantisce che sia vero ciò che si è detto.
È solo un problema di fiducia?
No. Non lo è. Non ci fidiamo perché non possiamo fidarci. Io mi fido nel momento in cui non perdo troppi vantaggi nella mia vita. Altrimenti, anche consapevolmente, preferisco convivere con la falsità, arrendermi ad essa ed imparare a gestirla come se non esistesse, continuando, per altro, a sostenere le mie ragioni, perché mi servono, perché sono mie e se me le tolgono io non esisto più.
A volte ci si rende conto dopo necessariamente che quel che avevamo dato per falso era verissimo, ma non l’avevamo voluto considerare tale perché non potevamo tollerare di dover ridisegnare costellazioni di pensiero che ci avevano richiesto le fatiche di una vita. Dunque di menzogne occorre campare, se non si desidera trascorrere una vita da matti. L’uomo e la donna comune hanno quasi un’incapacità ontologica a vivere nella verità. È così, la verità non la si regge non perché non ci si sappia fidare di essa, ma perchè non potrà mai tramontare il bisogno estremo di falsità che, solo, consente ad uomini e donne di sopravvivere?
Probabilmente si. E Nietzsche è stato il filosofo che forse più di ogni altro ha reso possibile la scoperta di questa “VERITÀ”.
La verità è che l’uomo e la donna non amano la verità.
L’uomo e la donna non amano la verità di sapere che non amano la verità, quindi.
E non riconosceranno mai che la falsità è alla base del loro vivere, cercheranno di renderla più presentabile, perché il pregiudizio avverso alla falsità è millenario e non crollerà mai.
Chi potrà asserire di dire bugie con tranquillità, senza aspettarsi di venir guardato con disprezzo feroce da chi, pure, ha una vita non priva di ombre ma non trattiene l’orrore davanti ad espressioni così inconsuete e “pericolose”?
Se ammetti candidamente di non dire la verità, nessuno ti crederà più.
La fiducia è fondamentale. Sia quando ascolto gli altri che quando parlo devo aver fede della verità di ciò che viene messo in ballo, perché non posso sempre testimoniar con prove la certezza di ciò che vien detto, come se mi trovassi in tribunale, in una causa senza termine, per un processo in cui non capisco mai se sono parte lesa o imputata principale, attaccata ferocemente dall’accusa, visto che sono l’uno e l’altro sempre.
Ma l’aver fede, che costa fatica immensa tutelare, viene forse stritolato davanti alla resa di chi si accorge che conviene, dopo tutto, fare finta di nulla, presentare un’altra verità, che offenda di meno, che mieta meno vittime, perché il suo effetto abbacinante è catastrofico, non ci si può permettere stragi devastanti.
E allora si dicono bugie ma non si ha la forza di ammettere che siano tali, inventandosi di voler vivere nella verità e volerla cercare durante la propria esistenza. È solo un’invenzione, dal momento che si lascia che quella rimanga uno spaventapasseri, non una vitale pulsione che regola gli sforzi comuni di cercar di dire le cose come stanno.
Si deve negoziare camuffando, sorridere celando, rassicurare mentendo. Fino a dimenticarsi che quelle erano bugie, fino a non aver più in mente il dolore della scoperta e il movimento repentino di accantonare tutti gli appigli che avrebbero condotto facilmente un commissario a smascherare il colpevole.
Si sceglie di salvare altro, per amore di quiete. Perché va salvaguardata la pace, l’armonia, la dignità dell’uomo (oooh), il quale potrebbe trovarsi improvvisamente esposto al pubblico ludibrio.
Chi si permette di alzare un attimo la voce, subito viene accusato di essere un censore compassato, che ha sbagliato epoca, è retorico, anacronistico, giurassico, duro, conservatore, incapace di accettare la flessibilità ed il caos positivo di questi tempi post-moderni. Tempi che pretendono un dialogo costante tra le parti, un tentativo di giungere ad un compromesso che faccia giustizia delle troppe vittime che un dogmatismo furioso ha lasciato appartenessero a tutte le epoche passate, senza aver nemmeno il coraggio di recitare un mea culpa.
PARENTESI FILO-FILOSOFICA:Oggi non abbiamo più dogmi da sbandierare e non relativizziamo nulla, perché sappiamo che il dogmatismo e il relativismo sono mali oscuri, parenti stretti tra di loro, privi della sostanziale resipiscenza che aveva indicato a tutti Heidegger, suggerendo l’arretrare dell’uomo (e della donna, il Dasein, insomma) in una radura dove attendere l’essere, il suo avvento illuminante che lo protegge e che si chiama alètheia.
Nascondere. Non nascondimento. Quando finalmente ciò in cui viviamo sempre, questa condizione di finzione e falsità verrà riconosciuta per quello che è, e la svelatezza si realizzerà, come un evento, senza compiersi nel cervello di un singolo ma nella coscienza di tutti, quando questo magnifico evento accadrà non può dirlo nessuno. E nemmeno Heidegger lo preconizzò, né lo credette possibile. La nausea lo vinse, il disgusto per non aver potuto invertire le leggi della temporalità, lui che le aveva comprese meglio di tutti, lo annientò, lasciandogli come unica, splendida consolazione la poesia, lo stentato balbettare, che, allontanandosi dalla barbara pretesa di imbrigliare qualcosa, pure non può salvare chi continua ad annaspare nel nascondimento senza intenzione né di lavorare per scoprire il celato né di attendere che si faccia essere.
Dopo Heidegger cosa succede? Lasciando stare la sua filosofia piegata alla fine quasi ad un misticismo- è ben più complesso, sto dicendo poca verità, ma devo stringere..-, come possiamo comunque tentar di pronunciarci correttamente, oggi, sulla verità? PARENTESI CHIUSA.
Se la verità arriva sempre dopo, nelle fasi di passaggio giunge quando l’epoca che sta per cominciare sta già cedendo il testimone al periodo che succede quella, di cui non possiamo immaginare contorni, né possiamo osare dipingere come funereo.
Si proclama tanto la messa in discussione delle proprie stentate certezze, si invocano a gran voce rivoluzioni paradigmatiche come uniche strade per progredire sulla strada dell’umile conoscenza, ma quanto poco in effetti ciò si realizzi lo si vede anche negli ambiti accademici, dove di queste cose si discute giornalmente, ma non è raro che ci si trascini lapalissiani errori per anni, per non aver voluto dare ascolto a chi li additava come tali.
Tra la verità e chi la cerca si staglia un mare di superbia.
Forse generalmente non c’è nemmeno bisogno di vivere questo scarto come un dramma. Magari non occorre, si aggiungerebbe gratuitamente soltanto un altro motivo di sdegno per la propria specie che sembra digerire per lo più con facilità la propria indifferenza all’appurare certe faccende, restando orgogliosamente attaccata alla propria idea, sia pur clamorosamente smentita da fatti indubitabili.
L’uomo e la donna che si dicono dediti alla filosofia ( e dico dentro e fuori dalle accademie...chiunque voglia pensare, insomma..) cercano la verità, però, (o forse pensano che qualcuno, foss'anche la stessa coscienza,aspetti che venga svelata dalle loro ricerche) in un modo molto più radicale.
Solo l’uomo e la donna che non si accontentano di nulla, che vogliono domandare tutta la vita, cercare senza sosta, perennemente inquieti, potranno avvicinarsi un po’ di più all’insostenibile assenza della “verità”,senza restare travolti dalla scoperta e senza rassegnarsi al proliferare di inefficaci e ingannevoli formule di retorica consolante.
Per questo orrori come quelli che accadono intorno, vicinissimo e lontanissimo da noi, vengono difficilmente digeriti e si vorrebbe poter trasformare la consapevolezza della verità in giustizia.
Ma il vero ed il giusto coincidono da sempre molto poco.
Aver chiarito interamente qualcosa, anche ammesso che si possa davvero fare, dovrebbe poi essere giudicato. E i conflitti assiologici diventano infiniti.
Ma di fronte alla "verità"- Berlusconi- verità ben diversa da quella tormentosa "esistenziale" di cui parlavo prima e che ciascuno ha illuminato a proprio modo, che non sarà mai intera ma sempre in divenire, ok, ma è tanto evidente da lasciare una traccia quanto meno di sdegno in ogni uomo- ecco, come può di fronte a questa specifica verità ancora resistere un possibile tentativo di difesa del nostro Premier?
La condanna non è unanime.
L'Italia, dunque, ama prendersi per il culo. Non è una novità. E se non cerca verità, inutile aspettarsi che possa aspirare ad una qualche minima forma di giustizia.
Non c'è più nemmeno rabbia in me. Non c'è nemmeno pietà. Solo una gelida ammissione di vivere in una squallida realtà che però è mia, nostra e abbiamo il dovere di continuare ad osservare, capire, raccontare, perchè questa minoranza di inquieti che siamo non venga fatta affondare per sempre da gente sicura, stanca di chiedersi il perchè.
...
Il mondo, in sè, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell'uomo (A. Camus)
L'uomo deve comunque esprimersi. E deve farlo bene. Dev'esserci un consenso perché i suoi pensieri non vadano perduti. Ma oggi che quel consenso manca, si procede ad oltranza, anche senza trovarlo. Perché ciò che senz'espressione muore è la più importante caratteristica dell'uomo. Muore l'uomo.
Ed esprimersi virtualmente? Uno dei tanti modi, ma spesso diventa un covo del brutto. Il bello lo immagino ancora, infatti, fuori dal web, perché il sintetico umano che cerco è profumato, come un quadro, come la carta, come la voce stessa- dipende dall'alito...:)-.
E qui odore non ce n'è.
Sarà per questo motivo che, esteta a lungo dell'espressività, mi sono convertita all'idea di farmi un blog con molta riluttanza e solamente quando ero molto lontana, per un'estenuazione difficile da spiegare qui, dalla concezione di bellezza.
Ma è quella che mi vorrei impegnare a cercare, rendendola sempre meno una tensione retorica capace di rendermi solo frustrata e nevrotica.
Una bellezza fluida, che combatta il "desiderio violento di chiarezza", eppure cerchi tenacemente di sfiorare la luce.
L'uomo deve comunque esprimersi. E deve farlo bene. Dev'esserci un consenso perché i suoi pensieri non vadano perduti. Ma oggi che quel consenso manca, si procede ad oltranza, anche senza trovarlo. Perché ciò che senz'espressione muore è la più importante caratteristica dell'uomo. Muore l'uomo.
Ed esprimersi virtualmente? Uno dei tanti modi, ma spesso diventa un covo del brutto. Il bello lo immagino ancora, infatti, fuori dal web, perché il sintetico umano che cerco è profumato, come un quadro, come la carta, come la voce stessa- dipende dall'alito...:)-.
E qui odore non ce n'è.
Sarà per questo motivo che, esteta a lungo dell'espressività, mi sono convertita all'idea di farmi un blog con molta riluttanza e solamente quando ero molto lontana, per un'estenuazione difficile da spiegare qui, dalla concezione di bellezza.
Ma è quella che mi vorrei impegnare a cercare, rendendola sempre meno una tensione retorica capace di rendermi solo frustrata e nevrotica.
Una bellezza fluida, che combatta il "desiderio violento di chiarezza", eppure cerchi tenacemente di sfiorare la luce.
lunedì 3 agosto 2009
Misura
Verso la fine della vita avviene come verso la fine di un ballo mascherato, quando tutti si tolgono la maschera. Allora si vede chi erano veramente coloro coi quali si è venuti in contatto durante la vita (Arthur Schopenhauer)
Misura non è assenza di fatica. Misura è salute, lentamente conquistata, di uno sguardo che, piano piano, accrescendo infiniti esempi, desiste dall’ansia di vittoria per farsi riconoscere come più vero, ma riesce ad accettar di trovarsi ovunque sia per dar il massimo di luce senza turbare accecando. Come una stella che voglia brillare senza disturbare le galassie intorno, senza timore che la sua luminosità venga aggredita da asteroidi ingordi e invidiosi. Come. Come se. Come se la poesia fosse il solo luogo in cui ancora abbiamo la possibilità di coniare per il dolore le parole mai inventate e capire che debolezza, vecchiaia e noia sono strette al cuore di ogni stellina sparsa nel cielo dell’umanità e solo questa analogia può costringerci ad amare gli impulsi vitali e le goliardiche apparizioni lucenti che capitano di rado, lasciandoci sospirare in attesa di una loro nuova comparsa, ma trattenuti comunque dalla consapevolezza di galleggiare insieme, come elementi senza fondo in un luogo senza confini, né per la ragione, né per l’immaginazione.
Pedagogia è una transizione di misure
L’insegnante mostra al discente come si misura
Perché solo giudizi possiamo pronunciare su ciò che è senza misura eppure cerchiamo di limare fino a pervenire ad un centro perfetto, continuamente spostato, che il solo resta intorno a cui domandarci chi siamo…perché solo lì apprendiamo ciò che c’è di più umano. Ed essere umanisti è qualcosa che pare criminale solo dopo aver studiato a fondo Heidegger.
Riprendiamoci la ricerca dell’umano. Riprendiamoci il nostro posto nel cielo, come una tra le tante stelle, ma non per questo inutile, superflua nel suo risplendere e di cui fare a meno non risulti angosciante per nessuno dei satelliti.
Io dico che c’è bisogno di cercare l’uomo, non il super uomo, e semmai ultra virtù, in un mondo in cui comunicare le proprie “misure” è “smisuratamente” difficile.
Questo è un po’ il motivo, scritto adesso di getto, che nasconde il mio bisogno di centrare intorno alla “misura” gadameriana il lavoro triennale.
11 marzo 2009
Misura non è assenza di fatica. Misura è salute, lentamente conquistata, di uno sguardo che, piano piano, accrescendo infiniti esempi, desiste dall’ansia di vittoria per farsi riconoscere come più vero, ma riesce ad accettar di trovarsi ovunque sia per dar il massimo di luce senza turbare accecando. Come una stella che voglia brillare senza disturbare le galassie intorno, senza timore che la sua luminosità venga aggredita da asteroidi ingordi e invidiosi. Come. Come se. Come se la poesia fosse il solo luogo in cui ancora abbiamo la possibilità di coniare per il dolore le parole mai inventate e capire che debolezza, vecchiaia e noia sono strette al cuore di ogni stellina sparsa nel cielo dell’umanità e solo questa analogia può costringerci ad amare gli impulsi vitali e le goliardiche apparizioni lucenti che capitano di rado, lasciandoci sospirare in attesa di una loro nuova comparsa, ma trattenuti comunque dalla consapevolezza di galleggiare insieme, come elementi senza fondo in un luogo senza confini, né per la ragione, né per l’immaginazione.
Pedagogia è una transizione di misure
L’insegnante mostra al discente come si misura
Perché solo giudizi possiamo pronunciare su ciò che è senza misura eppure cerchiamo di limare fino a pervenire ad un centro perfetto, continuamente spostato, che il solo resta intorno a cui domandarci chi siamo…perché solo lì apprendiamo ciò che c’è di più umano. Ed essere umanisti è qualcosa che pare criminale solo dopo aver studiato a fondo Heidegger.
Riprendiamoci la ricerca dell’umano. Riprendiamoci il nostro posto nel cielo, come una tra le tante stelle, ma non per questo inutile, superflua nel suo risplendere e di cui fare a meno non risulti angosciante per nessuno dei satelliti.
Io dico che c’è bisogno di cercare l’uomo, non il super uomo, e semmai ultra virtù, in un mondo in cui comunicare le proprie “misure” è “smisuratamente” difficile.
Questo è un po’ il motivo, scritto adesso di getto, che nasconde il mio bisogno di centrare intorno alla “misura” gadameriana il lavoro triennale.
11 marzo 2009
Pensierino: Uomo/donna - mare
lunedì 11 maggio 2009
Pensierino: Uomo/donna - mare
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lunedì 11 maggio 2009 alle ore 16.59 | Modifica nota | Elimina
Inutile dire che l’essere umano non viva soltanto un’esperienza vivificante con l’elemento acqua e questa non sia importante perché lo costituisce per più della sua metà.
L’essere umano è metaforicamente acqua. Vive di sorsate, può diventare oceano o perdersi in rigagnoli che lo fanno proseguire a stento verso quell’immensità, al di là di ogni orizzonte, in cui se si impegnasse a rinforzare i suoi sorsi, se non si perdesse nelle stentate elucubrazioni intorno alla miseria della sua esistenza, gli sarebbe concesso di versare tutto il suo essere.
Ma quasi sempre convive con liquidi differenti, estenuato dalla ricerca della trasparenza che scorreva nelle vene a fiotti quando era bambino. Non è facile vivere nella doppiezza. Ma è necessario. Cosa ha fatto di Socrate un grande, immortale per ogni occidentale disposto ancora a ricevere in qualche modo saggezza, se non l’essere riuscito a vivere di unicità, non spezzando la vita raccontata da quella vissuta, agendo in piena conformità al pensiero, non macchiandosi mai di menzogna, ma presentandosi sempre come era, destinato, cioè, a cercare ovunque la "verità"? Per questo lo amiamo e odiamo tanto. Ma anche se l'anima bella non dovesse esistere, in ogni caso era più semplice forse ai suoi tempi che Socrate si sia permesso di essere Socrate.
Nella nostra epoca, più che nelle altre, come potrebbe esistere un Socrate? Si può davvero vivere lontano dai compromessi e sbandierare una moralità integerrima senza essere tacciati di essere dogmatici? E , in una cultura aperta e tollerante come vorrebbe un giorno essere la nostra, potrebbe in fondo dimorare un’anima che non si vergogna di sé stessa, che non trova limiti alla propria espressione pur riuscendo ad accettare ed essere accettata integralmente da anime diametralmente opposte? O è un’illusione perbenista di cui siamo costretti a nutrirci ma che, inevitabilmente, si rivela impraticabile?
Pensieri corti, discorsi farfugliati, giustizia distrutta, bellezza tramontata, corrosa dalla frustrazione raggiunta anche dai suoi più fedeli servitori... questo è il nostro tempo, ci piaccia o meno.
Ma il pessimismo stanca. Banalizzare è stato il nostro scudo. E, come ricorda Beatrice, è questo il modo migliore per impedire a chi ancora sa scandalizzarsi di esprimere il suo dissenso per tutte le cose che non vanno, nelle quotidiane lotte per meno ingiustizie, meno inganni, meno solitudine.
Oggi è difficile sperare nel mondo come opera d’arte. Ogni meraviglia è inghiottita dalla crudezza dell’informazione, che spoglia l’uomo di qualsivoglia fantasia artistica, dandogli in pasto la realtà come un piatto sfatto, che non consola e non esalta, ma è l’unico che può mangiare.
Eppure resistiamo. Ci ubriachiamo, inquiniamo quell'acqua, e andiamo avanti.
E i bambini che eravamo, storditi dalle continue sbronze, quasi sicuramente stanno dormendo. E se si svegliano si chiedono perchè, anzichè nell'oceano della vita, vengano trascinati a navigare in fiumi virtuali di incerta purezza...
Insomma..se contaminarsi è necessario,sperare che i liquidi ingeriti in futuro siano eccellenti è ciò che mi piacerebbe stimolasse tutti a non perdersi, se non per poche, distruttive sbronze, dopo le quali spesso si continua a galleggiare senza nessuna mèta. Che si nuoti, invece, con convinzione, sostenuti dal tifo del bambino che, nel più sobrio come nel più ubriaco degli uomini, è bello, di certo illusorio ma consolante, pensare voglia ancora solo una cosa: vedere sguazzare tutti in un mare che rinvigorisce i deboli e restituisce speranza ai disillusi..
Resistere!
Pensierino: Uomo/donna - mare
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lunedì 11 maggio 2009 alle ore 16.59 | Modifica nota | Elimina
Inutile dire che l’essere umano non viva soltanto un’esperienza vivificante con l’elemento acqua e questa non sia importante perché lo costituisce per più della sua metà.
L’essere umano è metaforicamente acqua. Vive di sorsate, può diventare oceano o perdersi in rigagnoli che lo fanno proseguire a stento verso quell’immensità, al di là di ogni orizzonte, in cui se si impegnasse a rinforzare i suoi sorsi, se non si perdesse nelle stentate elucubrazioni intorno alla miseria della sua esistenza, gli sarebbe concesso di versare tutto il suo essere.
Ma quasi sempre convive con liquidi differenti, estenuato dalla ricerca della trasparenza che scorreva nelle vene a fiotti quando era bambino. Non è facile vivere nella doppiezza. Ma è necessario. Cosa ha fatto di Socrate un grande, immortale per ogni occidentale disposto ancora a ricevere in qualche modo saggezza, se non l’essere riuscito a vivere di unicità, non spezzando la vita raccontata da quella vissuta, agendo in piena conformità al pensiero, non macchiandosi mai di menzogna, ma presentandosi sempre come era, destinato, cioè, a cercare ovunque la "verità"? Per questo lo amiamo e odiamo tanto. Ma anche se l'anima bella non dovesse esistere, in ogni caso era più semplice forse ai suoi tempi che Socrate si sia permesso di essere Socrate.
Nella nostra epoca, più che nelle altre, come potrebbe esistere un Socrate? Si può davvero vivere lontano dai compromessi e sbandierare una moralità integerrima senza essere tacciati di essere dogmatici? E , in una cultura aperta e tollerante come vorrebbe un giorno essere la nostra, potrebbe in fondo dimorare un’anima che non si vergogna di sé stessa, che non trova limiti alla propria espressione pur riuscendo ad accettare ed essere accettata integralmente da anime diametralmente opposte? O è un’illusione perbenista di cui siamo costretti a nutrirci ma che, inevitabilmente, si rivela impraticabile?
Pensieri corti, discorsi farfugliati, giustizia distrutta, bellezza tramontata, corrosa dalla frustrazione raggiunta anche dai suoi più fedeli servitori... questo è il nostro tempo, ci piaccia o meno.
Ma il pessimismo stanca. Banalizzare è stato il nostro scudo. E, come ricorda Beatrice, è questo il modo migliore per impedire a chi ancora sa scandalizzarsi di esprimere il suo dissenso per tutte le cose che non vanno, nelle quotidiane lotte per meno ingiustizie, meno inganni, meno solitudine.
Oggi è difficile sperare nel mondo come opera d’arte. Ogni meraviglia è inghiottita dalla crudezza dell’informazione, che spoglia l’uomo di qualsivoglia fantasia artistica, dandogli in pasto la realtà come un piatto sfatto, che non consola e non esalta, ma è l’unico che può mangiare.
Eppure resistiamo. Ci ubriachiamo, inquiniamo quell'acqua, e andiamo avanti.
E i bambini che eravamo, storditi dalle continue sbronze, quasi sicuramente stanno dormendo. E se si svegliano si chiedono perchè, anzichè nell'oceano della vita, vengano trascinati a navigare in fiumi virtuali di incerta purezza...
Insomma..se contaminarsi è necessario,sperare che i liquidi ingeriti in futuro siano eccellenti è ciò che mi piacerebbe stimolasse tutti a non perdersi, se non per poche, distruttive sbronze, dopo le quali spesso si continua a galleggiare senza nessuna mèta. Che si nuoti, invece, con convinzione, sostenuti dal tifo del bambino che, nel più sobrio come nel più ubriaco degli uomini, è bello, di certo illusorio ma consolante, pensare voglia ancora solo una cosa: vedere sguazzare tutti in un mare che rinvigorisce i deboli e restituisce speranza ai disillusi..
Resistere!
Il corpo delle donne
Ho deciso. Io mi faccio la mia faccia.
Combatto la plastica, non voglio più vergognarmi della mia vulnerabilità e continuerò a provare sempre più insistentemente un confronto con maschietti capaci di mettere in discussione quella che- consapevolmente o meno, ed esacerbando o meno qualcosa che da secoli si è più volte ripetuto in ogni luogo del pianeta-, per loro sta diventando una seconda natura (alludo allo sguardo e all’istinto da macellaio).
Chi ha la colpa? Non è questa la mia domanda oggi. È una domanda per le donne: sappiamo trovare un punto archimedeo a prescindere dal consenso ricevuto? Se ammettiamo la fragilità, non crolliamo inesorabilmente? Chi siamo? Cosa stiamo diventando?
Questo si chiede fondamentalmente Lorella Zanardo ed è ciò che più mi preoccupa del mio sesso… e che ha portato più volte anche me, ed anche in tempi estremamente recenti, ad un passo dalla follia più totale.
Ma non esistono generalizzazioni che tengano, perché ogni donna risponderà in un modo unico a queste domande vivendo. Ciascuna ha una storia a sé. E se il sesso “forte” (ahhhahahh..altra ennesima ingiusta generalizzazione) imparasse a rispettare, con pazienza notevole ed attenzione, quale essa sia, forse potrebbero attenderci giorni meno peggiori, chissà.
Ci si “riconosce”, comunque, reciprocamente...la peculiarità di ognuno è invisibile solo per chi non vuole soffrire e preferisce inchiodare ad una comoda definizione il vissuto, il sentire, la differenza irriducibile di chi ha di fronte. E se questo vale per ogni tipo di rapporto tra due esseri umani, tutto ciò si complica nel confronto maschile-femminile.
Ciascuno ha il diritto ed il dovere, la responsabilità dunque, di non sprecarsi, colpevolizzando l'altro della mancata giusta percezione di quel che si è (meglio dire, ho imparato per sempre, si “diviene”).
L'identità è un cantiere aperto. Chi potrebbe dichiarare il lavoro finito non sarebbe più nemmeno un corpo, né un volto che emoziona..ma solo un mucchietto di ossa!
La società può essere oscena, i miti, le chiacchiere nauseare oltre misura. Ma non c'è alibi alcuno.
Sono insomma d’accordissimo con Lorella Zanardo. E so quanto sia estremamente difficile non solo impegnarsi a non vergognarsi della propria faccia- del proprio corpo in generale- accettando ogni vulnerabilità, ma trovare intorno il calore che concede di incominciare, continuare e non demordere da questa missione che dura una vita:)
Auguri, alle donne e agli uomini con la schiena dritta, i volti flessibili ed intelligenza e sensibilità da raffinare di continuo..
Combatto la plastica, non voglio più vergognarmi della mia vulnerabilità e continuerò a provare sempre più insistentemente un confronto con maschietti capaci di mettere in discussione quella che- consapevolmente o meno, ed esacerbando o meno qualcosa che da secoli si è più volte ripetuto in ogni luogo del pianeta-, per loro sta diventando una seconda natura (alludo allo sguardo e all’istinto da macellaio).
Chi ha la colpa? Non è questa la mia domanda oggi. È una domanda per le donne: sappiamo trovare un punto archimedeo a prescindere dal consenso ricevuto? Se ammettiamo la fragilità, non crolliamo inesorabilmente? Chi siamo? Cosa stiamo diventando?
Questo si chiede fondamentalmente Lorella Zanardo ed è ciò che più mi preoccupa del mio sesso… e che ha portato più volte anche me, ed anche in tempi estremamente recenti, ad un passo dalla follia più totale.
Ma non esistono generalizzazioni che tengano, perché ogni donna risponderà in un modo unico a queste domande vivendo. Ciascuna ha una storia a sé. E se il sesso “forte” (ahhhahahh..altra ennesima ingiusta generalizzazione) imparasse a rispettare, con pazienza notevole ed attenzione, quale essa sia, forse potrebbero attenderci giorni meno peggiori, chissà.
Ci si “riconosce”, comunque, reciprocamente...la peculiarità di ognuno è invisibile solo per chi non vuole soffrire e preferisce inchiodare ad una comoda definizione il vissuto, il sentire, la differenza irriducibile di chi ha di fronte. E se questo vale per ogni tipo di rapporto tra due esseri umani, tutto ciò si complica nel confronto maschile-femminile.
Ciascuno ha il diritto ed il dovere, la responsabilità dunque, di non sprecarsi, colpevolizzando l'altro della mancata giusta percezione di quel che si è (meglio dire, ho imparato per sempre, si “diviene”).
L'identità è un cantiere aperto. Chi potrebbe dichiarare il lavoro finito non sarebbe più nemmeno un corpo, né un volto che emoziona..ma solo un mucchietto di ossa!
La società può essere oscena, i miti, le chiacchiere nauseare oltre misura. Ma non c'è alibi alcuno.
Sono insomma d’accordissimo con Lorella Zanardo. E so quanto sia estremamente difficile non solo impegnarsi a non vergognarsi della propria faccia- del proprio corpo in generale- accettando ogni vulnerabilità, ma trovare intorno il calore che concede di incominciare, continuare e non demordere da questa missione che dura una vita:)
Auguri, alle donne e agli uomini con la schiena dritta, i volti flessibili ed intelligenza e sensibilità da raffinare di continuo..
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