mercoledì 10 settembre 2014

Cosa sarai domani Palermo?

Fermenti. Lasciarsi scombussolare dalla vita senza imporle regole rigide che delimitino invano la sua aspirazione incessante a essere tutto, tutto contenere, tutto abbracciare. La noia e l’impegno, la gioia e l’angoscia, il brivido sulla schiena e il prurito sotto il piede. Nulla sta fermo finché ci siamo. Tutto si sperimenta, ci sperimenta, attraversando le narici e i lobi, accatastandosi nei bulbi oculari e nelle unghie senza posa, come se l’infinita successione dei giorni non avesse mai una fine possibile. E in fondo è proprio così, la fine non esiste. La fine di uno stato è l’inizio di un altro. Trasmutazioni permanenti, lavorio continuo che confonde ogni certezza senza depredare l’Assoluto, che mai ci è apparso così importante reclamare e tornare ad adorare. Elevarsi è conditio sine qua non per riscoprire l’uomo oltre le più becere antropologie, pronte a esaltarne solo la parte istintiva e animalesca, non vedendone le più o meno nascoste potenzialità che lo spingono a essere un animale simbolico, carente di forza e costretto, perciò, a sublimare i moti più fisiologici e brutali, mediare, fare spazio a qualcosa di superore, creare, insomma, per contenere e resistere alla morte e alla sopraffazione dei più “adatti”. Chi sarebbero? Gli “integrati”, quelli potenti perché espressione pienamente omologata della moda imperante; il branco che idola e non pensa, la pancia molle dell’umanità che non è mai sazia e però, pur non essendo l’intero ma solo la sua parte più ingorda e che vive nell’assenza di misura tanto delle sue avide ambizioni, quanto della sua indolente stupidità, rischia di connotarla in modo predominante e univoco. Non a loro, amiche e amici miei, non a questa triste tracotanza nel farsi apparenti padroni del mondo occorre guardare per compensare la naturale tendenza all’abbattimento dell’essere umano. Il vero coraggio nasce nel momento in cui lo scopo prefissato è un incremento d’essere, non di “avere”, e il prezzo che si è disposti a pagare per lo sforzo richiesto per raggiungerlo appare sempre poco rispetto alla mèta da conquistare. La mia città è una terra dannata, disperata, sofferente e incapace (apparentemente) di redenzione. I modelli eccellenti che essa stessa ha prodotto e a cui sarebbe obbligatorio ispirarsi per il suo riscatto da tempo sembrano soffocati dall’ignoranza e dalla volontà di raggiungere un successo immediato ed esclusivamente materiale, senza nessuna cura per i mezzi da impiegare in una fantomatica ascesa sociale che prevede al suo apice l’illimitato Potere, in barba a ogni limite e rispetto degli altri. Belluscone di Maresco è un’opera sconsolante che descrive la maggioranza della popolazione palermitana, verso la quale il regista non prova più la pietà mostrata in passato per un Paviglianiti o un Giordano. Maresco non riesce a nascondere la nausea, il disgusto totale per questo tipo di cultura berlusconiana che ha vinto grazia alla mafia e della mafia si è nutrita continuamente per accrescere il suo impero. Nel suo film non ci sono vie d’uscita allo sfacelo attuale. Mentre scorrono i titoli di coda, scorrono immagini che mostrano una classe “borghese” (i gggiovani del Kalhesa) che, quando riesce a capire cosa le si domandi, nega l’esistenza della trattativa Stato-Mafia e non ha memoria delle date che hanno segnato in modo indelebile la storia cittadina. Loro non sono affatto migliori delle ragazzine urlanti sotto il palco allestito a Brancaccio per l’esibizione di Vittorio Ricciardi, né sono superiori ai periferici che aspettano il ritorno di Silvio, giudicano la più grande ignominia l’accostamento all’essere “sbirro” e salutano “gli ospiti dello Stato”dal programma del mitico impresario Ciccio Mira. L’assenza di coscienza civica è trasversale alle classi di appartenenza: non c’è sentore alcuno di rispetto per le istituzioni e amore per il bene comune né a Villagrazia né in via Libertà. Sporcarsi e sporcare senza pena per chi verrà è stato il monito che ha guidato un intero Paese nei decenni trascorsi sotto la Democrazia Cristiana, ma è stato certamente Silvio a dare un colpo di grazia decisivo a quella fiducia nello Stato che occorreva disintegrare per creare una società collusa, priva di spina dorsale con cui combattere fermamente tutti quei comportamenti illeciti dei singoli che finiscono con il gravare sull’intera collettività. Ci siamo abituati al mostro individualista del berlusconismo propagato dalle sue reti al punto da non trovare più sconcertante l’utilizzo della televisione per la diseducazione delle masse. La volgarità non scandalizza più. Niente viene più difeso con la stessa intensità con la quale hanno lottato per ideali di giustizia Rizzotto Peppino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le altre centinaia di vittime che la mafia ha mietuto nel secolo scorso, quando magari ancora era più “galante”nei confronti delle donne (dice Ciccio Mira) e non si era confusa del tutto con il mondo della finanza e della politica. Il miracolo negli ultimi vent’anni è apparso davvero conoscere Berlusconi, entrare nelle sue grazie o nelle sue televisioni per diventare qualcuno e non doversi più confrontare con la vita misera, tanto di periferia quanto del centro. Perché non conta dove nasci quando non hai più la capacità di cercare e proteggere la bellezza, la verità e la giustizia. Potresti abitare di fronte alla Cattedrale, andare a correre a Mondello al tramonto, prenderti poi un aperitivo alla Cala e cenare a Monreale senza che il tuo sguardo torni a essere vivo e capace di inseguire ciò che è importante, distinguendolo dai falsi miti e dalle ridicole bugie con cui la massa intontita da sempre ama ubriacarsi, ma che oggi sembra abbia sul serio raggiunto l’acme del suo inebetimento. Su una cosa il Dell’Utri intervistato poco felicemente da Maresco ha ragione. Vogliono dormire e non migliorare questi siciliani, come sapeva il principe del Gattopardo. Non dimentichiamoci mai, però, che uno dei più abili fabbricanti di narcotici sia stato proprio lui, Marcellino, oggi ospite in un altro Stato, perché d’andare in galera per quelli come lui non se ne parla. Quella è sorte che tocca ai Ciccio Mira, che quindi, con un misto di disapprovazione e pietà, ci toccherà salutare. Chi sarà il prossimo? E, soprattutto, servirà a qualcosa distinguere il corrotto dall'onesto? Varrà qualcosa impegnarsi nel titanico sforzo di scongiurare il pericolo nascosto nell'assorbimento dell'idea di comunità in quella di un coacervo che appiattisce tutto e tutti nell'indifferenziato? Laddove a Maresco è parso esserci solo desolazione senza fondo e senza speranza, possiamo sperare che seguirà un moto improvviso di risalita che mostri l'umano e la fierezza dei suoi ideali anche qui? Sto per diventare madre e devo per forza credere che sì, oltre a Belluscone, possa iniziare un'altra storia siciliana.

giovedì 26 giugno 2014

ESSERE RIVOLUZIONE

 Chi può permettersi di non pensare al denaro ormai raramente incontra la mia simpatia. Ignaro, come ignara ero io, dell' immenso privilegio che è questa mancata preoccupazione, questi osserva con noia e fastidio chi perde il sonno appresso alle cifre, cercando a tutti i costi di far quadrare i conti non certo per amore pitagorico verso i numeri, ma solo per tentare di sopravvivere e scalzare l'angoscia di superare la soglia oltre la quale comincia la più nera povertà. Può anche darsi che quest'ultima affascini il nostro fortunato benestante come fosse una condizione dello spirito sublime per ricevere la grazia di Dio o attuare un processo misticheggiante di kènosis che lo spogli di ogni superflua incrostazione, mentale e non. Ma è facile pensare con voluttà al vuoto quando si ha lo stomaco pieno e una bolletta non è mai stata un problema. Di questo il borghese di cui parlo appare spesso essere cosciente ed è per questo che ciclicamente attraversa  fasi di incondizionata passione sociopolitica, studiando i modi che crede più efficaci per garantire la giustizia sociale tra i suoi simili e diffondere uno stile di vita sobrio che assecondi una decrescita felice, dopo che a godere dei benefici del capitalismo sono stati probabilmente i genitori suoi e di quei suoi cari amici che oggi mangiano bio, concentrando nello stomaco il campo della vera rivoluzione.Ridimensionare le pene di chi affoga nella più tetra disperazione, però, può accadere solo se si conosce almeno un po' la paura degli stenti; solo se si è stati almeno una volta sull' orlo del fallimento e si è temuto di non avere di che cibarsi per giorni interi, lottando per ottenere qualche spicciolo con cui "autoconservarsi".Se si guarda l'umanità spogli di ideologia- operazione praticamente impossibile, cui pure ci si deve sforzare di mirare- , si troverà infatti come questa non sia una moltitudine tanto attiva e protagonista indiscussa della vita della società come pensa Negri, ma, purtroppo, per lo più una marea di donne e uomini strozzati dalla paura di non farcela, schiacciati dall'angoscia delle spese al punto da perdere lo slancio e l'inventiva per ottenere con il sudore della propria fronte qualche bene primario. Mantenere la calma e cercare la via d' uscita al dramma della miseria è impresa straordinaria, concessa di solito a chi se non ottiene un lavoro, trova comunque un sostegno nella famiglia. Per il resto, laddove questa non possa aiutare, ci si dovrebbe rivolgere allo Stato, che altrove riesce a mostrare il suo volto benevolo, andando incontro a licenziati, disoccupati e minoranze-maggioranze a rischio emarginazione. Per l' opinione pubblica si diventa così dei meschini questuanti che vivacchiano sulle spalle di chi fatica; dei parassiti disgustosi che non hanno alcun consenso in società e non sempre si raggelano specchiandosi nell' immagine di condanna che la comunità offre di loro. Non lavorare è consentito solo dopo che si è prestato servizio in modo onesto, accrescendo con il proprio contributo il pil del proprio Paese, dicono.   Anche quando il lavoro risulta del tutto inutile, è visto con occhio migliore dell' ozio, nemico acerrimo dell' ordine sociale. Ma chi, pur non volendolo, si trova a oziare,  è giusto che, pur di impiegarsi in qualche modo così da fuggire le accuse che pioverebbero sul suo capo, rinunci al sogno che aveva e attraverso cui, magari, pensava di poter contribuire seriamente alla crescita economica e culturale della nazione? Bisognerebbe cercare di rianimare il tessuto sociale, scorticato dall' accidia indotta dalla dilagante disoccupazione, e opporsi con fermezza alla richiesta di "sprecarsi pur di sopravvivere", mostrandosi, al contrario, fedeli alle proprie radici, alle scelte dolorose del passato, così da dare senso al percorso di formazione che c'è stato (ammesso, naturalmente, che ci sia stato!). Per essere rivoluzione, oggi non ci si deve automutilare, ma tornare a insistere perché le passioni dominanti riemergano e ci si riscopra un tassello unico nel mosaico umano, che urge rispettare nella sua diversità e incomparabilità al suo vicino, cui lo lega tuttavia sempre l'aspirazione a un disegno comune. Non si può essere sempre interscambiabili, come ci ha abituati a pensare quest'epoca di precariato devastante. Occorre diventare bravi, bravissimi nel proprio mestiere e non svendersi, se non per brevi periodi che non compromettano comunque l'obiettivo centrale di praticare ciò che amiamo di più. Chi finisce per trascorrere la vita senza fare ciò che desidera, alla fine avrà ceduto alle pressioni del capitale, addomesticando con violenza una passione costretta prima o poi a liberarsi dalle catene della repressione, rivelando in seguito la vera natura dell'aria frustrata con cui si trascineranno cupamente le giornate.In sintesi, essere rivoluzione implica almeno tre importanti, seppur financo banali, condizioni:1) Formare con pazienza e costanza sé stessi, che è il primo compito che spetta a ogni essere umano autentico;2) Calare nella realtà il frutto di quella formazione, senza stancarsi di contrastare la tendenza al livellamento conformistico, che è quello secondario, solo cronologicamente;3) Infine, avere sempre cari la fatica e il sacrificio, perché nulla ci viene regalato in questa vita e solo chi combatte con energia lascia tracce importanti nella vita comunitaria. Quest'ultima, infatti, prosegue unicamente grazie a chi si spende per il suo miglioramento, superando la grettezza individualistica che fa terminare nell' oggi tutti i suoi dissennati sforzi di fuggire la morte con la vanità.E tu, sei pronto a rivoluzionarti per rivoluzionare, senza tradire mai te stesso?

sabato 15 giugno 2013

Il carattere distruttivo-W.Benjamin

"Nel guardare indietro nella propria vita, potrebbe capitare di riconoscere che quasi tutti i legami più profondi, a cui in essa si è sottostati, hanno avuto origine da persone, sul cui carattere distruttivo erano tutti d'accordo. Un giorno si potrebbe incappare, forse per caso, in quanto fatto e quanto più forte sarà lo choc da cui si sarà colpiti, tanto più grandi saranno le chances per una rappresentazione del carattere distruttivo. Il carattere distruttivo conosce solo una parole d'ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia. Il suo bisogno di aria fresca e di uno spazio libero è più forte di ogni odio. Il carattere distruttivo è giovane e sereno. Distruggere infatti ringiovanisce, perché toglie di mezzo le tracce della nostra età; rasserena, perché ogni eliminare, per il distruttore, significa una perfetta riduzione, anzi un'estrazione della radice della propria condizione. A tale immagine apollinea del distruttore ci conduce ancora di più la considerazione di come si semplifichi infinitamente il mondo, se si appura che merita di essere distrutto. Questo è il grande vincolo che stringe armoniosamente tutto l'esistente. Questa è una visione che procura al carattere distruttivo uno spettacolo della più profonda armonia. Il carattere distruttivo quando lavora è sempre fresco e riposato. E' la natura a prescrivergli il tempo, almeno indirettamente: poiché egli la deve prevenire. Altrimenti intraprenderà lei stessa la distruzione. Il carattere distruttivo non ha alcun modello. Ha pochi bisogni, e nulla gli importa meno che: sapere cosa subentra al posto di ciò che è stato distrutto. In un primo momento, almeno per un attimo, lo spazio vuoto, il luogo dove stava la cosa, dove la vittima ha vissuto. Si troverà certamente qualcuno che lo usa, senza prendere possesso. Il carattere distruttivo è un segnale. Come un disegno trigonometrico è esposto da tutti i lati al vento, egli è esposto da tutti i lati al pettegolezzo. Proteggerlo da ciò è privo di senso. Al carattere distruttivo non importa affatto essere compreso. Sforzarsi in questa direzione lo ritiene superficiale. L'essere frainteso non lo può danneggiare. Al contrario tutto questo lo provoca, come lo provocano gli oracoli, queste distruttive istituzioni statali. Il più piccolo-borghese dei fenomeni, il pettegolezzo, ha luogo solo perchè la gente non vuole essere fraintesa. Il carattere distruttivo si lascia fraintendere; così non incoraggia il pettegolezzo. Il carattere distruttivo è nemico dell'uomo-astuccio. L'uomo-astucccio cerca la propria comodità e di questa l'astuccio ne è la quintessenza. L'interno dell'astuccio è la traccia, rivestita di velluto, che lui ha impresso nel mondo. Il carattere distruttivo cancella perfino le tracce della distruzione. Il carattere distruttivo sta nel fronte dei tradizionalisti. Mentre alcuni tramandano le cose rendendole intangibili e conservandole, altri tramandano le situazioni rendendole maneggevoli e liquidandole. Questi vengono chiamati i distruttivi. Il carattere distruttivo ha la coscienza dell'uomo storico, il cui sentimento fondamentale è un'insormontabile diffidenza nel corso delle cose, nonché la prontezza con la quale prende nota del fatto che tutto può andare storto. Perciò il carattere distruttivo è la fiducia stessa. Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poichè vede dappertutto una via, deve anche dappertutto sgombrare la strada. Non sempre con cruda violenza, talvolta anche con violenza raffinata. Poiché dappertutto vede vie, egli stesso sta sempre ad un incrocio. Nessun attimo può sapere ciò che il prossimo reca con sé. L'esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso. Il carattere distruttivo non vive per il sentimento che la vita merita d'essere vissuta, ma perché non vale la pena di suicidarsi." Walter Benjamin, Il carattere distruttivo, 1972 (trad.it 1980)

mercoledì 10 aprile 2013

L'istruzione rende sottoistruiti- Huizinga

Il contadino, il marinaio, l’artigiano di una volta, nel tesoro delle sue conoscenze pratiche trovava anche lo schema spirituale con cui misurare la vita e il mondo. A meno di essere un chiacchierone – in ogni tempo ce ne furono! – sapeva di essere inadatto a giudicare delle cose estranee al suo ambito. Dove capiva che non arrivava il proprio giudizio, s’inchinava all’autorità. Poteva, nella sua limitatezza, essere saggio. La limitatezza dei suoi modi di esprimersi, puntellata dalla conoscenza delle Sacre Scritture e dei proverbi, gli dava precisamente uno stile e, a volte, lo faceva parere eloquente. La moderna organizzazione per la diffusione del sapere conduce, ahimè, alla perdita dei salutari effetti di quelle limitazioni. L’uomo medio dei paesi occidentali oggi sa un po’ di tutto, e altre cose ancora. Ha il giornale con la colazione, e il bottone della radio a portata di mano. La sera, dopo aver trascorso la giornata in un lavoro o in un negozio che non gli hanno insegnato nulla di essenziale, lo aspetta un film, un giuoco di carte o un’assemblea. [...] Anche dove l’individuo sia animato da un sincero impulso verso il sapere e la bellezza, dato l’ossessionante sviluppo dei mezzi di diffusione meccanica dello scibile, difficilmente egli potrà sottrarsi alla noia di ricevere, bell’e confezionati o strombazzati, giudizi e nozioni. Un sapere, che è a un tempo vario e superficiale, e un orizzonte spirituale che per un occhio non protetto dalla critica è troppo ampio, devono portare inevitabilmente a un indebolimento del giudizio. [...] Il meccanismo dei moderni divertimenti di massa costituisce inoltre, essenzialmente, un impedimento alla concentrazione. L’elemento dell’abbandono e della trasfusione nell’opera d’arte, data la riproduzione meccanica di ciò che si vede e si ode, vien meno per forza. Manca quel ripiegamento su quanto vi è in noi di piú profondo e il senso di ciò che, nel momento, vi è di sacro, sono cose che non possono mancare all’uomo che voglia possedere una cultura. La suggestibilità visiva sempre pronta è il punto attraverso il quale la pubblicità afferra l’uomo moderno, e lo colpisce nel lato debole della sua diminuita capacità di giudicare. Questo vale ugualmente per la pubblicità commerciale come per la propaganda politica. L’annunzio reclamistico con un’immagine impressionante risveglia in noi il pensiero della soddisfazione di un desiderio. Esso dà all’immagine la veste piú sentimentale possibile. Stabilisce uno stato d’animo, e con ciò fa appello alla formazione di un giudizio, che si compie tutto in un rapido istante. Se ci si chiede come di fatto la pubblicità agisca sugli individui, e compia in modo rimunerativo la sua funzione, la risposta non è cosí semplice. L’individuo si risolve egli effettivamente all’acquisto della merce vedendo o leggendo l’annunzio? O questo non fa altro che confermare nel cervello dei piú un ricordo, a cui essi reagiscono meccanicamente? O fa parte del giuoco una tal quale intossicazione cerebrale? Ancor piú difficile da definire è l’effetto della propaganda politica. Quando un individuo si reca alle urne, può egli essere indotto a votare in un senso anziché in un altro dalla vista delle varie spade, falci e martelli, ruote dentate, pugni, soli che spuntano, mani insanguinate ecc., che i partiti gli fanno balenare dinanzi? Non lo sappiamo e possiamo lasciare insoluto il problema. Certo la pubblicità, in tutte le sue forme, specula su un raziocinio indebolito e, grazie alla sua enorme diffusione e importunità, coopera all’indebolimento. Il nostro tempo è pertanto dinanzi al fatto umiliante che due grandi progressi culturali, da cui molto ci si aspettava, l’istruzione obbligatoria e la pubblicità, invece di concorrere all’elevazione del livello culturale, come pareva ovvio, portano con sé, nella loro applicazione, alcuni sintomi di degenerazione e d’indebolimento. Nozioni d’ogni genere, in una misura non mai pensata finora, e allestite in modi non mai immaginati, vengono messe a portata delle masse; ma c’è qual cosa che non va nell’attitudine ad assimilare l’istruzione ricevuta in modo che giovi veramente a vivere. Una sapienza non elaborata è d’ostacolo al raziocinio e sbarra la via alla saggezza. L’istruzione rende sottoistruiti. È un orribile giuoco di parole; ma purtroppo contiene un senso profondo. Huizinga, La crisi della civiltà

Considerazioni antiche sul dolore

"È proprio del dolore non avere vergogna di ripetersi." Emil Cioran Quando ancora inon esisteva una legislazione decisa a rimuovere le cause di sofferenze ed ingiustizie subite da cittadini considerati schiavi, privi di ogni tipo di diritto, ciò che era considerato “dolore” da parte degli uomini liberi, lungi dall'essere legato a questioni materiali, non poteva che essere concepito come un moto originario dell’anima, capace di imprimere al corpo sensazioni sgradevoli che potevano essere controllate con l’astinenza, coltivando l’autarchia, la non dipendenza da nulla di esteriore. Questo uomo greco "libero"che sa di doversi riconoscere limitato eppure fa di tutto per attestare la sua autonomia è già un uomo denso di conflitti che il “conosci te stesso, ma fallo in dialogo che è meglio” non riesce sul serio a rimuovere. Il dolore non svanisce parlando, ma la parola può essere una buona terapia, l’inizio, per dir così, di un processo faticoso che deve vedere coinvolto attivamente il soggetto che patisce, deciso a fare chiarezza razionalmente sulle cause del suo dolore, pronto a non attribuire ad altri responsabilità che sono unicamente sue e determinato a non confondere, semmai, evidenti segni di sopraffazione fisica e morale con determinati servizi fatti per amore o per “dovere”. Se un simile cercare dialetticamente le cause del dolore non avviene grazie ad un’altra voce, un altro punto di vista, il dolore cresce e può originare delle meravigliose attitudini letterarie, diversamente poco probabili. Il che significa che spesso e volentieri si diventa scrittori ed artisti infrangendo il tessuto della lingua e cercando di rimuovere l’istinto al suicidio assorbendolo in vie di fuga estetiche. L’aisthesis viene cioè differita, il dolore preso come un fagotto di cui osservare le varie pieghe, ma senza decomporlo sul serio mai. Continua ad abitare in chi ha buona memoria, perché ogni volta avrà la possibilità di ritornare nuovamente su quelle crepe oscure del suo vivere interiore che non sono percepibili esteriormente, come sa Hegel. Ma che ci sono. Il mito dell’invulnerabilità è del tutto estraneo al pensiero di Gadamer. Ma non a quello greco platonico, che non accentua la carica tragica del dolore umano, preferendo sostenere la via dell’impassibilità, di una scelta prudente dei piaceri e dolori da accogliere nella propria esistenza, dando prova di fedeltà a quel genere misto cui appartiene la vita umana. Perché ciò che Platone ha scelto è una vita misurata e contenitiva di tutto il caos. La strada segnata è quella di un equilibrio dinamico che non ha altro interesse se non quello di conservare e non creare nuovi itinerari possibili, incidendo attivamente nel reale. È una rassegnazione inaudita quella che percorre il Filebo. La visione di una vita come malattia che va curata somministrando adeguatamente le dosi, escludendo tutto il “poter essere”, considerato nocivo perché capace di far vacillare l’ordine comunitario. Quando la fede nella comunità si perde o sfuma sostanzialmente, com’è accaduto in Occidente soprattutto nel secolo scorso dopo la fine delle guerre mondiali, la stessa concezione del dolore subisce un mutamento sostanziale. Essa viene dibattuta in gruppi di aiuto-aiuto, piccole comunità terapeutiche,spesso con finalità disinteressate al profitto, frutto di studi eccellenti di bravi psichiatri che hanno segnato la storia della medicina. Progressivamente, però, la stessa storia della terapia si adatta alle leggi di mercato ed il dolore viene discusso e diventa oggetto di studi sempre più complessi non perché esso sia pericoloso per la pace della comunità, ma perché può essere una merce utile in cui investire e da cui trarre numerosi guadagni nel potente ed inesorabile gioco di potere che regola gli scambi sociali. Lo sfruttamento del dolore del prossimo ha orripilato la filosofia al punto da convincere molti studiosi a convertirsi nelle figure dei consulenti, richiedenti solo un piccolo consenso per aiutare il paziente a trovare in sé vie razionali capaci di liberarlo dalla sofferenza. Ma adesso? Quanti sono i guariti in virtù della virtù? Sarebbe interessante chiederlo. Nessuno può costringerti a stare al discorso se non vuoi. Lo sapeva Platone, che infatti abbandonò i siracusani dopo diversi tentativi e lasciava lo stesso Filebo seduto inclinato, mentre portava avanti le sue finzioni letterario-filosofiche sulla vita buona, finzioni che sapeva non potevano che essere condotte mettendo a tacere, almeno nell’armonia della scrittura dialogica, un ostacolo temibilissimo capace di rinfacciare di continuo l’inconsistenza di tali visioni volte al giusto, al bene ed al vero, che restano giustificabili unicamente nel recinto della ragione dialettica. Entro il quale nessuno assicura vengano effettivamente scrutati, mentre magari Filebo si trattiene dal dolore e conosce il piacere, proprio per la sua mancata partecipazione al faticoso gioco filosofico, in cui non è prevista alcun'educazione effettiva al raggiungimento del piacere. "Il saggio cerca di raggiungere l'assenza di dolore, non il piacere", scrive Aristotele nel IV libro dell'Etica Nicomachea.

venerdì 23 novembre 2012

Può l’imperativo “non sprofondare” reggere in assenza di una visione precedente che ci abbia mostrato una pienezza insuperabile, che agisce come monito al rovescio (non sarà mai più possibile, eppure continuare a cercarla resta la sola salvezza)? Sono inguaribilmente platonica e non lo credo. io ho visto già. Quel volto che poi mi è stato negato. E dove l’ho visto? Non so. So di non poterlo più rivedere, mi resta drammaticamente negato, sottratto e se lo vedessi non sopravvivrei. Ma lo cerco perché mi ha riempito tutto il cuore, il ventre, la parola, l’immaginario, come se non avessi bisogno d’altro. E sebbene nulla gli sia nemmeno lontanamente simile, devo innamorarmi sempre e custodire la promessa d’amore fino all’ultimo dei miei giorni. A chi non è successo? Questione di numinosum, trasfert o chissà cos'altro, il mio Volto va a spasso per il mondo, senza mostrarmi più nemmeno la schiena o una debole traccia. Deve sapermi contrariata ed ormai svuotata di ogni frammento della memoria della sua visione. Sempre l'altrove ci ha unito e sempre ci proteggerà dal dissolvere il nostro conflitto. L'opposizione è la vera amicizia, diceva Blake. E lui sa bene che l'ospitalità è intrinsecamente legata alla poesia. Ma, anche se la mia dissonanza si diverte a farmi diventare odiosa e blindata, forse non è il resto a restare soltanto. Forse l'angelo della melancholia redime al pari della Croce.

giovedì 15 novembre 2012

Diario recente

Supprimer l’éloignement tue. Les dieux ne meurent que d’être parmi nous. Rene Char
Errante saltello dal pozzo di offuscati ricordi che spinge a cercare la chiave prova assenza di nesso comprensibile dimostra la necessaria chiusura Me irreprensibile altra, oscura nell’intimità ed aliena nel limite Pezzi scomposti senza più stile silenzio non più minaccioso. Cedo al mio tempo ciò che mi donò vago ancora qualche attimo fino a balzare nell’unico senso atteso. Può ripararmi dall’orrore qualcuno? può disinnescare la mia maledizione un evento? Può dischiudere l’accesso all’Essere un’impresa eccitante? Dubito dell’eterno ritorno. Non percepisco più alcuna circolarità. Deformata dall’alterità inseguita nell’eccesso ho perduto la guerra e resto a scrutare la lotta universale tra cosmos e caos con distanza guardinga. E’ tutto un clamoroso errore. Bisogna godersela finchè dura senza fermarsi ad ospitare pensieri contrari alla finitezza. L’uomo è sputo, argilla, sangue e povertà. non si può pretendere che osservi languido il sole, non si può domandargli di trovare sé stesso uscendo da sé attraverso il bello. L’accordo è premessa conquista e riformulazione. (Dov’eravamo rimasti?) Ma non occorre cercarlo. Viva la dissonanza, che non si accorda con niente e non si scora per acclarare compatibilità. Avvolta dall’aura dell’unicità è il solo sberleffo che questo zozzo universo di mentecatti è bene riceva Ultima stonatura, ardito graffio, impertinente sproloquio che non cede al dover piacere. Non c'è posizione che si lasci abbracciare Nè sguardo che possa mutare Il destino crudele dell'uomo D'avere una lingua veloce Ed un cuore lento ed ingrato.